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MFN, Mulè: «L’Europa rischia di perdere innovazione e investimenti. Ora servono regole più competitive»
Di Alessandro Caruso
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
«L’MFN non può essere letta soltanto come una guerra commerciale, perché riguarda direttamente la salute dei cittadini e la capacità dell’Europa di continuare a innovare». Per il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè la discussione sulla Most Favoured Nation non si limita ai prezzi dei medicinali, ma investe il futuro dell’industria farmaceutica europea, l’attrazione degli investimenti e la sostenibilità dei sistemi sanitari.
L’MFN viene spesso presentata come una questione di prezzi dei farmaci. In realtà qual è la vera posta in gioco?
«Sarebbe un errore considerarla soltanto una guerra commerciale. L’MFN riguarda direttamente la vita delle persone, perché parliamo di farmaci frutto della ricerca che migliorano e spesso salvano la vita. Da quando gli Stati Uniti hanno introdotto questo modello, i lanci di nuovi farmaci in Italia sono passati da 99 a 33. Lo stesso fenomeno si registra in altri Paesi europei come Germania, Belgio e Svezia, dove i nuovi lanci si sono sostanzialmente dimezzati. Questo significa meno innovazione disponibile per i pazienti e un sistema che rischia di diventare meno attrattivo».
Quali conseguenze può avere questo scenario sul sistema sanitario europeo?
«Le aziende possono decidere di ritardare il lancio dei nuovi medicinali nei mercati europei per evitare effetti sui prezzi internazionali. Alcuni casi si sono già verificati. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, le stime parlano di una possibile riduzione degli investimenti in ricerca e sviluppo fino al 60%. Non stiamo discutendo del prezzo di un singolo farmaco, ma della capacità dell’Europa di continuare a produrre innovazione».
Quale dovrebbe essere la risposta dell’Unione europea?
«L’Europa deve intervenire su due fronti. Il primo riguarda la riduzione dei tempi di autorizzazione dell’EMA, che rappresenta un segnale positivo. Il secondo è rafforzare la tutela dei brevetti dei farmaci innovativi. Oggi la protezione dovrebbe essere estesa a tutte le molecole innovative, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, perché la tutela della proprietà intellettuale è uno degli elementi che orientano gli investimenti delle imprese».
Il problema, però, non si esaurisce a Bruxelles. Quanto pesa il livello nazionale?
«Pesa moltissimo. Dopo l’autorizzazione dell’EMA, in Italia l’accesso ai farmaci supera mediamente i 400 giorni e in alcuni Paesi europei si arriva addirittura a sfiorare i 950. È evidente che una parte importante della competitività si gioca sulla capacità dei singoli Stati di rendere più veloce ed efficiente il percorso di accesso alle terapie».
Su quali priorità si sta muovendo l’Italia?
«Le questioni principali sono il payback e la semplificazione amministrativa. La legge delega sulla farmaceutica interviene proprio in questa direzione, prevedendo una riduzione del peso del payback e una razionalizzazione delle procedure. Nel frattempo sono già stati adottati interventi concreti: 120 milioni sono stati stanziati con la legge di Bilancio e altri 300 milioni di oneri sono stati alleggeriti spostando alcune categorie di farmaci in capitoli di spesa non soggetti al payback. Parallelamente AIFA ha certificato una riduzione di circa il 20% dei tempi medi di accesso negli ultimi due anni».
Qual è oggi il messaggio che arriva dall’industria farmaceutica?
«Le aziende chiedono soprattutto tempi certi, procedure più snelle e un modello moderno di accesso ai farmaci. L’Italia, nonostante le criticità, continua ad attrarre investimenti importanti. Ci sono progetti già molto avanzati che valgono complessivamente tra i 3 e i 4 miliardi di euro. È un patrimonio che dobbiamo preservare creando un contesto stabile e prevedibile».
Come si può rafforzare ulteriormente l’attrattività del nostro Paese?
«La chiave è la semplificazione. Gli investitori chiedono certezza normativa, tempi autorizzativi rapidi e la garanzia che gli impegni assunti vengano rispettati. Occorre facilitare il partenariato pubblico-privato, rendere più efficienti gli studi clinici e ridurre la frammentazione burocratica. Oggi l’Europa intercetta appena il 7% del venture capital mondiale, mentre gli Stati Uniti arrivano al 63%. È evidente che serva un cambio di passo».
Il settore farmaceutico può essere considerato un asset strategico per l’Italia?
«Assolutamente sì. È uno dei comparti che meglio rappresentano la capacità industriale del nostro Paese, con ricadute economiche, occupazionali e scientifiche molto rilevanti. Investire nella farmaceutica significa investire contemporaneamente nella salute dei cittadini, nella ricerca, nell’innovazione e nella competitività dell’Italia».
Lei è stato il promotore della legge sullo screening nazionale del diabete di tipo 1 e della celiachia. A che punto siamo?
«Abbiamo completato tutto il percorso attuativo. Dopo i decreti attuativi e il riparto delle risorse alle Regioni, oggi la legge è pienamente operativa su tutto il territorio nazionale. Si parte da una fascia d’età limitata, ma è già previsto un progressivo ampliamento verso i bambini più piccoli. È un passaggio fondamentale perché la prevenzione consente di intervenire prima che la malattia si manifesti nelle forme più gravi».
I risultati delle sperimentazioni confermano questa impostazione?
«Sì. I progetti pilota realizzati su circa 5.000 bambini hanno mostrato una riduzione di quasi il 40% dei casi di chetoacidosi, dimostrando quanto la diagnosi precoce possa fare la differenza. Inoltre la legge valorizza il ruolo dei pediatri di libera scelta e della medicina territoriale come protagonisti della prevenzione».
Il modello italiano sta attirando attenzione anche all’estero. Qual è la prossima sfida?
«La nostra legge viene osservata con interesse nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in diversi Paesi europei che stanno valutando iniziative analoghe. Essere stati i primi è motivo di soddisfazione, ma ora dobbiamo consolidare questo primato. La legge è stata approvata all’unanimità da Camera e Senato e sono convinto che continuerà a essere sostenuta indipendentemente dai futuri equilibri politici. La sfida è rafforzarne progressivamente l’attuazione e continuare a investire sulla prevenzione, perché significa migliorare la salute delle persone e ridurre, nel tempo, anche i costi per il Servizio sanitario nazionale».





