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Washington alza il prezzo del petrolio russo: la nuova guerra delle sanzioni
Di Paolo Bozzacchi
La guerra economica contro la Russia entra in una nuova fase. Washington non punta più soltanto su Mosca, ma sui Paesi che continuano a comprarne petrolio e gas. Con dazi fino al 100%, Cina e India finiscono al centro della pressione americana. Una mossa che intreccia guerra in Ucraina, rapporti di forza nell’Indo-Pacifico e futuro del mercato globale dell’energia.
Il petrolio russo è diventato il nuovo terreno di scontro tra Washington e il resto del mondo. La decisione del Congresso americano di rafforzare le sanzioni contro Mosca e di aprire alla possibilità di imporre dazi fino al 100% ai Paesi che continuano ad acquistare energia russa sposta il baricentro della strategia statunitense: dalla Russia ai suoi clienti. È una svolta che va oltre il dossier ucraino. Tra quei clienti ci sono infatti Cina e India, due delle maggiori potenze economiche mondiali e, per ragioni diverse, interlocutori strategici degli Stati Uniti.
Il provvedimento approvato dalla Camera il 16 settembre con 262 voti contro 159, dopo il via libera del Senato in agosto, non introduce automaticamente i nuovi dazi: lascia alla Casa Bianca un’ampia discrezionalità sulla loro applicazione. Trump ha comunque annunciato l’intenzione di firmare la legge. La logica di Washington è quella della pressione indiretta: se il petrolio russo continua a trovare acquirenti, bisogna aumentare il costo politico ed economico di comprarlo. Le sanzioni diventano così una leva non soltanto contro Mosca, ma sull’intero sistema commerciale che permette alla Russia di continuare a esportare.
È qui che la questione energetica si trasforma in una partita di politica estera.
Mosca: «azioni ostili» che complicano la diplomazia
La reazione del Cremlino è stata immediata. Il portavoce Dmitry Peskov ha definito le nuove misure americane «azioni ostili» e ha avvertito che ulteriori sanzioni renderebbero più difficile il raggiungimento di un accordo di pace sulla guerra in Ucraina.
La posizione russa arriva mentre Washington continua a mantenere aperto un canale diplomatico con Mosca e Kyiv. Secondo il Cremlino, l’inasprimento delle sanzioni rischia dunque di entrare in contraddizione con gli sforzi negoziali.
Sul piano economico, la Russia dispone però oggi di una geografia delle esportazioni profondamente diversa da quella precedente all’invasione dell’Ucraina. Cina e India sono diventate i principali mercati per il greggio russo: secondo i dati di agosto citati da CREA, la Cina assorbiva circa metà delle esportazioni russe di greggio, mentre l’India rappresentava circa il 37%.
Mosca ha perso una parte importante del mercato europeo, ma ha contemporaneamente spostato verso l’Asia una quota enorme delle proprie esportazioni. Il problema per Washington è che interrompere questo nuovo equilibrio è molto più complesso che sanzionare direttamente Mosca.
India: la sicurezza energetica prima di tutto
Il Paese più esposto alla nuova strategia americana è l’India.
New Delhi ha sottolineato che le possibili conseguenze della nuova legislazione riguardano sia le relazioni bilaterali con Washington sia il mercato energetico internazionale. Il ministero degli Esteri indiano ha ribadito l’impegno a garantire la sicurezza energetica attraverso la diversificazione delle fonti e ha affermato che il governo adotterà le misure necessarie per tutelare i propri interessi commerciali ed economici. Il messaggio politico è netto: l’India non considera il proprio approvvigionamento energetico una variabile subordinata alla politica estera americana. Per Washington si apre così un dilemma strategico. L’India è uno dei partner più importanti degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, anche nel quadro della competizione con la Cina. Una pressione eccessiva sul petrolio russo rischia quindi di trasformare una controversia energetica in un problema più ampio nelle relazioni bilaterali.
Pechino respinge la «long-arm jurisdiction»
La risposta cinese è altrettanto netta. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha affermato che Pechino si oppone alla cosiddetta long-arm jurisdiction, cioè all’estensione extraterritoriale delle norme americane. Secondo la Cina, misure prive di una base nel diritto internazionale e non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU non dovrebbero interferire con i normali rapporti commerciali tra Stati. Dietro la disputa giuridica c’è una questione geopolitica più ampia. La Cina è contemporaneamente uno dei maggiori acquirenti del petrolio russo e uno dei principali interlocutori economici degli Stati Uniti. Il dossier energetico si intreccia quindi con la più ampia competizione commerciale e strategica tra Washington e Pechino.
Il petrolio russo diventa così anche una leva negoziale all’interno del confronto sino-americano.
Turchia ed Europa nel mezzo
La pressione americana non riguarda soltanto Pechino e New Delhi.
