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Usa: 11 Settembre 25 anni dopo, le lezioni non imparate

11
Settembre 2026
Di Giampiero Gramaglia

Nel 25° anniversario dell’attacco all’America dell’11 settembre 2001 – quasi 3000 le vittime -, i riti del ricordo si ripetono e si rinnovano: il vice-presidente JD Vance a New York, a quello che , dopo il crollo del World Trade Center, divenne Ground Zero; e il presidente Donald Trump al Pentagono. L’anniversario è striato di polemiche e rivendicazioni: per il ritardi della giustizia – ci sono processi che stanno ancora facendo il loro corso -; per le gaffes di Trump, soprattutto, per la pubblicazione da parte del sindaco di New York Zoran Mamdani di documenti che provano che Lower Manhattan era inquinata da particelle di amianto e che le autorità lo sapevano, ma non presero provvedimenti mettendo a rischio la vita di soccorritori e residenti (1140 i casi di cancro registrati).

C’è soprattutto la percezione, con l’aggressione all’Iran in corso, che le lezioni di quel giorno non siano state imparate. Il Wall Street Journal, che dedica più spazio di tutti in prima all’anniversario, con una foto aerea di Manhattan su cui s’alza la colonna di polvere dei crolli, nota: “L’11 Settembre cambiò l’ordine del Mondo… Ma non per le ragioni che potremmo credere… L’attacco terroristico consumò risorse e attenzione degli Stati Uniti e lasciò la Nazione incapace di affrontare le minacce alla sua economia e alla sua leadership globale…”. Le radici delle crisi economiche del 2008 / ’12 e magari anche del precipitare dell’America nel trumpismo affondano in quella mattina di cielo terso su New York e Washington.

Accanto all’anniversario del’11 Settembre, due temi segnano l’attualità statunitense: la conclusione della convention repubblicana di due giorni a Dallas, dove il vp Vance è parso l’erede di Trump e dove sono serpeggiate forti perplessità sui 5000 dollari promessi da Trump a ogni cittadino adulto, se i repubblicani non perderanno la maggioranza alla Camera e al Senato nelle elezioni di midterm del 3 novembre; e gli sviluppi della guerra con l’Iran.

Axios e Cnn puntano l’attenzione sul ruolo degli Huthi nel conflitto. Axios apre con quello che presenta come un suo scoop: il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman aveva sollecitato Trump a colpire la milizia sciita filo-iraniana che dallo Yemen minaccia la sicurezza nel Mar Rosso e le installazioni petrolifere saudite. Trump disse no, ma ora – secondo quanto riferisce la Cnn, che pure presenta la notizia come esclusiva – gli Usa stanno espandendo il sostegno di intelligence fornito ai sauditi e le informazioni sugli obiettivi da colpire nella campagna contro gli Huthi. Consiglieri americani operano a sostegno delle forze saudite, con il rischio di innescare una spirale nel conflitto in Yemen che va avanti da anni e di creare un ulteriore shock all’economia mondiale.

Il New York Times informa che gli Huthi si sono impadronisti di un porto strategico sul Mar Rosso, Mokha, in quella che è presentata come una importante vittoria di un alleato dell’Iran. I miliziani hanno cacciato dalla città portuale i governativi yemeniti, acquisendo una posizione di forza da dove attaccare navi commerciali che entrano o escono dal Mar Rosso, una via vitale per il commercio mondiale, a maggior ragione dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz (o quanto meno le limitazioni al traffico).

Foreign Affairs, nel suo ultimo numero, spiega che “l’America non può asfissiare economicamente l’Iran”. E, dietro le quinte della convention di Dallas, Vance – scrive il NYT – ha raccolto “opinioni non edulcorate” sull’andamento del conflitto, che non riflette quello che lui e Trump promettevano in campagna elettorale e che non va come lui e Trump raccontano in pubblico.

Prova ne sia che ieri la Banca centrale europea ha alzato i tassi d’interesse europei dello 0,25%, perché la guerra, di cui non si vede la fine, pesa sull’inflazione ed è fonte d’incertezza negli Usa come nell’Ue sui prezzi del petrolio e dell’energia.

Veniamo alla convention. Vance ha condotto veementi attacchi ai democratici, “partito dell’odio”; e Trump ha poi chiuso l’evento chiedendo ai fans di giurargli fedeltà e di mostrargliela alle urne. Ma politicamente rilevanti sono le riserve, che serpeggiano fra i repubblicani, sul dividendo promesso da Trump a ogni americano adulto, nel caso di vittoria dei repubblicani al midterm: le perplessità non sono etiche, che pure ce ne sarebbe motivo, ma economico-finanziarie, perché gli Stati Uniti hanno già un debito record superiore ai 40 mila miliardi di dollari, cui andrebbe ad aggiungersi, d’un colpo solo, un miliardo e mezzo.

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