Politica

L’IO di Elly Schlein si impone sul ‘noi’ del Pd

29
Marzo 2023
Di Ettore Maria Colombo

La politica italiana fatta sempre più da donne 

Ormai è chiaro che la politica italiana è sempre più ‘a misura’ di donna. Giorgia Meloni presiede, con cipiglio e sorriso fermo, la premiership e la maggioranza di governo. La presidente ‘pilota’ ieri è salita su un aereo dell’Aeronautica militare per i cento anni dell’Arma, festeggiati alla terrazza del Pincio alla presenza di tutte le Autorità dello Stato, acclamata da molti bambini festanti e inneggianti a lei con tanto di tricolori. Marta Fascina, la moglie ‘di fatto’ del Cavaliere, ha guidato una rivoluzione – poco ‘gentile’ – ai vertici di Forza Italia, imponendo il suo fidato Paolo Barelli (di rito taianeo) alla guida del gruppo di Montecitorio al posto di Alessandro Cattaneo (di rito ronzulliano) e spodestando il potere di un’altra donna, proprio Licia Ronzulli, che resta capogruppo al Senato, ma depotenziata e circoscritta, nel suo potere, a pochi fedelissimi, oltre che esclusa dall’inner circle di Arcore. La ‘nuova’ linea di FI sarà molto più dialogante e bendisposta verso la Meloni e FdI, rafforzandone la presa sul governo e sulla maggioranza, e isolando sempre di più Salvini e la sua Lega, cui non resta che fare buon viso a cattivo gioco. Un gioco di donne (Meloni e Fascina) contro un’altra donna (Ronzulli) a dispetto degli altri uomini che, un po’ affascinati e un po’ succubi, obbediscono. 

La segretaria dice ‘IO’ invece del solito ‘noi’

A sinistra, ovviamente, c’è lei, Elly Schlein. È vero, non l’hanno vista arrivare, ma ora che è arrivata si fa sentire eccome. Alla presidente del Consiglio che richiamava i deficit del Pd sul fronte salariale, la leader del Pd ha risposto: «Ora ci sono io all’opposizione». Non ‘noi’ democratici o ‘noi’ del Pd, ma ‘IO’. Sembra di capire che per Schlein il Pd sia lei medesima. E in effetti è così. L’io si è imposto sul noi. Due settimane di incontri preparatori, riunioni di corrente, trattative estenuate all’infinito non sono bastate per evitare il filotto nei nuovi organigrammi dem all’interno delle due Camere. Chiara Braga (area Franceschini) e Francesco Boccia (ex area Letta) sono i due nuovi capigruppo di Camera e Senato, ma soprattutto le hanno fatto la campagna elettorale, l’hanno seguita e inseguita per l’Italia, sono di sua stretta, strettissima, fiducia. Boccia ha impedito che la vittoria di Bonaccini, al Sud, fosse troppo netta e foriera di incauti ribaltoni. Braga è una sua amica, oltre che franceschiniana e Franceschini ha puntato, per primo, su Schlein. 

Bonaccini, lo sconfitto, preferisce Houston…

Stefano Bonaccini, lo sconfitto (ma solo nel voto popolare, non nei circoli), capita la mala parata, se n’è volato a Houston. Eppure, volendo, poteva ingaggiare battaglia. I numeri, del resto, parlano chiaro. Il “popolo del Pd” (gli iscritti) al 65% ha votato per candidati diversi da lei. Il “popolo delle primarie” (elettori, manco è detto fossero tutti del Pd, anzi: più della metà non aveva votato Pd alle ultime Politiche) l’ha vista prevalere con il 54%. Ma lei ha detto, ugualmente, ‘piatto’ e ha preso tutto. I capigruppo (ieri) e la composizione della segreteria (presto). A Bonaccini resta l’incarico, puramente onorifico (non incide mai sulla linea politica del partito) di presidente dell’Assemblea nazionale o passacarte. 

