Esteri

Iran: tornano a soffiare i venti di guerra, Trump sotto schiaffo medita l’attacco

23
Maggio 2026
Di Giampiero Gramaglia

Tornano a soffiare forte i venti di guerra sull’Iran: difficile, però, capire se il tamtam battuto da ieri dall’Amministrazione Trump sia un’ennesima pressione sul regime di Teheran, perché addivenga a un’intesa, che media arabi davano venerdì per imminente, o sia davvero l’annuncio di una ripresa dei bombardamenti, per la frustrazione – il termine è ricorrente – del presidente Usa Donald Trump sull’andamento delle trattative.

Axios titola: “Trump incontra i consiglieri sull’Iran e valuta la ripresa dei bombardamenti”. Fox, che cita fonti militari, scrive: “Il problema non è se, ma quando ci sarà la prossima mossa”. A dare più pathos all’attesa, c’è la decisione del magnate presidente di non andare al secondo matrimonio del figlio primogenito Donald jr, che si sposa alle Bahamas, e di restare a Washington.

Il New York Times scrive: “Trump soppesa le opzioni per una ripresa degli attacchi sull’Iran”. Secondo il giornale, “non mancano gli obiettivi”, se il presidente decide di tornare a colpire: impianti industriali ed energetici finora non presi di mira; o i depositi di uranio arricchito collocati sul sito di Isfahan – così profondi da essere rimasti finora intatti -; o i siti missilistici che appaiono non essere stati finora distrutti – né le rampe di lancio né i depositi -.

Il NYT sostiene che è cambiato, nelle ultime settimane, il rapporto tra Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che, da co-pilota dell’aggressione all’Iran – anzi, fu lui a istigare Trump all’attacco -, si ritrova ora ad essere un passeggero su un velivolo condotto dal solo presidente Usa. Con il rischio di andare a schiantarsi insieme, ma senza potere determinare la rotta.

Nello specifico, Netanyahu è stato tenuto ai margini delle trattative di pace tra Usa e Iran mediate dal Pakistan e da altri Paesi: “Una situazione umiliante per il premier e pericolosa per Israele”, che potrebbe essere chiamato ad avallare intese che non gli convengono.

D’altro canto, un rapporto del Pentagono cui dà rilievo il Washington Post mostra che Israele dipende, per la sua difesa anti-aerea, in gran parte dagli Stati Uniti: per intercettare missili e droni iraniani sono stati usati più missili Usa che israeliani, col risultato di intaccare le riserve statunitensi in un momento in cui la produzione degli ordigni non tiene il passo con il ritmo d’impiego. Il che è motivo d’allarme per gli apparati militari statunitensi, ma anche per gli altri alleati degli Stati Uniti.

La priorità principale della comunità internazionale resta, tuttavia, la riapertura alla navigazione dello Stretto di Hormuz, la cui chiusura innesca una crisi energetica planetaria. L’Ue s’è appena dotata di strumenti legali per colpire quanti ostacolino la libertà di navigazione nello Stretto.

Netanyahu, come Trump, ha in questo momento preoccupazioni elettorali. La prospettiva d’un voto politico anticipato in Israelecrea fermenti nella sua maggioranza: lo dimostrano i comportamenti fuori controllo dei ministri leader di movimenti dell’estrema destra ultra-religiosa. Itamar Ben-Gvir, leader del partito Potere Ebraico e ministro della Sicurezza Nazionale, e Bezalel Smotrich, leader del partito Sionismo Religioso, ministrodelle Finanze e punto di riferimento dei coloni come supervisore degli insediamenti in Cisgiordania, accentuano a vicenda le loro posizioni oltranziste, mettendo in difficoltà Netanyahu e a repentaglio la coalizione.

Trump, dal canto suo, è reduce da una settimana in cui, per il WallStreet Journal, ha perso la presa sui gruppi repubblicani nel Congresso, subendo smacchi sul fronte della guerra all’Iran – in Senato avanza una risoluzione che chiede la fine del conflitto – e sui fronti interni – alla Camera, suscitano una vera e propria rivolta il fondo per indennizzare gli amici e i seguaci del presidente che avrebbero subito torti giudiziari e l’intesa permettere al riparo da contenziosi fiscali di qui all’eternità la famiglia Trump -.

E’ pure contestata la legittimità della decisione dell’Amministrazione che la richiesta di green-card, il documento che è l’anticamera della cittadinanza, sia fatta stando fuori dagli Stati Uniti: la mossa nasce dal desiderio di limitare l’immigrazione anche legale negli Usa, interessa centinaia di migliaia di persone che vivono e lavorano da anni negli Usa e hanno maturato i requisiti per la ‘carta verde’ e dovrebbero ora lasciare la famiglia e il lavoro per ottenerla.

In ambito internazionale, si profila uno ‘showdown’ fra la Nato e Trump al vertice dell’Alleanza, che si farà in Turchia a luglio, Alla riunione in Svezia del Consiglio atlantico, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha ribadito la delusione del presidente per il mancato supporto degli alleati all’aggressione israelo-americana all’Iran, decisa per altro senza né consultare né informare l’Alleanza e i suoi membri.

Il consulto in Svezia s’è svolto in un clima di disagio anche per le contraddittorie indicazioni venute da Washington circa l’invio in Polonia di 5.000 militari Usa di rinforzo alle difese atlantiche: prima concordati, poi bloccati dal segretario alla Guerra Pete Hegseth, infine confermati da Trump come concessione fatta al presidente polacco Karol Nawrocki, un nazionalista suo sodale politico.

Ieri, infine, l’Amministrazione Trump ha perso un altro pezzo: s’è dimessa Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale, transfuga democratica dalle contestate competenze. Gabbard, che aveva spesso annaspato in pubblico per adeguare le posizioni dell’intelligence a quelle di Trump, lascia per essere vicina al marito, colpito da una rara forma di cancro osseo. Gabbard è il quarto membro del gabinetto Trump a rassegnare le dimissioni: tutte donne, finora, le responsabili della Giustizia Pam Bondi, della Sicurezza interna Kristi Noem e del Lavoro Lori Chavez – DeRemer.

Per una che va, sostituita ‘ad interim’ dal suo vice Aaron Lukas, uno che arriva: Kevin M. Warsh ha ieri giurato come nuovo presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Warsh prende il posto di Jerome Powell, che ha esaurito il suo mandato, ma che resta nel board della Fed: Trump si aspetta che tagli il costo del denaro, misura particolarmente controversa ora che la guerra fa lievitare l’inflazione.

Il magnate presidente vuole restituire ai cittadini fiducia nell’economia, fiducia che nei sondaggi è ai minimi da quattro anni in qua: Trump, cioè, raccoglie in economia meno consensi del suo da lui vituperato predecessore Joe Biden.