Ambiente
The new granchio blu: è il gambero rosso della Louisiana che invade le acque italiane
Di Paolo Bozzacchi
Non arriva dal mare e, nonostante il nome con cui viene spesso indicato, non è neppure un granchio. Il gambero rosso della Louisiana, Procambarus clarkii, è un crostaceo d’acqua dolce originario degli Stati Uniti meridionali che ha già colonizzato laghi, canali, fiumi, risaie e zone umide in gran parte d’Italia. Non esiste ancora una stima nazionale consolidata dei danni economici, ma la pressione sugli ecosistemi, sulle infrastrutture idrauliche e sulla filiera dell’acquacoltura è destinata ad aumentare. La distinzione rispetto al granchio blu è sostanziale. Quest’ultimo ha colpito direttamente la molluschicoltura dell’Adriatico e alcune lagune tirreniche; il gambero della Louisiana agisce invece soprattutto a monte, compromettendo gli ecosistemi d’acqua dolce, le risorse ittiche, gli allevamenti continentali e il reticolo idraulico che alimenta vaste aree agricole e produttive. La specie riesce però a tollerare anche ambienti salmastri, portando il fronte dell’invasione fino alle lagune costiere e alle zone di transizione tra terra e mare.
Dalla Toscana a quasi tutta Italia
La presenza italiana viene fatta risalire alla fine degli anni Ottanta e ai primi anni Novanta, quando alcuni esemplari destinati all’allevamento sarebbero sfuggiti da un impianto situato vicino al lago di Massaciuccoli, in provincia di Lucca. Da allora il gambero rosso si è insediato in gran parte del territorio nazionale, comprese Sicilia e Sardegna. Ogni femmina può produrre fino a 600 uova per ciclo riproduttivo e raggiungere la maturità già durante il primo anno di vita: numeri che spiegano la rapidità dell’espansione. Il quadro più netto emerge dalla Pianura Padana. Uno studio condotto nella valle orientale del Po e nel Delta ha rilevato il Procambarus clarkii nel 100% dei dodici corpi idrici esaminati, distribuiti su un’area di circa 3.000 chilometri quadrati. La rete interconnessa dei canali irrigui ha di fatto trasformato il territorio in un’autostrada per la specie. Le aree maggiormente interessate comprendono Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, soprattutto lungo la fascia di pianura, le risaie e il sistema del Po. In Toscana i nuclei storicamente più rilevanti si trovano nel comprensorio di Massaciuccoli e nelle zone umide costiere; in Umbria il gambero è stabilmente presente nel lago Trasimeno. Nel Lazio è monitorato nel Parco nazionale del Circeo e nella Riserva naturale Nazzano Tevere-Farfa, mentre popolazioni consolidate sono state rilevate anche in Sardegna, inizialmente nel bacino del Coghinas e successivamente in diversi ambienti dell’isola.
Il prezzo pagato dalla biodiversità
Il primo costo è ambientale. Il gambero della Louisiana è onnivoro, aggressivo e altamente adattabile: si nutre di vegetazione acquatica, molluschi, insetti, uova, larve di pesci e anfibi. Può quindi modificare contemporaneamente la vegetazione, la disponibilità di alimento e la struttura delle comunità presenti sui fondali. Tra le specie più esposte figura il gambero di fiume autoctono, Austropotamobius pallipes. Oltre alla competizione per cibo e rifugi, il gambero americano può trasportare senza manifestare sintomi l’Aphanomyces astaci, agente responsabile della cosiddetta peste del gambero, spesso letale per le popolazioni europee. Nel Parco del Circeo la specie viene indicata tra le principali minacce per anfibi come la rana dalmatina, il tritone crestato italiano e il tritone italiano. La predazione di uova e larve può rendere inutilizzabili interi siti riproduttivi e determinare estinzioni locali. In Emilia-Romagna la sua diffusione è associata anche al peggioramento delle condizioni di specie rare legate agli ambienti palustri. A questi effetti si aggiunge l’attività di scavo. Le tane possono indebolire sponde, argini e canali di drenaggio, aumentare la torbidità dell’acqua e ridurre la vegetazione sommersa. Nelle risaie il gambero può consumare semi e giovani piantine, sradicare i germogli e rendere più instabile il terreno, con danni che crescono all’aumentare della densità della popolazione.
