Politica

Emma Bonino, le sue proposte per l’Europa

11
Settembre 2026
Di Redazione

Emma Bonino è morta l’11 settembre 2026 a Roma, a 78 anni, dopo il ricovero al Santo Spirito per una crisi respiratoria. 

Se ne va la storica leader radicale, ex ministra degli Esteri nel governo Letta, ex Commissaria europea alla Salute e Protezione dei consumatori tra il 1995 e il 1999, tra le voci più nitide e scomode dell’europeismo italiano. 

Una carriera lunga mezzo secolo — dal Parlamento europeo alla Farnesina, dalle battaglie referendarie degli anni Settanta fino alla fondazione di Più Europa nel 2017 — che le dava, quando parlava di riforme dell’Unione, una credibilità rara: non proposte astratte, ma indicazioni maturate da chi le istituzioni europee le aveva vissute dall’interno, sia a Bruxelles sia nei negoziati tra governi. 

The Watcher Post l’aveva intervistata nel maggio 2024, alla vigilia delle elezioni europee, nel format “The Watcher Poll Eu”. 

Ecco, punto per punto, quali erano le sue proposte per riformare l’Unione, e perché a distanza di due anni restano attuali.

Abolire il diritto di veto
Era la priorità assoluta di Bonino, la riforma da cui secondo lei dipendeva tutto il resto. Oggi, su materie chiave come politica estera, fisco o allargamento, ogni decisione del Consiglio dell’UE richiede l’unanimità dei 27 Stati membri: basta un solo Paese contrario per bloccare tutto, come accadde — raccontava Bonino — con una proposta della Commissione von der Leyen sull’immigrazione, approvata anche dal Parlamento europeo ma affondata da uno o due governi in sede di Consiglio. 

Bonino voleva sostituire questo meccanismo con il voto a maggioranza, per rendere l’Unione capace di decidere davvero, anche su materie sensibili come la politica estera comune. Da qui la sua definizione dell’Europa attuale, ripresa da un collega belga: “gigante economico, nano politico e verme militare” — forte sui mercati, incapace di parlare con una voce sola sulle questioni che contano davvero, dalla sicurezza alla diplomazia.

Difesa comune, ma dopo la politica estera comune
Per Bonino un esercito europeo non ha senso senza una politica estera unificata a monte: prima bisogna decidere insieme dove e come intervenire nelle crisi internazionali, altrimenti non può essere un capo di stato maggiore a stabilirlo caso per caso, senza un mandato politico condiviso. 

La sequenza era obbligata, diceva: prima l’unità politica, poi quella militare. Mettere il carro della difesa comune davanti ai buoi della politica estera comune, per lei, avrebbe prodotto solo un’ennesima struttura senza reale capacità decisionale.

Completare l’unione finanziaria

Bonino segnalava un dato decisivo: il bilancio comune dell’UE vale solo circa l’1-1,2% del PIL dell’Unione, una cifra che considerava incompatibile con qualsiasi ambizione politica seria e che rende impossibile finanziare politiche economiche comuni di peso, dalla transizione energetica alla ricerca. 

La sua proposta era rendere strutturale l’architettura finanziaria avviata, in via eccezionale, con il Next Generation EU nato per rispondere alla pandemia: da strumento temporaneo, legato a un’emergenza irripetibile, a pilastro stabile del bilancio europeo, con capacità di debito comune permanente.

Usare la “cooperazione rafforzata” come metodo
Invece di aspettare riforme dei trattati sempre bloccate dal veto, Bonino indicava una scorciatoia già collaudata dai fatti: la cooperazione rafforzata, cioè accordi tra un gruppo di Stati membri che decidono di procedere insieme su una materia, senza dover aspettare il consenso di tutti gli altri 27. 

È così, ricordava, che sono nati sia l’euro sia lo spazio Schengen: non per voto unanime di tutta l’Unione, ma per iniziativa di un nucleo di Paesi disposti ad andare più avanti insieme. Bonino voleva farne la regola di lavoro ordinaria dell’Unione, non l’eccezione riservata a singole emergenze storiche.

Integrazione dei migranti come priorità strutturale
La collegava sia a ragioni umanitarie sia alla crisi demografica europea, respingendo l’etichetta di “buonismo” con cui la si liquidava spesso nel dibattito pubblico. Per lei era una delle rare materie in cui interesse economico e diritti umani coincidono, invece di scontrarsi come accade di solito in politica estera, dove — notava — gli interessi degli Stati prevalgono quasi sempre sui princìpi. Un’Unione che invecchia, diceva, non può permettersi di trattare l’immigrazione solo come un’emergenza da contenere.

La critica di fondo alle campagne elettorali europee
Bonino denunciava anche un problema di metodo, prima ancora che di contenuto: le campagne elettorali europee, diceva, non parlano quasi mai d’Europa, restando ancorate a cronaca nera, scandali e polemiche tutte nazionali. 

