Economia

Deficit al 3,1%, Meloni critica l’Istat, Giorgetti guarda a Bruxelles

23
Settembre 2026
Di Lorenzo Berna

Il deficit italiano resta al 3,1% del Pil e per il governo sfuma l’obiettivo di uscire già quest’anno dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Il dato definitivo dell’Istat ha spento le speranze dell’esecutivo di scendere sotto la soglia del 3% con un anno di anticipo rispetto alla tabella di marcia. Un risultato che restringe gli spazi di finanza pubblica e apre contemporaneamente due fronti: quello interno, con Giorgia Meloni critica nei confronti delle revisioni statistiche, e quello europeo, dove il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti punta a ottenere margini per la prossima manovra.

L’Istat ha confermato per il 2025 un indebitamento netto pari al 3,1% del Pil, contro il 3,4% dell’anno precedente. Il risultato è rimasto invariato rispetto alla stima precedente nonostante una revisione al rialzo del Pil di quasi 7 miliardi di euro. In valore assoluto, infatti, anche il deficit è stato rivisto al rialzo di 355 milioni, arrivando a 69,736 miliardi.

A Palazzo Chigi la delusione è legata soprattutto alla distanza minima che separa il risultato dalla soglia europea. Il governo aveva sperato fino all’ultimo che le revisioni consentissero di anticipare l’uscita dalla procedura, pur avendo sempre indicato ufficialmente il 2026 come anno del ritorno sotto il 3%.

Meloni e le critiche all’Istat

La presidente del Consiglio non ha nascosto il disappunto. A inizio settembre, dal palco di Bari, aveva indicato la riduzione del deficit come uno dei risultati da rivendicare, parlando di un passaggio «abbiamo protetto i risparmi degli italiani, quando tanti speravano nella tempesta finanziaria per mandarci a casa, abbiamo ridotto il deficit rimesso l’Italia sulla strada dell’uscita dalla procedura».

Dopo la conferma del 3,1%, Meloni ha invece manifestato irritazione per le continue revisioni dei dati. «Non so se sottostima gli italiani o il governo e questo mi dispiace, non vorrei succedesse anche fra tre anni», ha dichiarato.

Il ministro dell’Economia, dopo la diffusione dei numeri, ha commentato: «Prendiamo atto con rammarico». Secondo la ricostruzione, nei giorni precedenti il Tesoro non avrebbe avuto certezze sull’esito finale e lo stesso Giorgetti aveva mantenuto riservata la propria valutazione.

La manovra e il confronto con Bruxelles

Il mancato ritorno sotto il 3% lascia l’Italia all’interno della procedura europea per disavanzo eccessivo, aperta nel 2024. La Commissione europea indica tuttora formalmente l’Italia tra i Paesi sottoposti alla procedura.

Il governo deve quindi affrontare la preparazione della manovra con margini più stretti. Nel confronto europeo, Giorgetti punta però sulla traiettoria di riduzione del deficit e sul confronto con gli altri grandi Paesi. La Commissione, nelle previsioni di primavera, indicava per l’Italia un deficit al 2,9% sia nel 2026 sia nel 2027.

Nel confronto richiamato dal Tesoro, il disavanzo italiano previsto per il 2026 e il 2027 sarebbe inferiore a quello americano, britannico, tedesco e francese. Numeri che il governo intende utilizzare nel negoziato europeo per sostenere la solidità del percorso di risanamento.

Secondo la ricostruzione della Stampa, Giorgetti conta in particolare sulla disponibilità della Commissione e della vicepresidente esecutiva responsabile della politica di coesione e delle riforme, Raffaele Fitto, per individuare possibili margini. Tra le ipotesi c’è quella di utilizzare la prospettiva del ritorno sotto il 3% nel 2026 per ottenere maggiore flessibilità già in primavera. 2026092363377430.pdf_DeMonte_I

Dal bollo auto agli investimenti, i margini da trovare

La questione ha conseguenze dirette sulle misure che il governo vorrebbe finanziare. Tra queste figura il taglio del bollo auto, sul quale l’esecutivo deve individuare coperture, mentre la manovra dovrà muoversi entro vincoli di bilancio più stringenti.

Nel confronto con Bruxelles pesa anche il tema del Recovery Plan. Secondo la ricostruzione del quotidiano, restano da spendere 24 miliardi non ancora impiegati in strumenti finanziari destinati a investimenti che diversamente avrebbero dovuto essere già avviati. Una parte di queste risorse potrebbe essere orientata verso investimenti nelle Ferrovie, l’ammodernamento delle reti idriche, impianti per gli studenti fuori sede e il sostegno alle imprese.

La tempistica, però, rimane decisiva. Per il governo l’obiettivo è arrivare alla prossima primavera con un deficit sufficientemente basso da conquistare nuovi margini di spesa. Giorgetti, secondo la ricostruzione, ritiene possibile sfruttare la «coda del Recovery Plan» e la spinta agli investimenti per rafforzare il quadro dei conti pubblici. La partita sulla flessibilità europea, mancato per un decimale l’obiettivo del 2025, viene così rinviata ai prossimi mesi.