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Trump vince le primarie delle vendette, ma perde la battaglia sull’Iran in Congresso

20
Maggio 2026
Di Giampiero Gramaglia

Notte di vendette pre-elettorali per il presidente Usa Donald Trump, che nelle primarie repubblicane fa fuori, in diversi Stati, senatori e deputati del suo partito che sono stati critici nei suoi confronti e li rimpiazza con candidati da lui sostenuti: accade nell’Indiana, in Kentucky, in Georgia, in Texas e altrove. Trump così dimostra di mantenere la sua presa sul partito repubblicano, anche se bisognerà poi vedere se i suoi candidati sapranno vincere le elezioni il 5 novembre.

Ma le vendette di Trump hanno un loro prezzo: la defezione di Bill Cassidy, senatore repubblicano della Louisiana bocciato, nei giorni scorsi, nelle primarie del suo Stato, fa sì che in Senato avanzi una risoluzione per bloccare ulteriori bombardamenti sull’Iran, anche se non siamo ancora al punto d’imporre al presidente la fine delle ostilità.

Nelle scorse settimane, dopo l’aggressione israelo-americana all’Iran, sette risoluzioni simili erano state tutte bloccate nella fase procedurale: in un Senato con 53 repubblicani e 47 democratici, l’appoggio di tre repubblicani, le senatrici Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell’Alaska e il senatore Rand Paul del Kentucky, non era bastato a rovesciare la situazione. Ieri, il sì di Cassidy alla risoluzione è stato decisivo.

Dopo il voto procedurale, ci vorrà ora un voto sostanziale per mettere il presidente in mora di fronte alla scelta se sospendere le ostilità o chiedere l’autorizzazione del Congresso per continuarle. Secondo la Casa Bianca, la tregua in atto fa sì che il conflitto non abbia ancora raggiunto la soglia dei 60 giorni oltre la quale scatta l’obbligo di ottenere l’avallo del Congresso.

Sulla guerra all’Iran, dove lo stallo è totale, sia militare che negoziale, il New York Times rivela che uno degli obiettivi dei bombardamenti israeliani del primo giorno il 28 febbraio – quelli che condussero, fra l’altro, all’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khameney e pure al ferimento del figlio e successore Mojtaba – era di liberare dagli arresti domiciliari a Teheran l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, un ultra-conservatore.

C’era il progetto di installarlo al potere nell’ambito di un cambio di regime. Non è però chiaro perché il premier israeliano Benjamin Netanyauhu e il presidente Trump volessero alla guida dell’Iran un oltranzista anti-israeliano, ma le rivelazioni del giornale sono molto circostanziate.

Sempre secondo il NYT, Teheran sta acquisendo dal conflitto leve di potere: nonostante sia stato soverchiato militarmente, l’Iran riesce a mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz, creando una crisi energetica planetaria, e a mettere in difficoltà con attacchi sporadici gli altri Stati del Golfo, che, infatti, chiedono a Trump di non riprendere i bombardamenti e di proseguire i negoziati: Teheran gioca la carta della vulnerabilità a lungo termine degli Stati Uniti e delle economie occidentali.

Il magnate presidente ha ceduto alle pressioni dei suoi alleati nel Golfo, ma avverte che gli Usa restano pronti a colpire “a fondo e su larga scala” se nelle trattative non si troverà un accordo.

Il Washington Post racconta in esclusiva l’odissea di un mercantile che voleva forzare il passaggio nello Stretto di Hormuz per uscire dal Golfo Persico dov’era bloccato ed è andato incontro “a uno sbarramento di proiettili”: l’equipaggio filippino aveva deciso con un voto di prendersi il rischio, nonostante lo stretto sia minato e presidiato dai barchini iraniani veloci e difficili da intercettare.

Mentre prosegue la visita in Cina del presidente russo Vladimir Putin, accolto dal cinese Xi Jinping pochi giorni dopo la missione a Pechino di Trump, la Cnn riprende lo scoop del Financial Times, secondo cui Xi pensa che Putin stia perdendo la guerra in Ucraina – un’indiscrezione ieri smentita dalle fonti cinesi -. La tv ‘all news’ afferma: “Xi s’è accorto che Putin sta perdendo e pure Trump dovrebbe rendersene conto”, perché “le crescenti perdite russe e le ristrettezze economiche offrono una nuova opportunità alla diplomazia statunitense di porre fine al conflitto, a volerla cogliere”. Vedremo se ciò avverrà: da tempom è stata annunciata una missione a Mosca dei negoziatori Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, che non c’è ancora stata.

Infine, un segnale di distensione sul fronte commerciale Usa – Ue: il Consiglio dei Ministri dei 27 e il Parlamento europeo hanno concordato l’attuazione dell’intesa sui dazi raggiunta l’estate scorsa. La mossa dovrebbe sventare l’entrata in vigore di dazi supplementari minacciata da Trump a partire dal 4 Luglio.