Tra gli acquirenti del greggio russo figurano anche Turchia e alcuni Paesi europei. Ankara si trova in una posizione particolarmente delicata: membro della NATO e partner degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo profondamente integrata nel sistema energetico russo. Per l’Unione europea il quadro è diverso. Bruxelles ha progressivamente ridotto la dipendenza dal petrolio russo e ha ampliato le sanzioni contro Mosca, comprese quelle rivolte al settore energetico e alla shadow fleet.
Ma il mercato globale rende difficile separare completamente i flussi. Un barile russo può essere acquistato da un Paese terzo, raffinato e trasformato in prodotti petroliferi che vengono poi commercializzati altrove.
La questione delle sanzioni diventa quindi anche una questione di tracciabilità, assicurazioni, trasporto marittimo e intermediari finanziari.
Il vero rischio: uno shock sul mercato del greggio
La domanda centrale è quanto sarà aggressiva Washington nell’utilizzare i nuovi poteri.
La legge consente dazi fino al 100%, ma non li impone automaticamente. Proprio questa discrezionalità potrebbe diventare uno strumento negoziale della Casa Bianca. L’impatto dipenderà dalla concreta applicazione delle misure. Un’applicazione generalizzata contro i principali acquirenti del greggio russo potrebbe ridurre l’offerta disponibile sul mercato internazionale e contribuire a spingere verso l’alto i prezzi. Il momento è delicato. Un’ulteriore riduzione degli acquisti di greggio russo da parte di Cina e India costringerebbe infatti i due Paesi a contendersi maggiori quantità di petrolio provenienti da altri produttori.
Il meccanismo è semplice: se il petrolio russo viene escluso da una parte significativa del mercato, i barili devono essere sostituiti.
I Paesi importatori dovrebbero rivolgersi ad altri produttori, dal Medio Oriente alle Americhe, aumentando la concorrenza per le forniture disponibili. Potrebbero crescere anche costi di trasporto, premi assicurativi e sconti sul greggio russo.
Il risultato più immediato potrebbe essere una maggiore volatilità dei prezzi internazionali.
Dal petrolio alla frammentazione del sistema energetico
È probabilmente questo il punto più importante della nuova strategia americana.
La questione non riguarda soltanto quanti barili russi arriveranno sul mercato, ma come sarà organizzato il mercato energetico mondiale nei prossimi anni. Dal 2022 il sistema energetico internazionale ha già subito una profonda riconfigurazione. Le esportazioni russe si sono spostate verso l’Asia; Cina e India hanno assunto un ruolo crescente nell’assorbimento del greggio; sono aumentati il ricorso a flotte non occidentali, i pagamenti in valute diverse dal dollaro e le rotte commerciali alternative. Le nuove sanzioni americane possono accelerare ulteriormente questo processo. Washington cerca di sfruttare la centralità del mercato e del sistema finanziario statunitense per esercitare pressione sulla Russia e sui suoi acquirenti. I Paesi coinvolti hanno però un incentivo crescente a costruire circuiti energetici e finanziari meno esposti alle decisioni occidentali. La dinamica può riguardare assicurazioni marittime, finanziamento delle materie prime, sistemi di pagamento, valute utilizzate negli scambi e nuove infrastrutture energetiche. In altre parole, la conseguenza di lungo periodo potrebbe essere una maggiore frammentazione geopolitica del mercato dell’energia.
La partita decisiva
La stretta americana rappresenta un nuovo test per il sistema delle sanzioni occidentali.
Washington dispone ora di una leva potente: può aumentare il costo per i Paesi che continuano a comprare energia russa. Ma proprio la potenza dello strumento ne aumenta il rischio geopolitico. Colpire direttamente Mosca significa cercare di ridurne le entrate. Colpire anche i suoi principali clienti significa invece intervenire sulle relazioni economiche di Stati come India e Cina, con i quali gli Stati Uniti hanno contemporaneamente importanti interessi strategici e commerciali.
Il vero banco di prova sarà quindi l’applicazione della legge. Se Washington utilizzerà i nuovi poteri in modo selettivo, il provvedimento potrà funzionare soprattutto come strumento di pressione negoziale. Se invece venisse applicato rapidamente e in modo generalizzato ai grandi compratori asiatici, aumenterebbe il rischio di sottrarre una quantità significativa di greggio al mercato proprio mentre l’offerta alternativa è sottoposta a tensioni.
Il paradosso è evidente: una strategia concepita per ridurre le entrate energetiche di Mosca potrebbe, almeno nel breve periodo, contribuire ad aumentare il valore economico di ogni barile disponibile sul mercato mondiale.
La battaglia sul petrolio russo è dunque ormai qualcosa di più di una nuova tornata di sanzioni. È uno scontro sulla struttura stessa del mercato energetico internazionale: tra chi vuole utilizzare l’accesso ai mercati occidentali come strumento di pressione geopolitica e chi, da Mosca a Pechino e New Delhi, ha un incentivo crescente a costruire alternative.
Il suo esito avrà conseguenze non soltanto sui rapporti tra Stati Uniti e Russia, ma sull’architettura energetica globale degli anni a venire.