Le correnti proliferano. Nascono i neo-ulivisti

L’assemblea dei due gruppi parlamentari dell’altro ieri è stato un atto ozioso, assai inutile. Qualche voce critica, qualche distinguo, nulla di significativo. Elly sorride, mostra grinta, include, ma tira dritto. Lei andrà in tv, nelle piazze, parlerà nei dibattiti clou alla Camera, dove è deputata ‘semplice’. I maggiorenti manterranno il controllo dell’apparato. Andrea Orlando (assai ridimensionato, peraltro), Nicola Zingaretti, ma soprattutto Dario Franceschini. Gli incarichi futuri (quelli nei gruppi parlamentari e quelli nella segreteria) saranno ulteriormente suddivisi, parcellizzati. Le correnti restano, nel Pd, anzi: aumentano. Alle cinque ‘storiche’ degli ultimi decenni (la sinistra di Orlando, Area dem di Franceschini, Piazza Grande di Zingaretti, Base riformista di Guerini, i Giovani turchi di Orfini, ma solo le ultime due restano all’opposizione) si aggiungono gli ‘schlieniani’ doc (eletti al congresso cioè in Assemblea nazionale e in Direzione), i bonacciniani doc, i cuperliani, quelli di Articolo Uno (rientrati dalla porta principale, con tutti gli onori e come corrente organizzata) e i neo-ulivisti. I quali ultimi hanno spaccato, ove mai ce ne fosse bisogno, la già sconfitta, nelle assise, Base riformista di Guerini e Lotti. Sono loro (per lo più ex lettiani: Enrico Borghi, Anna Ascani, Marco Meloni, Matteo Mauri, etc.) che, disertando la riunione di area della minoranza, hanno fatto capire che, anche se si fosse arrivati alla conta, nei gruppi parlamentari, i riformisti l’avrebbero persa. Sono 24 parlamentari e, oggi, pesano come l’oro. Formalmente ‘indipendenti’ e all’opposizione, sono pronti a scendere a patti con Schlein che li ringrazierà con posti in segreteria. Insomma, divide et impera, uno schema classico. 

Boccia e Braga nuovi capigruppo nelle Camere

Il resto è pura cronaca, quella di ieri. Qualche malumore, qualche mugugno che resta agli atti e alle cronache e due elezioni per acclamazione, quella dei nuovi capigruppo dem alle Camere: Francesco Boccia alla Camera, Chiara Braga al Senato in luogo delle uscenti Malpezzi e Serracchiani. Ovviamente, gli spin doctor della segretaria fanno filtrare che la loro leader è “già al lavoro” per definire la nuova squadra dell’esecutivo dem (gli uffici di presidenza dei gruppi: , 4 vicepresidenti di Camera e Senato, con i tesorieri e i segretari d’aula. Ce n’è e ce ne sarà uno per ogni corrente). Una squadra che dovrà muoversi di raccordo con i gruppi, come ha sostenuto Elly Schlein durante la due giorni di confronto con i parlamentari. Perché – è la convinzione della leader dem – dalla mancata comunicazione fra questi due piani sono discesi molti dei problemi che si è trovato ad affrontare il Pd. «Noi abbiamo da ricostruire gli assetti politici e istituzionali del partito. Le due cose stanno insieme, non sono da prendere a compartimenti stagni», spiega: «Noi riusciamo nella missione che abbiamo davanti se riusciamo ad ancorare sempre di più il lavoro nel partito e il lavoro che facciamo dentro a queste Aule. Questo ci consentirà di raccordare meglio anche i nuovi assetti, la segreteria e i gruppi». Fuor di metafora, il riferimento è ai tempi (prima con Zingaretti, poi con Letta), in cui erano proprio i gruppi parlamentari, con maggioranze diverse e opposte a quelle che governavano gli organismi statutari del partito, a cannoneggiare il Nazareno e chi vi sedeva. Da qui anche la volontà di Schlein di convocare con regolarità le assemblee dei gruppi. Per tenerli sott’occhio e pure per addomesticarli, visto che le liste non le ha fatte lei, ma Letta. 

Il leninismo in purezza dell’era Schlein 

L’era Schlein, assicurano i suoi, non cerca “l’unanimismo, ma l’unità nei fatti”, sulle azioni da mettere in campo e che saranno ispirate alle domande provenienti dai territori. Nuova traduzione: non funziona che voi fate le battaglie e il partito le insegue, ma noi (cioè ‘io’…) detto la linea e voi l’applicate. Leninismo in purezza. 

«Inizieremo un lavoro parlamentare di raccordo con il partito che avrà l’ascolto delle piazze, dei luoghi della protesta, e i luoghi delle sofferenze degli italiani il centro della sua azione», spiega il neo capogruppo al Senato, Francesco Boccia. Lui, assieme a Chiara Braga alla Camera, saranno le due ‘fruste’ della segretaria per guidare i gruppi parlamentari. Due scelte annunciate da tempo e confermate anche dopo l’assemblea dell’area Bonaccini, che ha portato alla defezione del gruppo dei neoulivisti, e quella dei gruppi parlamentari dove, tranne Cuperlo e Fassino, due battitori liberi, nessuno ha detto ‘ah’ o ‘bah’.  

