Economia

Difesa europea: oltre l’attesa, la via della cooperazione rafforzata

02
Maggio 2026
Di Gianni Pittella

Come ha recentemente sottolineato la rivista Il Mattinale Europeo con un editoriale di Di Christian Spillmann, c’è un equivoco che attraversa oggi il dibattito europeo: pensare che l’integrazione dell’Ucraina sia un problema da rinviare, da gestire con formule intermedie, da diluire nel tempo. In realtà, è esattamente il contrario. È una necessità strategica immediata. Non solo per Kyiv, ma per l’Europa stessa.

Le esitazioni espresse dal cancelliere Friedrich Merz riflettono una linea prudente, comprensibile sul piano politico interno ma miope sul piano geopolitico. L’Unione europea non è oggi nelle condizioni di assorbire rapidamente l’Ucraina nei suoi meccanismi istituzionali. Ma questo non può diventare un alibi per l’inazione. Perché nel frattempo la storia accelera.

La guerra ha trasformato l’Ucraina. Non è più soltanto un paese candidato: è una potenza militare operativa, con un esercito esperto e un’industria della difesa avanzata, capace di innovare sul campo.

In questo quadro, le parole del presidente Volodymyr Zelensky suonano come un richiamo alla realtà: l’Ucraina non chiede riconoscimenti simbolici, ma integrazione reale. E soprattutto non chiede protezione: la sta già garantendo, difendendo l’Europa con il sangue dei suoi cittadini.

È qui che si apre uno spazio politico nuovo, che l’Unione europea – nei suoi attuali equilibri – fatica a occupare: quello di una cooperazione rafforzata sulla difesa.

Non una semplice estensione delle politiche esistenti, né un duplicato della NATO, ma un salto di qualità: un trattato intergovernativo tra Stati disponibili, aperto non solo ai membri dell’UE, ma anche a partner strategici come il Regno Unito, la Norvegia e, naturalmente, l’Ucraina.

Il modello non va inventato da zero. L’Europa lo ha già sperimentato con successo: Accordo di Schengen nacque fuori dai trattati comunitari, tra un gruppo ristretto di Stati determinati ad andare avanti. Solo dopo è diventato patrimonio comune.

Oggi serve lo stesso coraggio. Una cooperazione rafforzata sulla difesa dovrebbe poggiare su alcuni pilastri chiari:
Integrazione operativa immediata
Le forze armate ucraine, tra le più esperte al mondo nel combattimento moderno – dai droni alla guerra ibrida – devono essere integrate nei dispositivi europei di pianificazione, addestramento e comando. Non tra dieci anni, ma subito.

Industria della difesa comune
L’Europa ha bisogno di una base industriale integrata. L’Ucraina, con la sua capacità produttiva – in particolare nel settore dei droni – rappresenta un acceleratore decisivo. Invece di proteggere gelosamente le filiere nazionali, occorre metterle in rete.

Finanziamento condiviso
Serve un salto anche sul piano fiscale: strumenti comuni di investimento, sul modello dei programmi varati durante la pandemia, per sostenere ricerca, produzione e innovazione militare.

Autonomia strategica reale
Il progressivo disimpegno degli Stati Uniti, soprattutto sotto leadership come quella di Donald Trump, impone agli europei di costruire un proprio pilastro di sicurezza. Non contro la NATO, ma dentro una logica più equilibrata e meno dipendente.

Governance flessibile
La cooperazione deve essere aperta, modulare, capace di includere chi vuole e può contribuire. Senza il vincolo paralizzante dell’unanimità.

    Questa non è una scorciatoia. È una scelta di realismo. Continuare a discutere dei tempi formali di adesione dell’Ucraina all’UE rischia di farci perdere di vista la questione essenziale: la sicurezza europea si gioca ora, non alla fine di un negoziato istituzionale. L’Europa ha spesso avanzato nelle crisi, quando ha saputo trasformare le difficoltà in integrazione. Oggi siamo di fronte a una di quelle svolte.

    Rinviare significherebbe esporsi. Agire, invece, significa riconoscere una verità semplice:
    senza l’Ucraina, l’Europa è più debole. Con l’Ucraina, può finalmente diventare una vera potenza di sicurezza.