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Casasco (FI): «Più produci, meno paghi. Fisco e industria devono tornare a spingere la crescita. Ora puntiamo alla produttività»

11
Settembre 2026
Di Alessandro Caruso

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)

Maurizio Casasco, deputato e responsabile del Dipartimento Economia di Forza Italia, mette la crescita al centro dell’agenda economica per i prossimi mesi. Medico, imprenditore, già presidente di Confapi e oggi presidente emerito della Confederazione europea delle piccole e medie imprese, Casasco ha ricevuto anche una laurea ad honorem dalla Hiroshima University of Economics. Dalla competitività europea alla politica industriale, dal ritardo sulle tecnologie di frontiera alle prossime misure fiscali, la sua ricetta parte da un principio: indirizzare risorse e regole verso chi produce, investe e crea valore.

Onorevole Casasco, qual è oggi il principale problema economico dell’Europa?
«La competitività. L’Europa si è data vincoli molto stringenti sia sul fronte della transizione ambientale sia su quello dei conti pubblici, mentre i nostri principali concorrenti internazionali operano in condizioni molto diverse. Cina, India e Stati Uniti non hanno gli stessi vincoli di bilancio pubblico ed ambientali, come ets e cbam che abbiamo imposto alle nostre imprese. tema che Forza Italia ha sollevato per prima alla camera attraverso una mozione nell’aprile 2024 a mia prima firma. Questo ha prodotto un’asimmetria che pesa sull’industria europea e rischia di tradursi anche in un problema sociale, perché quando diminuiscono produzione e posti di lavoro viene meno anche la fiducia. La transizione ambientale è necessaria, ma deve essere sostenibile dal punto di vista economico e inserita in una dimensione globale».

L’automotive è il settore in cui questa asimmetria si vede di più?
«È certamente uno dei casi più evidenti. Sull’auto abbiamo accelerato eccessivamente verso l’elettrico senza valorizzare abbastanza la neutralità tecnologica e le alternative, dai biocarburanti alle altre soluzioni capaci di ridurre le emissioni. Nel frattempo la Cina ha costruito un enorme vantaggio competitivo, anche grazie a costi energetici e condizioni industriali differenti. Basti pensare che secondo Moody’s nel primo semestre del 2026 le vendite all’estero di vetture made in China sono aumentate del 65% e passando, come confermato dalle autorità di Pechino, da 45 mila nel 2022 a 12 milioni del 2026. Il risultato è che abbiamo azzoppato l’endotermico indebolendo la nostra filiera tradizionale e contemporaneamente aumentato la dipendenza dall’estero con la perdita di posti di lavoro. L’Europa deve correggere questa impostazione e dotarsi finalmente di un vero progetto industriale».

Ma oggi la competizione industriale è soprattutto una competizione tecnologica. Quanto è indietro l’Europa?
«È questo il punto decisivo. La forza economica e anche geopolitica di un Paese si misura sempre più nella capacità di produrre, adottare e diffondere tecnologie avanzate. Europa e Italia dipendono ancora troppo da Stati Uniti e Cina nelle tecnologie critiche: semiconduttori, capacità computazionale, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali, materie prime. Sono elementi collegati tra loro, non compartimenti separati. Chi controlla questa architettura tecnologica possiede una leva economica e strategica enorme. Per questo dobbiamo industrializzare l’innovazione, non limitarci a utilizzarla».

Che cosa significa concretamente “industrializzare l’innovazione”?
«Significa creare le condizioni perché nascano startup, diventino scaleup e possano poi trasformarsi in grandi campioni industriali capaci di trascinare anche la filiera delle Pmi. Dobbiamo rendere sempre più tecnologica la nostra manifattura e orientare gli investimenti verso le tecnologie di frontiera. Pensiamo all’intelligenza artificiale: servono data center, ma i data center richiedono energia e infrastrutture. Non possiamo affrontare questi dossier separatamente. Anche gli incentivi pubblici devono diventare progressivamente più mirati: strumenti come iperammortamento e Zes hanno dato una spinta importante, ma dobbiamo indirizzare sempre più le risorse verso investimenti capaci di aumentare produttività e competitività».

Su questo si innesta la vostra proposta fiscale del “più produci, meno paghi”?
«Esattamente. La nostra proposta è una flat tax incrementale strutturale: sulla quota di reddito prodotta in più rispetto all’anno precedente si applicherebbe un’imposta del 5%. E deve valere in modo semplice e uguale per tutti, per dipendenti, autonomi, professionisti, artigiani, commercianti, imprese individuali e pensionati. Il principio è semplice: chi aumenta la propria attività, investe nella propria crescita e produce più reddito deve avere una convenienza fiscale. Non è soltanto una riduzione delle tasse, è un incentivo diretto alla crescita e anche alla trasparenza. Dobbiamo costruire un sistema in cui produrre di più convenga».

E per il ceto medio resta la proposta di portare l’aliquota Irpef al 33% fino a 60 mila euro?
«Sì. È una proposta che Forza Italia porta avanti da tempo e che vogliamo riproporre. Negli ultimi anni sono già state destinate risorse rilevanti e strutturali al taglio del cuneo fiscale di circa 13 miliardi annui e alla riduzione delle aliquote attraverso l’accorpamento degli scaglioni di reddito di 5 miliardi annui, ma ora bisogna intervenire maggiormente sul ceto medio. Ridurre al 33% l’aliquota fino a 60 mila euro significa lasciare più risorse nelle tasche delle famiglie e sostenere anche la domanda interna. Nella stessa direzione vanno la detassazione degli aumenti contrattuali e dei premi di produzione e la proposta sulle tredicesime. Ma tutto deve poggiare sulla crescita: per aumentare stabilmente i salari bisogna aumentare produttività e Pil».

Lei ha avanzato anche l’idea di trasformare la detrazione delle spese sanitarie in un cashback immediato. Come funzionerebbe?
«Oggi il 19% delle spese sanitarie detraibili viene recuperato con la dichiarazione dei redditi dell’anno successivo. La nostra proposta è utilizzare la tracciabilità già esistente per riconoscere quel beneficio direttamente e in tempi molto più rapidi, attraverso un cashback. Chi sostiene una spesa per una visita, un intervento, una risonanza, il dentista o un farmaco ha bisogno di quelle risorse nel momento in cui deve curarsi, non un anno dopo. Sarebbe inoltre uno strumento particolarmente utile per le fasce economicamente più fragili e per chi ha una capienza Irpef ridotta».

Tutto questo può essere finanziato senza ricorrere a nuovi prelievi su banche e grandi gruppi dell’energia?
«La logica dell’extraprofitto non appartiene alla cultura liberale di Forza Italia. Non possiamo partire dal presupposto che un profitto elevato diventi automaticamente una disponibilità dello Stato da sottoporre a prelievo che ricadrebbe oltremodo sui correntisti con un aumento dei costi dei servizi. Con il sistema bancario si può invece costruire un confronto nell’interesse del Paese, come è già avvenuto in passato, ragionando sul sostegno al credito per Pmi e famiglie, sui costi dei servizi e sulle condizioni che possono favorire investimenti e crescita. L’obiettivo non deve essere semplicemente trovare risorse da portare nelle casse pubbliche, ma costruire una collaborazione capace di rafforzare l’economia reale».

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