Gli interventi critici: Malpezzi, Delrio, Zampa

Certo, qualche intervento critico e coraggioso c’è stato, ma ieri. Gli interventi critici di senatori come Graziano Delrio o Sandra Zampa lo sono stati. Il primo ha segnalato come sarebbe stati importante riconoscere l’autonomia dei gruppi e della comunità che rappresentano. Sul metodo Delrio voleva “maggiore condivisione”. Amen. 

La capogruppo uscente, Simona Malpezzi, prende il toro per le corna a inizio lavori, subito dopo aver rassegnato le sue dimissioni: «Dico con franchezza e nella trasparenza che comprendo la necessità della segretaria di fare delle scelte, ma avrei preferito che la discussione avvenisse prima tra di noi che sui giornali». Sulla stessa linea la senatrice Zampa: «Avrei preferito una rosa di nomi» per la scelta del nuovo capogruppo. Zampa chiede inoltre che si superi «la rappresentazione che chi ha votato Schlein è di sinistra e chi ha votato Bonaccini è ex renziano». Sforzo inutile. 

A queste (poche) critiche, Schlein ha replicato assumendosi completamente la responsabilità delle scelte fatte: «Si è trattato di una scelta del tutto personale e non il frutto di accordi nascosti». Poi la segretaria rimarca inoltre come i contatti con Stefano Bonaccini siano continui: «Stiamo lavorando a un assetto complessivo ed equilibrato, rispettoso del pluralismo e dell’esito delle primarie», assicura la segretaria. E poi: «Entro pochi giorni ho intenzione di chiudere gli assetti e tornare a costruire insieme alla nostra comunità democratica proposte politiche alternative alle destre e a parlare dei temi che riguardano la vita delle persone». Insomma, alla Schlein gli organigrammi interessano il giusto. Le preme l’offensiva politica e culturale nel Paese. Quella contro il governo e contro ‘le destre’ (sic). 

Il timing per la Segreteria e i posti alle correnti

Il timing per il varo della segreteria dovrebbe, comunque, prevedere una manciata di giorni. E, dunque, essere accelerato. C’è, nel Pd, chi scommette sulla giornata di venerdì, dopo il tour elettorale che la segretaria farà in Friuli Venezia Giulia, prima a Udine e poi a Trieste. Altri, più cauti, rimandano a inizio la prossima settimana. Di fatto c’è che la segreteria risponderà ai valori usciti dalle primarie, come dice Schlein. Cioè, a sua volta, sarà costruita a sua immagine e somiglianza. Tra i nomi che si danno per sicuri in quota maggioranza ci sono quelli di Marco Furfaro (area Zingaretti) come vice-segretario unico con delega all’informazione. Sarebbe uno smacco per Peppe Provenzano, che pure vi sperava, e che sarà solo membro della segreteria, ma anche per la minoranza, che caldeggiava la nomina di un vice-segretario di area, indicando Pina Picierno. Ci sarà di sicuro Alessandro Zan, con delega ai diritti, Marco Sarracino, Marta Bonafoni, Stefania Bonaldi per gli enti locali. E ancora: Michela De Biase (area, nonché moglie di Franceschini), Antonio Misiani (economia) e Andrea Pacella, Arturo Scotto per Articolo 1, etc. In tutto, per loro, ci saranno almeno dieci posti. 

Le minoranze, sconfitte, ora sono pure due… 

E le minoranze? Il guaio è che ora sono ben due. E così, nella nuova segreteria, alle due minoranze – neoulivisti e Base riformista – sono offerti quattro posti ciascuno. Per i neoulivisti i più quotati sono Borghi e Picierno, per Base riformista Davide Baruffi (bonacciniano doc, agli enti locali) e Alessandro Alfieri (gueriniano doc, agli Esteri). Ma è difficile mettere d’accordo tutti e i malumori rischiano di far inceppare la ruota. Ma sono ‘solo’ i malumori di minoranze che o già inglobate in maggioranza di fatto (i neo-ulivisti) o all’opposizione tenue e soft (i bonacciniani e Br) non possono certo creare pensieri alla Schlein. Una segretaria ‘sola al comando’ che dice ‘IO’, invece che ‘NOI’ e che ricorda sempre più da vicino Giorgia Meloni e la sua presa sulla sua FdI che nessuno, in quel partito, mette in discussione. Presto, anche per il Pd, si apre un mondo nuovo.

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