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Bilancio europeo: una guerra al ribasso mentre il tempo chiede coraggio
Di Gianni Pittella
La battaglia che si è aperta sul bilancio europeo 2028-2034 rischia di diventare una guerra civile tra Stati membri. Ma il punto vero è un altro: è una guerra al ribasso. Una disputa miope su qualche decimale, mentre la storia ha cambiato passo e chiede all’Europa una visione radicalmente più ambiziosa.
I cosiddetti Paesi “frugali” chiedono tagli. Gli “amici della coesione” difendono agricoltura e politiche territoriali. Ognuno presidia il proprio campo, il proprio interesse, la propria rendita politica nazionale. Ma nessuno sembra voler riconoscere la verità essenziale: un bilancio europeo che resta poco sopra l’1 per cento del reddito nazionale lordo dei Paesi membri non può reggere le sfide del tempo nuovo.
Non è questo ciò che indicava Mario Draghi nel suo Rapporto sulla competitività. Draghi parlava di 800-1000 miliardi di investimenti aggiuntivi ogni anno, anche attraverso strumenti comuni di debito, Eurobond europei, per sostenere transizione digitale, energia, difesa, industria, ricerca, innovazione. Non in sette anni: ogni anno. È questa la scala della sfidoa.
Discutere oggi se togliere o aggiungere lo 0,1 per cento è quasi surreale. L’Europa proclama di voler essere potenza geopolitica, ma non si dà gli strumenti finanziari per esserlo. Promette sicurezza, ma taglia sulle nuove priorità. Invoca competitività, ma non investe abbastanza in ricerca, tecnologie, industria, formazione. Dice di voler proteggere i cittadini, ma rischia di mettere in concorrenza coesione sociale e difesa comune, agricoltura e innovazione, welfare e sicurezza.
È un errore grave. Le politiche tradizionali non vanno abbandonate: coesione e agricoltura restano pilastri dell’Europa reale, soprattutto per i territori più fragili. Ma non possono essere contrapposte alle nuove missioni europee. Il tempo nuovo impone di fare entrambe le cose: difendere il modello sociale europeo e costruire una sovranità industriale, tecnologica, energetica e militare.
Recentemente hanno scritto in modo efficace Marco Buti e George Papaconstantinou sul Mattinale Europeo ” In un’era di intensa competizione globale e di frammentazione delle catene di approvvigionamento, i finanziamenti devono essere messi in comune e indirizzati verso priorità a livello europeo — a partire dalla difesa e dalla competitività — che nessuno Stato membro singolo può finanziare in modo sufficiente o efficiente da solo. In secondo luogo, la flessibilità per rispondere agli shock. Il bilancio dell’Ue deve disporre di strumenti permanenti e integrati che gli consentano di dispiegare risorse rapidamente quando si verifica una crisi, senza richiedere mesi di ingegneria giuridica o la creazione di fondi paralleli.
Serve dunque un bilancio molto più ampio, non una contabilità difensiva. Serve il coraggio di dire che l’Europa non può finanziare obiettivi da grande potenza con risorse da piccola amministrazione. Serve una capacità fiscale comune, servono nuove risorse proprie, serve debito comune europeo per investimenti comuni europei.
La vera frattura non è tra frugali e amici della coesione. La vera frattura è tra chi ha capito che il mondo è cambiato e chi continua a negoziare come se fossimo ancora nel secolo scorso.
Un’Europa più sicura, più competitiva, più giusta e più solidale non nascerà da un bilancio ridotto all’osso. Nascerà solo se i leader europei avranno il coraggio di spiegare ai cittadini che investire insieme costa meno che restare divisi, deboli e dipendenti.
La guerra sul bilancio, così com’è impostata, è una guerra povera. E l’Europa non può permettersi di essere povera di ambizione proprio nel momento in cui la storia le chiede di diventare adulta.