“Non mi sono ancora accorta che ci sia una campagna elettorale sull’Europa”, disse durante l’intervista, con l’ironia tagliente che la contraddistingueva. Una diagnosi confermata pochi giorni dopo quell’intervista, quando la lista Stati Uniti d’Europa, di cui era capolista, restò fuori dal Parlamento europeo fermandosi al 3,7% contro la soglia di sbarramento del 4%: un’esclusione bruciante per chi aveva costruito l’intera campagna proprio attorno al tema europeo.

Le reazioni istituzionali alla sua morte hanno attraversato gli schieramenti politici, a conferma di un’autorevolezza riconosciuta anche da chi non ne condivideva le posizioni. 

La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola l’ha ricordata così: “Emma Bonino non ha mai aspettato che il mondo fosse pronto. Ha sempre scelto di andare avanti, indicando la strada agli altri. È così che sarà ricordata in Italia e a Bruxelles”. Anche la premier Giorgia Meloni, su posizioni lontanissime dalle sue, ne ha riconosciuto “il peso e il ruolo nella vita pubblica della nostra Nazione”. 

Resta, di quell’ultima intervista concessa a The Watcher Post con Paolo Bozzacchi, il ritratto di un’europeista che non credeva ai sogni senza riforme concrete alle spalle.

Completare l’unione finanziaria
Bonino segnalava un dato decisivo: il bilancio comune dell’UE vale solo circa l’1-1,2% del PIL dell’Unione, una cifra che considerava incompatibile con qualsiasi ambizione politica seria e che rende impossibile finanziare politiche economiche comuni di peso, dalla transizione energetica alla ricerca. La sua proposta era rendere strutturale l’architettura finanziaria avviata, in via eccezionale, con il Next Generation EU nato per rispondere alla pandemia: da strumento temporaneo, legato a un’emergenza irripetibile, a pilastro stabile del bilancio europeo, con capacità di debito comune permanente.

Usare la “cooperazione rafforzata” come metodo
Invece di aspettare riforme dei trattati sempre bloccate dal veto, Bonino indicava una scorciatoia già collaudata dai fatti: la cooperazione rafforzata, cioè accordi tra un gruppo di Stati membri che decidono di procedere insieme su una materia, senza dover aspettare il consenso di tutti gli altri 27. È così, ricordava, che sono nati sia l’euro sia lo spazio Schengen: non per voto unanime di tutta l’Unione, ma per iniziativa di un nucleo di Paesi disposti ad andare più avanti insieme. Bonino voleva farne la regola di lavoro ordinaria dell’Unione, non l’eccezione riservata a singole emergenze storiche.

Integrazione dei migranti come priorità strutturale
La collegava sia a ragioni umanitarie sia alla crisi demografica europea, respingendo l’etichetta di “buonismo” con cui la si liquidava spesso nel dibattito pubblico. Per lei era una delle rare materie in cui interesse economico e diritti umani coincidono, invece di scontrarsi come accade di solito in politica estera, dove — notava — gli interessi degli Stati prevalgono quasi sempre sui princìpi. Un’Unione che invecchia, diceva, non può permettersi di trattare l’immigrazione solo come un’emergenza da contenere.

La critica di fondo
Bonino denunciava anche un problema di metodo, prima ancora che di contenuto: le campagne elettorali europee, diceva, non parlano quasi mai d’Europa, restando ancorate a cronaca nera, scandali e polemiche tutte nazionali. “Non mi sono ancora accorta che ci sia una campagna elettorale sull’Europa”, disse durante l’intervista, con l’ironia tagliente che la contraddistingueva. Una diagnosi confermata pochi giorni dopo quell’intervista, quando la lista Stati Uniti d’Europa, di cui era capolista, restò fuori dal Parlamento europeo fermandosi al 3,7% contro la soglia di sbarramento del 4%: un’esclusione bruciante per chi aveva costruito l’intera campagna proprio attorno al tema europeo.

Le reazioni istituzionali alla sua morte hanno attraversato gli schieramenti politici, a conferma di un’autorevolezza riconosciuta anche da chi non ne condivideva le posizioni. La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola l’ha ricordata così: “Emma Bonino non ha mai aspettato che il mondo fosse pronto. Ha sempre scelto di andare avanti, indicando la strada agli altri. È così che sarà ricordata in Italia e a Bruxelles”. Anche la premier Giorgia Meloni, su posizioni lontanissime dalle sue, ne ha riconosciuto “il peso e il ruolo nella vita pubblica della nostra Nazione”. Resta, di quell’ultima intervista concessa a The Watcher Post, il ritratto di un’europeista che non credeva ai sogni senza riforme concrete alle spalle.

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