Pesca e acquacoltura, un impatto difficile da quantificare
A differenza del granchio blu, per il gambero rosso della Louisiana non è ancora disponibile una stima nazionale consolidata dei danni economici alla pesca e all’acquacoltura italiane. Attribuire oggi una cifra complessiva sarebbe quindi improprio. I costi potenziali sono tuttavia riconoscibili: riduzione delle popolazioni ittiche e dei molluschi d’acqua dolce, alterazione degli habitat di riproduzione, danneggiamento delle reti e degli attrezzi, maggiori spese per monitoraggio e cattura, manutenzione di argini e canali e rischi sanitari connessi alla diffusione di patogeni. Il settore italiano dell’acquacoltura comprende oltre 500 imprese, produce più di 130.000 tonnellate all’anno e genera un valore superiore a 550 milioni di euro. Circa il 75% della produzione è concentrato in acque marine e salmastre; la quota restante riguarda allevamenti d’acqua dolce, con trote, storioni, carpe, pesci gatto, salmerini e altre specie. Questi valori rappresentano la dimensione economica potenzialmente esposta, non una stima delle perdite già provocate dal gambero. Le conseguenze possono essere particolarmente pesanti per gli operatori che lavorano in laghi poco profondi, bacini irrigui e zone umide interconnesse. Nel lago Trasimeno gli studi sulla popolazione di Procambarus clarkii hanno coinvolto direttamente la Cooperativa Alba del Lago Trasimeno e i pescatori professionali locali. Nello stesso bacino opera anche la Cooperativa Pescatori del Trasimeno, una realtà storica già alle prese con il calo del pescato e con il deterioramento delle condizioni idriche del lago. La presenza del gambero costituisce un ulteriore fattore di pressione, ma le fonti disponibili non consentono di attribuirgli una quota specifica delle difficoltà economiche della cooperativa. Anche gli operatori del comprensorio di Massaciuccoli, della Pianura Padana, del Delta del Po, del Circeo e delle zone umide sarde rientrano tra i soggetti territorialmente esposti. Non risultano però pubblicati dati sufficienti per indicare singole aziende come già danneggiate: farlo significherebbe trasformare una valutazione geografica del rischio in un’affermazione economica non dimostrata.
Il costo futuro: contenere sarà più caro che prevenire
Il vero conto potrebbe arrivare nei prossimi anni. L’eradicazione delle popolazioni consolidate è considerata quasi impossibile, mentre il cambiamento climatico, la frammentazione degli habitat e la connessione tra i corsi d’acqua possono favorire nuovi insediamenti. Il Piano nazionale di gestione del Procambarus clarkii, approvato dal Ministero dell’Ambiente nel giugno 2023, punta quindi soprattutto su controllo, contenimento, prevenzione delle traslocazioni e tutela delle aree ancora libere dalla specie. Le sperimentazioni mostrano però anche una possibile via industriale. Dal 2019 il CREA ha rimosso oltre 400 chilogrammi di gamberi invasivi da aree protette, trasformandoli in una farina ricca di astaxantina da impiegare nei mangimi per acquacoltura. Una dieta contenente il 12% di questa farina, sperimentata sulle orate, non ha ridotto la crescita e ha migliorato alcuni parametri qualitativi dei filetti. È una prospettiva promettente, ma non una soluzione definitiva. La valorizzazione commerciale può contribuire a finanziare le catture e ridurre la biomassa presente; senza controlli rigorosi, tuttavia, la creazione di una filiera economica rischierebbe perfino di generare interesse nel mantenimento o nella diffusione della specie. Il gambero rosso della Louisiana rappresenta dunque un’emergenza meno visibile di quella del granchio blu, ma più capillare. Non svuota in pochi mesi gli allevamenti di vongole: lavora sotto la superficie, scavando argini, modificando fondali e sottraendo spazio alle specie autoctone. È proprio questa invasione lenta, diffusa e difficile da misurare a renderlo uno dei dossier ambientali ed economici che le filiere dell’acqua dolce non possono più permettersi di sottovalutare.





