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11 settembre, 25 anni dopo: la guerra al terrore è finita, la sua eredità no
Di Beatrice Telesio di Toritto
Venticinque anni fa quattro aerei di linea trasformarono una mattina di settembre in uno spartiacque della storia contemporanea. Oggi l’11 settembre comincia però a cambiare natura: per decine di milioni di americani non è più memoria personale ma storia. È un passaggio generazionale che Reuters individua come uno dei tratti distintivi di questo anniversario e che modifica anche la domanda da porre sul 2001. Non soltanto che cosa accadde quel giorno, ma che cosa resta, un quarto di secolo dopo, del mondo costruito in risposta a quell’attacco.
La risposta è meno semplice di quanto suggerisca la formula della «guerra al terrore». La minaccia che dominò la politica internazionale all’inizio del secolo è profondamente cambiata. Al-Qaeda ha perso Osama bin Laden, ucciso nel 2011, e Ayman al-Zawahiri, colpito nel 2022; la sua struttura centrale è stata indebolita e l’organizzazione non è riuscita a ripetere negli Stati Uniti un attacco paragonabile a quello del 2001. Eppure non è scomparsa. Reuters ricostruisce una rete divenuta più decentralizzata, con affiliati ancora attivi soprattutto in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale, mentre la concorrenza dello Stato islamico ha ulteriormente frammentato l’universo jihadista. Più che una vittoria definitiva, dunque, è avvenuta una trasformazione della minaccia.
È proprio attorno a questo paradosso che ruota il bilancio politico di questi venticinque anni. La fase della «War on Terror» può essere letta come un periodo storico con un inizio molto preciso, l’11 settembre 2001, e una conclusione simbolica vent’anni più tardi, con il ritiro americano dall’Afghanistan nell’agosto del 2021. Per due decenni il terrorismo non è stato soltanto uno dei problemi di sicurezza degli Stati Uniti: è diventato il principio attorno al quale Washington ha ridefinito buona parte della propria politica estera, l’impiego della forza militare e persino l’architettura dello Stato. In appena diciotto mesi gli Stati Uniti rovesciarono i governi dell’Afghanistan e dell’Iraq, ampliarono le operazioni antiterrorismo in molti Paesi e usarono il proprio peso diplomatico, economico e militare per disarticolare le reti jihadiste e colpirne i finanziamenti.
Da questo punto di vista l’America ha ottenuto un risultato che nel settembre 2001 non era affatto scontato: impedire che il terrorismo jihadista continuasse a produrre sul territorio statunitense attacchi della stessa portata. Ma quel successo operativo si accompagnò progressivamente a un obiettivo assai più ambizioso. Colpire al-Qaeda diventò combattere il terrorismo su scala globale; la distruzione delle sue basi in Afghanistan si trasformò in nation building; alla guerra afghana seguì l’invasione dell’Iraq, mentre operazioni militari, missioni speciali, programmi di addestramento e attacchi con droni si allargarono ben oltre i due principali teatri di guerra. La capacità americana di contenere la minaccia terroristica si dimostrò alla fine maggiore di quanto molti temessero nel 2001, ma la risposta assunse dimensioni enormemente più ampie rispetto all’obiettivo iniziale di impedire un nuovo attacco agli Stati Uniti.
Secondo il progetto Costs of War della Brown University, che il 2 settembre ha pubblicato una nuova sintesi dei costi delle guerre post-11 settembre, gli Stati Uniti hanno speso o si sono impegnati a spendere oltre 8mila miliardi di dollari. La stima comprende le spese sostenute nei primi due decenni successivi agli attentati e gli obblighi futuri legati, tra l’altro, all’assistenza ai veterani. Le ricerche del progetto hanno inoltre quantificato in centinaia di migliaia le morti direttamente legate alle guerre successive agli attentati, alle quali vanno aggiunte quelle indirette provocate dalla distruzione di infrastrutture e sistemi sanitari, dagli sfollamenti e dalle conseguenze economiche dei conflitti. Numeri che non esauriscono il giudizio storico su quella stagione, ma danno la misura della distanza tra la missione iniziale e ciò che la risposta americana sarebbe diventata.
È qui che il venticinquesimo anniversario diventa anche un bilancio dell’uso della potenza americana. L’11 settembre arrivò nel momento di massima superiorità degli Stati Uniti, dieci anni dopo la fine dell’Unione Sovietica e quando nessun concorrente appariva in grado di sfidarne seriamente la leadership globale. Washington reagì dunque a una minaccia proveniente da un attore non statale utilizzando gli strumenti di una superpotenza senza rivali. Afghanistan e soprattutto Iraq mostrarono progressivamente il limite di quell’impostazione: la capacità di abbattere un regime o distruggere un’organizzazione non coincide con quella di costruire l’ordine politico destinato a sostituirli.
