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Dazi, l’Europa sceglie il pragmatismo: così l’intesa con gli USA può dare ossigeno al Made in Italy

20
Maggio 2026
Di Paolo Bozzacchi

C’è una parola che per le imprese vale più di molti incentivi: certezza. È per questo che il via libera europeo ai regolamenti che attuano gli elementi tariffari dell’intesa commerciale UE-USA va letto senza complessi: non come una resa, ma come un passaggio pragmatico per stabilizzare il rapporto economico più importante al mondo e ridurre l’incertezza per chi produce, esporta, investe e assume.

Il 20 maggio 2026 Consiglio UE e Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio su due regolamenti collegati alla dichiarazione congiunta UE-USA del 21 agosto 2025. Il primo elimina i dazi residui sui beni industriali statunitensi e concede accesso preferenziale ad alcuni prodotti agricoli e ittici non sensibili; il secondo proroga la sospensione dei dazi sull’aragosta. In cambio, Washington conferma per gran parte dei beni europei un tetto tariffario complessivo al 15%, con trattamenti più favorevoli per categorie come aeromobili e componenti, sughero, farmaci generici, ingredienti e precursori chimici.

Non è il libero scambio ideale, ma nella fase attuale mettere un tetto al rischio è già politica industriale. L’Europa, inoltre, non firma una cambiale in bianco: sono previste clausole di salvaguardia se l’aumento delle importazioni dagli USA dovesse danneggiare i produttori europei, sospensioni in caso di mancato rispetto degli impegni americani e una scadenza a fine 2029, salvo nuova decisione. Sul nodo acciaio-alluminio, Bruxelles potrà congelare le concessioni se entro il 31 dicembre 2026 gli USA continueranno ad applicare tariffe superiori al 15% sui derivati europei.

Per l’Italia la posta è enorme. Secondo Istat, nel 2025 l’export italiano è cresciuto del 3,3% e il surplus commerciale ha raggiunto 50,7 miliardi. Ma il dato più significativo riguarda gli Stati Uniti: l’Italia è stata l’unica tra le maggiori economie europee ad aumentare in modo consistente le esportazioni verso il mercato americano, +7,2%, mentre Germania, Francia e Spagna arretravano. Gli USA assorbono il 10,8% dell’export italiano di beni e sono il primo mercato extra-UE.

I dati MAECI-InfoMercatiEsteri indicano per il 2025 circa 69,6 miliardi di euro di export italiano verso gli Stati Uniti e un saldo positivo di 34,2 miliardi. Dentro questi numeri c’è molta economia reale: farmaceutica, macchinari, mezzi di trasporto, agroalimentare, moda, arredo, design, componentistica e manifattura specializzata.

Il primo settore è la farmaceutica e chimico-medicinale, con 15,8 miliardi di export, pari al 22,7% del totale verso gli USA. Seguono macchinari e apparecchi, 12,4 miliardi e 17,8%, cuore industriale del Made in Italy tecnologico. I mezzi di trasporto valgono 9,3 miliardi, il 13,4%, mentre alimentari, bevande e tabacco arrivano a 7,4 miliardi, il 10,6%. Moda, tessile, pelle e accessori valgono 5,7 miliardi, l’8,2%. Le altre manifatture, dall’arredo al design, aggiungono altri 4,5 miliardi.

Il beneficio dell’accordo non va venduto come un miracolo, ma misurato come valore protetto. Se l’intesa evita un aggravio tariffario di 15 punti rispetto a uno scenario di escalation al 30%, la pressione competitiva sterilizzata sull’export italiano vale circa 10,4 miliardi: 69,6 miliardi moltiplicati per il 15%. Non tutto diventerebbe Pil, perché il costo si distribuisce tra esportatori, importatori, distributori e consumatori, ma l’ordine di grandezza è chiaro. Confindustria aveva stimato che dazi USA e dollaro debole potessero spingere verso un calo del 16,5% dell’export italiano negli Stati Uniti: applicato ai valori 2025, significa circa 11,5 miliardi di export a rischio. La forchetta positiva dell’accordo può quindi essere letta in 10-12 miliardi di valore competitivo protetto.

Dietro le cifre ci sono imprese e lavoro. Secondo ICE, tra le oltre 84 mila imprese italiane persistentemente esportatrici nel 2022-2024, circa 25 mila vendono negli Stati Uniti: 1.200 grandi, 5 mila medie, 10 mila piccole e 8.700 microimprese. Di queste, 6.259 realizzano oltre metà del proprio export sul mercato americano, contano 143 mila addetti ed esportano verso gli USA oltre 11 miliardi. Banca d’Italia ricorda inoltre che più della metà dell’esposizione italiana verso gli Stati Uniti passa indirettamente dalle filiere interne: quando esporta un’azienda, lavorano anche subfornitori, logistica, servizi, componentisti e distretti.

Ecco perché l’accordo UE-USA è una buona notizia per il Made in Italy. Non risolve tutto: restano cambio, acciaio, concorrenza asiatica e rischio di nuove tensioni. Ma riduce l’incertezza, protegge ordini e filiere, dà tempo alle imprese per programmare. Per un Paese che vive di manifattura esportatrice, anche un punto di certezza in più può valere miliardi. Ora tocca alle imprese attraversare questa finestra: investire, assumere, innovare, vendere qualità nel mondo. Il Made in Italy non cresce quando si chiude. Cresce quando compete.