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È morto Carlin Petrini, il fondatore del movimento Slow Food

22
Maggio 2026
Di Giuliana Mastri

È morto Carlin Petrini. Aveva fondato Slow Food, aveva cambiato il modo in cui il mondo pensa al cibo, aveva trasformato una passione da osteria piemontese in un movimento planetario. Se ne è andato giovedì 21 maggio, e chi lo ha conosciuto – anche solo da lontano, attraverso i suoi discorsi o le sue battaglie – sa che con lui scompare una figura difficile da sostituire.

Nelle fotografie degli anni Ottanta era irriconoscibile: un ragazzone con la camicia scozzese, l’aria da festa perpetua, sempre con l’amico Azio Citi a portata di voce. Slow Food non si chiamava ancora così – era Arcigola – e la sinistra italiana stava scoprendo che si poteva anche godere la vita senza per questo tradire la causa. Petrini incarnava quella stagione con una naturalezza disarmante: amava le osterie, il vino rosso, i tajarin, le persone. Qualcosa a metà tra Guccini e un sindaco di campagna, con Bra al posto di Pavana.

La metamorfosi

Poi arrivò la malattia, e tutto cambiò. Ne uscì con un corpo diverso e uno sguardo più lungo: meno compagnone, più visionario. L’associazione lo seguì in questa trasformazione, abbandonando progressivamente l’edonismo delle origini per abbracciare qualcosa di più ambizioso – una rete mondiale di comunità contadine, artigiani del cibo, custodi di saperi locali. Nacque Terra Madre, e con essa un movimento che non aveva precedenti: un’internazionale dei piccoli contro i grandi, delle radici contro l’omologazione, del territorio contro la globalizzazione senza memoria.

Chi ha assistito ai suoi discorsi di apertura al Lingotto, davanti a migliaia di allevatori e agricoltori in abiti tradizionali arrivati da ogni continente, conserva un ricordo fisico di quei momenti. Cominciava sottovoce, quasi esitando, poi qualcosa si accendeva: la voce saliva, l’italiano lasciava spazio al piemontese, e alla fine quella platea variegata e improbabile era in piedi. Aveva il dono raro di far sentire le persone parte di qualcosa più grande di loro.

Un pensiero inclassificabile

Progressista o reazionario? La domanda lo accompagnò per tutta la vita, senza trovare risposta soddisfacente. Amava Latouche e la decrescita, portava Vandana Shiva ai suoi congressi, combatteva gli Ogm con la stessa energia con cui difendeva le sementi antiche. Eppure piantava alberi con il re d’Inghilterra, frequentava Papa Francesco con l’affetto riservato a un fratello, e con la realpolitik tipica del Piemonte profondo sapeva stringere alleanze ovunque servissero alla causa: con Ghigo per il Salone del Gusto, con Alemanno quando era ministro dell’Agricoltura, persino con Farinetti per costruire l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo – e chi storce il naso su quell’ultima collaborazione dimentica che senza di essa quell’università probabilmente non esisterebbe.

La stanchezza e il vuoto

Gli ultimi anni erano stati pesanti. Lo si vedeva nei convegni: arrivava esausto, sedeva con il gomito sul tavolo e la testa tra le mani, poi saliva sul palco e trovava ancora una volta la forza di accendere la sala. Ma la presenza sempre più intermittente aveva già lasciato il segno su Slow Food: un’associazione costruita attorno a una figura carismatica fatica a proiettarsi oltre quella figura, e Petrini non aveva indicato un erede. È il limite che accomuna certi grandi leader: costruiscono tutto, e non insegnano a nessuno come andare avanti senza di loro.

Della sua vita privata non si sapeva quasi nulla, e lui ci teneva così. Circolavano voci su un rifugio in America Latina, e chi lo amava lo immaginava in qualche serata alla Paolo Conte, panama in testa, bicchiere in mano. È un’immagine più giusta di molte biografie ufficiali: Carlin Petrini, in fondo, era uno che sapeva stare bene nel mondo. E che aveva cercato, con ostinazione e talento, di renderlo un posto migliore.