Top News
Dalla tragedia di Utøya alle violenze di Belfast: la sfida della rete nera contro l’Europa aperta
Di Gianni Pittella
Tra poche settimane l’Europa ricorderà la strage di Utøya, una delle ferite più profonde inferte alla coscienza democratica del nostro continente. Il 22 luglio 2011 un estremista di destra assassinò decine di giovani che partecipavano a un campo politico in Norvegia. Non colpì soltanto delle persone. Colpì un’idea di società: aperta, inclusiva, democratica, fondata sulla convivenza tra differenze.
A distanza di quindici anni, quella minaccia non appartiene al passato.
Le immagini provenienti da Belfast, con quartieri attraversati da tensioni, aggressioni e manifestazioni di odio contro immigrati e minoranze, ci ricordano che il veleno della xenofobia continua a circolare nelle vene dell’Europa. Allo stesso modo, l’omicidio di Bakary Sako a Taranto ha riportato al centro dell’attenzione il tema del razzismo e della disumanizzazione dell’altro.
Naturalmente ogni episodio ha una propria storia, una propria dinamica e una propria responsabilità individuale. Sarebbe sbagliato sovrapporre situazioni diverse. Eppure esiste un elemento comune che non possiamo ignorare: la diffusione di una cultura dell’odio che individua nello straniero, nel diverso, nel migrante o nella minoranza il capro espiatorio delle paure e delle frustrazioni sociali.
Non sempre siamo di fronte a organizzazioni strutturate e gerarchiche. Più spesso assistiamo alla formazione di una galassia di gruppi, movimenti, comunità virtuali e propagandisti che condividono narrazioni, simboli e obiettivi. È ciò che molti studiosi definiscono una sorta di “internazionale nera”: una rete ideologica che attraversa confini nazionali, si alimenta sui social network e trova nella paura il proprio principale carburante.
E’ ciò che il giornalista Luca Mariani ha definito la Rete Nera nel suo libro coraggioso .
L’ obiettivo delle Rete Nera non è soltanto colpire individui. È incrinare la fiducia reciproca che tiene insieme le società democratiche. È trasformare il pluralismo in conflitto permanente. È convincere i cittadini che la convivenza sia impossibile e che la chiusura identitaria rappresenti l’unica risposta.
In questo senso la posta in gioco è enorme. Le società multietniche non sono un incidente della storia contemporanea: sono una realtà strutturale dell’Europa del XXI secolo. Le nostre città, le nostre scuole, i nostri luoghi di lavoro sono già spazi nei quali convivono persone provenienti da culture diverse. Pensare di tornare a un passato omogeneo e separato è un’illusione. La vera sfida consiste invece nel governare questa complessità, garantendo integrazione, sicurezza, diritti e doveri uguali per tutti.
La risposta non può essere soltanto repressiva, pur essendo indispensabile contrastare con fermezza ogni forma di violenza politica e razzista. Occorre anche una battaglia culturale. L’odio si combatte con la conoscenza. Il pregiudizio si combatte con l’educazione. La radicalizzazione si combatte offrendo ai giovani strumenti critici e opportunità di partecipazione.
C’è poi una dimensione sociale che la politica democratica non deve sottovalutare. Dove crescono disuguaglianze, precarietà e senso di abbandono, i messaggi estremisti trovano terreno fertile. Per questo la lotta contro la rete nera passa anche attraverso politiche capaci di ridurre le fratture economiche e territoriali.
Le conseguenze elettorali di questi fenomeni possono essere significative. La paura è da sempre una potente leva politica. Se lasciata senza risposta, può alimentare il consenso verso forze che costruiscono la propria identità sulla contrapposizione tra “noi” e “loro”. Ma esiste anche un’altra possibilità: che la società democratica reagisca, riscoprendo il valore della solidarietà, della legalità e della convivenza.
Utøya ci insegna che la democrazia non è mai definitivamente acquisita. Va difesa ogni giorno. Non soltanto contro il terrorismo e la violenza, ma contro tutte le culture politiche che seminano odio, esclusione e disprezzo dell’altro.
L’Europa sarà tanto più forte quanto più saprà rimanere fedele alla propria promessa originaria: trasformare le differenze in ricchezza, i confini in ponti, la memoria delle tragedie del passato in una responsabilità verso il futuro.





