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Guerre: Usa in stallo sia militare che diplomatico, Iran, Gaza, Ucraina
Di Giampiero Gramaglia
Gli Stati Uniti paiono in stallo, sia militare che diplomatico, su tutti i fronti di guerra o di negoziato aperti, con l’Iran, a Gaza, in Ucraina. Questa mattina, sui media Usa si parla molto delle condizioni a bordo della portaerei Lincoln, che è in missione da oltre 250 giorni, quasi nove mesi, nell’area di conflitto con l’Iran e che sta per essere rimpiazzata dalla Washington.
Familiari denunciano il disagio dell’equipaggio, per i ritmi di lavoro massacranti e carenze di beni di prima necessità, oltre che per la lunghezza della missione. Vi sarebbero pure stati casi di suicidio o di tentato suicidio fra il personale imbarcato – circa 5700 persone, una cittadina galleggiante -.
Il Washington Post scrive: “I democratici nel Congresso cercano risposte ai rapporti sulle condizioni a bordo della Lincoln: le famiglie dei militari hanno detto al Military Times – un media dedicato alle forze armate, ndr – che due uomini hanno cercato di gettarsi in mare, mentre l’equipaggio deve vedersela con scarsità di cibo, servizi igienici rotti e acqua contaminata”.
Il WP ha un’altra notizia inquietante sul fronte militare iraniano. Le forze armate Usa hanno perso circa il 25% dei loro droni Reaper, una conferma che la guerra sta assottigliando gli arsenali Usa – ci sarebbe carenza anche di missili e munizioni -.
I droni Reaper sono stati intensamente impiegati nel conflitto, specie nelle operazioni nello Stretto di Hormuz, e si sono rivelati obiettivi relativamente facili da intercettare per i sistemi di difesa iraniani e delle milizie sciite filo-iraniane. Ogni velivolo di questo tipo costa 50 milioni di dollari.
Sulla situazione nello Stretto di Hormuz, il presidente Usa Donald Trump e il segretario alla Guerra Pete Heghseth ripetono che gli Stati Uniti ne hanno il pieno controllo e che il blocco navale imposto dalla US Navy ai porti iraniani tiene. Se la seconda affermazione appare corretta, la prima è invece contraddetta, oltre che dalle affermazioni di Teheran, dai dati del Wall Street Journal: ogni giorno, nello Stretto, le navi che transitano si contano sulle dita delle mani, mentre, prima del 28 febbraio, erano centinaia.
Fonti del Qatar dicono – ma lo fanno da giorni – che un’intesa sulla gestione dello Stretto tra Oman e Iran “è molto vicina”: i negoziati sarebbero alla definizione delle rotte. In ogni caso, l’accordo, se ci sarà, sancirà il controllo su Hormuz da parte di Teheran e di Mascate: non proprio quello che Washington voleva.
L’attuale tattica iraniana di Trump sembra essere quella dello strangolamento economico, via sanzioni e blocco navale: una scelta di lungo periodo e non necessariamente efficace. Intanto, entrambi le parti reclamano riparazioni di guerra: l’Iran per i danni causati dai bombardamenti israelo-americani; gli Usa per le vittime americane fatte nel tempo dalle milizie filo-iraniane – Washington ne calcola circa 600 -.
“Stiamo negoziando a metà con gli iraniani”, ha recentemente detto il magnate presidente: “Vediamo come se la cavano con l’inflazione che scresce e gli introiti dell’energia che diminuiscono”.
A complicare lo stallo con l’Iran, i rapporti tesi in questo momento tra Usa e Israele: in Libano, l’esercito israeliano, nonostante accordi in tal senso, non lascia il Sud del Paese; a Gaza, Israele blocca il piano del Board of Peace per avviare la seconda fase delle intese fatte nell’ottobre 2025; e in CisGiordania, i coloni agiscono come “terroristi” – la dichiarazione à dell’ambasciatore degli Usa a Gerusalemme Mike Huckabee – nei confronti dei palestinesi.
Quanto all’Ucraina, il fronte di guerra è sostanzialmente fermo da mesi, ma gli attacchi incrociati con missili e droni vanno avanti praticamente ogni notte con vittime civili. E di negoziati nessuno parla.