Ma le guerre sono soltanto una parte dell’eredità. L’attacco del 2001 trasformò anche lo Stato americano. Nacque il Department of Homeland Security, venne creata una nuova architettura per coordinare intelligence e antiterrorismo, aumentarono i poteri di sorveglianza e si moltiplicarono le strutture incaricate di prevenire un nuovo attacco. Molte istituzioni nate per affrontare un’emergenza eccezionale sono diventate permanenti anche quando quella particolare emergenza ha progressivamente perso centralità. È uno dei lasciti più profondi del dopo 11 settembre: il confine tra politica estera, sicurezza nazionale e politica interna si è fatto più sottile e il rapporto tra protezione, sorveglianza e libertà civili è diventato una questione strutturale della democrazia americana.
Anche la percezione della minaccia è cambiata. Un sondaggio Reuters/Ipsos realizzato in occasione dell’anniversario mostra che oggi gli americani temono più il terrorismo e l’estremismo interni che un attacco organizzato dall’estero: il 61% considera le azioni ideologicamente motivate di estremisti domestici una minaccia maggiore rispetto a quelle provenienti dall’esterno. Quasi la metà esprime inoltre un giudizio negativo sulle guerre in Afghanistan e Iraq, mentre resta molto più ampio il consenso sulle misure di sicurezza adottate negli aeroporti. È forse uno degli indicatori più chiari della distanza dal 2001: la sicurezza continua a essere una preoccupazione centrale, ma il nemico non viene più identificato necessariamente oltre i confini degli Stati Uniti.
Il paradosso è ancora più evidente perché questo anniversario arriva mentre gli Stati Uniti sono nuovamente coinvolti in una guerra in Medio Oriente. Il conflitto con l’Iran riporta nel dibattito americano un lessico che sembrava appartenere alla stagione delle «forever wars»: obiettivi militari inizialmente circoscritti, progressivo allargamento della missione e difficoltà nel definire una strategia di uscita. Il confronto con Afghanistan e Iraq non implica naturalmente l’identità tra conflitti molto diversi, ma ripropone una domanda che il dopo 11 settembre avrebbe dovuto rendere centrale: quale risultato politico deve essere raggiunto perché un intervento militare possa considerarsi concluso?
Anche la struttura della potenza militare americana porta ancora le tracce di quella stagione. Il bilancio della Difesa statunitense, pari a circa 280 miliardi di dollari alla vigilia dell’11 settembre, supera oggi i 900 miliardi. Ma l’aumento della spesa non elimina un problema sempre più evidente nei conflitti contemporanei: sistemi estremamente sofisticati e costosi devono confrontarsi con droni, missili relativamente economici, cyberattacchi e altre forme di guerra asimmetrica. Il punto non è che la superiorità tecnologica americana sia diventata irrilevante, ma che l’equazione tra superiorità di mezzi e superiorità strategica, già messa in discussione in Afghanistan e Iraq, lo è ancora di più nel mondo del 2026.
La minaccia terroristica, intanto, non si è semplicemente ridotta: si è frammentata e tecnologicamente evoluta. Le analisi del Council on Foreign Relations richiamano l’attenzione sul rischio che strumenti commerciali e facilmente accessibili, dai droni alle comunicazioni cifrate fino alle nuove possibilità offerte dall’intelligenza artificiale, aumentino le capacità operative di piccoli gruppi e singoli individui. Allo stesso tempo, dopo anni in cui la competizione tra grandi potenze ha assorbito una quota crescente dell’attenzione strategica americana, il terrorismo rischia nuovamente di scivolare ai margini delle priorità di sicurezza. Il pericolo è prepararsi a impedire il precedente attacco anziché comprendere la forma del successivo.
È probabilmente questa la lezione politica più attuale dell’11 settembre. Gli Stati Uniti del 2001 sottovalutarono una minaccia che avevano davanti agli occhi; negli anni successivi finirono invece, in più occasioni, per sopravvalutare la capacità della forza militare di produrre risultati politici. Sono due errori opposti ma non incompatibili. Prevenire il prossimo shock richiede intelligence, tecnologia, cooperazione internazionale e la capacità di anticipare minacce ancora poco visibili. Evitare un nuovo ciclo di guerre senza fine richiede però anche qualcosa che nel dopo 11 settembre mancò spesso: distinguere tra ciò che rappresenta un pericolo reale e ciò che deve diventare il principio organizzatore dell’intera politica estera.
Venticinque anni dopo, dunque, il successo e il fallimento della risposta all’11 settembre convivono. L’America ha impedito che al-Qaeda realizzasse il progetto di trasformarsi nella forza capace di piegare gli Stati Uniti e di guidare stabilmente il jihadismo globale. Ma gli attentati produssero comunque un effetto storico molto più grande della capacità materiale dei loro organizzatori: spinsero la maggiore potenza mondiale a modificare per una generazione le proprie guerre, le proprie istituzioni e il modo stesso in cui percepiva la sicurezza. Per questo l’11 settembre appartiene ormai alla storia, ma il suo dopoguerra non è ancora del tutto finito.





