“Radicale, liberale, libertaria”. È così che Emma Bonino ha sempre cercato di definire sé stessa politicamente, rifiutando etichette più tradizionali e rivendicando una concezione della politica fondata sui diritti individuali, sulla difesa delle minoranze, sul primato della persona rispetto agli interessi di partito. Una donna che per oltre cinquant’anni ha attraversato la storia repubblicana italiana senza mai abbandonare il tratto che più l’ha contraddistinta: la capacità di trasformare battaglie considerate marginali in grandi questioni nazionali e internazionali.
La sua parabola politica nasce fuori dai palazzi istituzionali, nelle piazze e nelle campagne del Partito Radicale. Nel 1975 fonda il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) e sceglie di esporsi personalmente nella battaglia per la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, in un’Italia ancora segnata da una legislazione fortemente restrittiva. La sua elezione alla Camera nel 1976, a soli 28 anni, porta in Parlamento una generazione politica nuova, capace di coniugare mobilitazione civile e rappresentanza istituzionale.
Bonino non è mai stata una politica costruita sulla ricerca del consenso immediato. La sua cifra è stata quella della battaglia di lungo periodo. Divorzio, aborto, diritti delle donne, libertà di scelta individuale, depenalizzazione delle droghe leggere, abolizione della pena di morte: temi ancora oggi aperti e che per decenni hanno diviso il Paese. E che lei ha affrontato con un approccio radicale, nel senso più autentico del termine. “Non abbiamo mai chiesto privilegi, abbiamo chiesto diritti”, è uno dei principi che ha accompagnato la sua storia politica. Una visione nella quale lo Stato non deve imporre modelli di vita, ma garantire alle persone la possibilità di scegliere.
Qui un’ultima intervista concessa a The Watcher Post in cui rimane il ritratto di un’europeista convinta, legata all’idea che i grandi progetti abbiano bisogno di riforme concrete per tradursi in realtà.
Negli anni Ottanta e Novanta la sua battaglia supera i confini italiani. Bonino porta il radicalismo liberale sul terreno dei grandi dossier internazionali: la lotta contro la fame nel mondo, la difesa dei diritti umani, la creazione della Corte penale internazionale, la campagna contro le mine antiuomo, la tutela delle donne nei Paesi dove i diritti fondamentali erano negati. Tutti temi che animerebbero ancora oggi il programma politico di una forza intenzionata a correre nel 2027.
Nel 1995 entra nella Commissione europea guidata da Jacques Santer come commissaria per gli aiuti umanitari, la pesca e la protezione dei consumatori. È il riconoscimento di una dimensione internazionale costruita negli anni attraverso campagne, missioni e iniziative diplomatiche. In Africa, nei Balcani, in Medio Oriente, Bonino interpreta il ruolo europeo non come semplice gestione burocratica, ma come responsabilità politica. La sua idea di Europa è sempre stata profondamente politica: un progetto fondato sui diritti, sullo Stato di diritto e sulla capacità di intervenire nelle crisi.
“L’Europa non è solo un mercato, è soprattutto un sistema di valori”, ha ripetuto in molte occasioni, sintetizzando una delle convinzioni che hanno accompagnato tutta la sua esperienza istituzionale. Nel 2006 torna al Governo come ministra del Commercio internazionale e delle Politiche europee nel secondo esecutivo Prodi. È la prima volta che un’esponente radicale assume un incarico ministeriale. Successivamente ricopre il ruolo di vicepresidente del Senato e, nel 2013, quello di ministra degli Affari esteri nel governo Letta: una delle poche donne italiane ad aver guidato la Farnesina.
Il segreto di Emma è sempre stato la coerenza. Anche nei ruoli istituzionali più alti Bonino mantiene il suo stile: diretto, poco incline alla diplomazia di facciata, spesso controcorrente. Una politica che ha fatto della coerenza il proprio principale elemento identitario, anche quando questo significava perdere consenso.
La sua vita pubblica è stata segnata anche dalla capacità di affrontare personalmente le difficoltà. Nel 2015 annuncia pubblicamente di avere un tumore al polmone e sceglie di raccontare il percorso della malattia senza nascondersi. “Raccontare il male mi ha aiutato”, spiegò in un’intervista, trasformando anche quella esperienza privata in un momento di comunicazione pubblica e di sensibilizzazione. Anche il corpo come strumento politico. Su questo in simbiosi con Marco Pannella. Negli ultimi anni la sua battaglia politica si concentra ancora sui temi che avevano segnato l’inizio della sua storia: diritti civili, Europa, immigrazione, giustizia internazionale, difesa dello Stato di diritto.
Con la nascita di +Europa porta avanti un progetto politico coerente con il suo percorso: un’Italia più europea, più aperta e più liberale. Emma Bonino è stata una figura difficile da collocare negli schemi tradizionali della politica italiana. Non una leader di partito nel senso classico, non una figura costruita sulla mediazione, ma una militante capace di stare nelle istituzioni senza perdere il legame con le battaglie nate nelle strade. Da questo punto di vista un esempio politico forse irripetibile. La sua eredità politica è soprattutto questa: aver dimostrato che anche una battaglia portata avanti da pochi può modificare il senso comune di un’intera società. Per oltre mezzo secolo ha difeso una convinzione semplice e radicale: i diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte, ma devono essere continuamente difesi. Oggi è un giorno triste, la politica piangerà. Lacrime giuste per chi deve farsi carico di una missione sfidante. Fare Politica con la P maiuscola. Senza se e senza ma





