Economia
Appalti pubblici e costi di compliance: gli incentivi distorti che spingono verso l’affidamento diretto
Di *Tiziana Carpinello
(*Articolo di Tiziana Carpinello, Presidente Bentley SOA, pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Oltre il 90% delle procedure di appalto avviene tramite affidamento diretto. Non è un caso, né pigrizia burocratica. È la risposta razionale a un sistema che rende fare una gara più costoso dell’affidamento diretto. Le stazioni appaltanti non stanno aggirando le regole: stanno obbedendo agli incentivi sbagliati che il sistema stesso ha costruito. Lo dimostra uno studio recente dell’ANAC: negli ultimi cinque anni gli affidamenti diretti di appalti sotto soglia per forniture e servizi sono passati da 1.500 nel 2021 a quasi 14.000 nel 2025, con una concentrazione anomala di importi appena al di sotto delle soglie di legge.
Quante ore di lavoro dedica un’azienda a raccogliere documenti per partecipare a una gara pubblica? Fatturati certificati, referenze, attestazioni antimafia, certificazioni di qualità, DURC, visure, dichiarazioni sostitutive. Tutto questo va recuperato, aggiornato e riformattato per ogni procedura, verso ogni stazione appaltante, spesso con richieste che variano in modo non sempre comprensibile. Per una grande impresa è un costo amministrativo assorbibile. Per una PMI è spesso il costo che decide se partecipare o rinunciare. Le stime per un’azienda attiva su 15-20 procedure annue indicano un esborso tra 46.000 e 103.000 euro l’anno — costi puri di compliance burocratica, che non generano alcun valore per il committente. A questo si aggiunge il contenzioso: un ricorso al TAR costa tra 15.000 e 42.000 euro, e il sistema attuale ne produce quasi fisiologicamente.
L’art. 100 del Codice dei Contratti Pubblici prevede già la possibilità di estendere ai servizi e alle forniture il modello SOA, consolidato nei lavori pubblici da oltre venticinque anni: qualificazione ex ante, certificata una volta da un soggetto terzo accreditato, con piena valenza legale. Manca ancora il regolamento attuativo, ma la direzione è tracciata ed è coerente con la Direttiva europea 2014/24/UE, il cui art. 64 disciplina i sistemi di qualificazione secondo criteri di oggettività, trasparenza, non discriminazione e proporzionalità. La stessa direzione è confermata dalle nuove direttive comunitarie in corso di elaborazione.
Per una piccola impresa, il costo dell’attestazione — oggi applicata ai lavori — è stimato attorno a una media di 5.800 euro iniziali, con validità triennale, e 3.500 euro per la verifica successiva, con validità biennale: circa 1.933 euro annui nel primo triennio, scendendo a circa 1.860 euro a regime. A fronte degli attuali 46.000-103.000 euro, una PMI media potrebbe liberare tra 60.000 e 180.000 euro annui oggi immobilizzati in adempimenti amministrativi. Il beneficio è anche qualitativo: chi ha ottime competenze tecniche ma una struttura amministrativa leggera rischia oggi l’esclusione per un documento mancante o un formato non conforme, prima ancora che la propria offerta tecnica venga valutata. La qualificazione ex ante rovescia questa logica, spostando il giudizio sulla capacità reale dell’impresa — certificata una volta sola — invece di affidarsi alla sua abilità nel gestire la burocrazia di ogni singola procedura.
L’estensione della SOA al settore dei servizi e delle forniture si pone dunque come un netto risparmio per il mercato, quanto mai necessario in un momento storico segnato da grandi incertezze, tra cui l’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale, la cui applicazione sta investendo l’intero settore degli appalti con risvolti tanto promettenti quanto ancora da governare. Sul piano concreto, i vantaggi vanno oltre il risparmio economico: l’adozione del sistema eliminerebbe quasi completamente le esclusioni per vizi formali sui requisiti di qualificazione, standardizzerebbe le regole rendendole uguali per tutti e definite a monte, e sposterebbe il contenzioso su ciò che conta davvero — la valutazione dell’offerta tecnica — sottraendolo alla dimensione della legittimità documentale.
È una riforma che può sembrare tecnica. Ma le sue conseguenze — per le imprese, per la pubblica amministrazione, per i cittadini che di quella spesa beneficiano — sono molto concrete. L’Europa ha già indicato la direzione. Vale la pena battersi perché ci si arrivi, e perché ci si arrivi bene — possibilmente in anticipo.





