Esteri

Germania e Francia: è qui che si gioca il futuro dell’Europa

23
Agosto 2026
Di Gianni Pittella

Ci sono momenti nei quali una vicenda nazionale smette di essere nazionale. Quello che sta accadendo in Germania è uno di questi. E, insieme alle prossime elezioni presidenziali francesi, rappresenta probabilmente uno dei passaggi più importanti per il futuro politico dell’Unione europea.

La Germania attraversa una crisi che non è soltanto congiunturale. È contemporaneamente economica, industriale, sociale e politica. Il modello che per decenni ha garantito prosperità — energia relativamente conveniente, grande capacità manifatturiera, esportazioni verso i mercati mondiali, stabilità politica e moderazione sociale — è sottoposto a una pressione senza precedenti.

Come ha osservato l’Ambasciatore Ettore Sequi, la filiera tedesca costituisce una sorta di sistema nervoso dell’industria europea: quando rallentano Wolfsburg o Stoccarda, le conseguenze si propagano rapidamente alle imprese italiane, francesi e dell’intero continente.

Qualche segnale di ripresa esiste e sarebbe sbagliato ignorarlo. Nel secondo trimestre del 2026 il PIL tedesco è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e alcuni indicatori di fiducia stanno migliorando. Ma rimangono problemi strutturali profondi: investimenti insufficienti, costi energetici elevati, debole crescita della produttività, invecchiamento demografico, difficoltà dell’automotive e una competizione cinese sempre più forte.

È su questo terreno che cresce l’AfD.

Il dato politico deve preoccuparci almeno quanto quello economico. Le elezioni regionali di settembre, in particolare in Sassonia-Anhalt, possono rappresentare uno spartiacque. L’AfD si avvicina al 40% nei sondaggi regionali e anche a livello nazionale ha raggiunto livelli tali da mettere sotto pressione la CDU di Friedrich Merz.

Sarebbe però un errore pensare che la risposta possa consistere semplicemente nello spostare verso destra le politiche dei partiti democratici, soprattutto su immigrazione e sicurezza. La crescita dell’estrema destra nasce anche dalla crisi di fiducia nel centro politico, dalla paura del declino economico e dalla sensazione, diffusa in una parte della società, che il futuro possa essere peggiore del passato.

È una lezione che riguarda tutta l’Europa.

Le democrazie non sconfiggono i populismi imitandone le parole d’ordine. Li sconfiggono tornando a dare sicurezza, prospettive e fiducia ai cittadini. Ciò significa crescita, lavoro, protezione sociale, gestione seria dell’immigrazione, sicurezza, innovazione e capacità di governare le grandi trasformazioni tecnologiche e industriali.

Ma la questione tedesca ha una dimensione ancora più grande.

L’Europa non può essere forte con una Germania debole.

La Germania possiede una combinazione che nessun altro Stato membro può sostituire: dimensione economica, potenza industriale, capacità finanziaria e centralità geografica. La Francia dispone della forza nucleare, di una significativa capacità militare e di una tradizione geopolitica globale. La Germania rappresenta ancora il principale cuore industriale ed economico dell’Unione.

Per questo ciò che accadrà nei prossimi mesi in Germania va letto insieme a ciò che accadrà nel 2027 in Francia.

Anche Parigi arriva all’appuntamento presidenziale attraversata da una profonda frammentazione politica e da una difficile situazione finanziaria. Il Rassemblement National di Marine Le Pen resta una forza centrale nella competizione, mentre centro, destra repubblicana e sinistra cercano ancora nuovi equilibri.

Immaginiamo per un momento un’Europa nella quale contemporaneamente la Germania fosse politicamente paralizzata e la Francia imboccasse una strada nazionalista ed euroscettica.

Non sarebbe una normale alternanza politica in due Stati membri. Cambierebbe la natura stessa dell’Unione.

Proprio mentre l’Europa deve affrontare la competizione con Stati Uniti e Cina, costruire una propria capacità di difesa, sostenere l’Ucraina, governare l’intelligenza artificiale, rilanciare la competitività indicata dal rapporto Draghi, assicurarsi energia e materie prime e costruire una nuova politica mediterranea, rischierebbe di perdere i suoi due principali motori politici.

Ecco perché le elezioni francesi e la crisi politica tedesca devono diventare una questione europea.

Non significa interferire nelle scelte democratiche dei cittadini francesi o tedeschi. Significa comprendere che l’Unione non può più permettersi di dipendere esclusivamente dalla stabilità politica dei suoi maggiori Stati membri.

La risposta deve essere una nuova stagione dell’integrazione europea.

Servono una vera politica industriale comune, investimenti europei nella competitività e nelle tecnologie strategiche, una difesa europea integrata, maggiore autonomia energetica, un bilancio dell’Unione adeguato alle nuove sfide e istituzioni capaci di decidere superando progressivamente il vincolo dell’unanimità.

E serve soprattutto ricostruire un patto sociale europeo.

La competitività non può significare soltanto meno regole e minori costi per le imprese. Deve significare innovazione, produttività, formazione, buoni salari, protezione delle fasce più fragili e possibilità per le nuove generazioni di guardare nuovamente al futuro con fiducia.

Germania e Francia sono dunque davanti a un bivio. Ma davanti allo stesso bivio c’è l’Europa.

Jean Monnet ci ha insegnato che l’Europa avanza attraverso le crisi e le risposte che riesce a dare ad esse. Anche questa volta può essere così.

A una condizione: non aspettare che la crisi tedesca e quella francese diventino una crisi irreversibile dell’Europa.