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Come gli Emirati Arabi hanno conquistato Washington

10
Agosto 2026
Di Paolo Bozzacchi

Vent’anni fa gli Emirati Arabi Uniti erano il Paese del Golfo che Washington guardava con maggiore diffidenza. Oggi Abu Dhabi è uno degli interlocutori mediorientali più ascoltati dagli Stati Uniti, un investitore strategico nell’industria tecnologica americana e un partner presente contemporaneamente nei dossier della difesa, dell’energia, della finanza, dell’intelligenza artificiale e della politica estera. In mezzo c’è una delle più sofisticate operazioni di costruzione dell’influenza internazionale degli ultimi decenni.

Il Financial Times ha ricostruito questa trasformazione in un lungo approfondimento intitolato “How the UAE won over Washington”. La storia che emerge non è semplicemente quella di un Paese ricco che ha utilizzato il proprio denaro per comprare influenza. È la storia di un governo che ha imparato a leggere il funzionamento della capitale americana e ha costruito, con pazienza, una rete di relazioni capace di attraversare amministrazioni, partiti, istituzioni, imprese e settori strategici.

È una differenza importante. Perché il denaro può comprare un investimento, una consulenza o una campagna di lobbying. Non può, da solo, costruire una posizione strategica. Quella richiede tempo, continuità e capacità di capire dove si forma davvero il potere.

Il punto di partenza della vicenda è quasi simbolico. Nel 2006 DP World, società emiratina, tentò di acquisire la gestione di sei importanti porti americani. La reazione politica fu durissima e bipartisan. In un’America ancora profondamente segnata dall’11 settembre, l’idea che una società controllata da un governo arabo potesse gestire infrastrutture portuali considerate strategiche era politicamente insostenibile. L’operazione venne abbandonata.

Quello che gli Emirati non riuscirono a ottenere attraverso una grande acquisizione lo hanno conquistato, vent’anni dopo, attraverso un modello molto più sofisticato. Non i porti, ma le infrastrutture tecnologiche del futuro americano: intelligenza artificiale, semiconduttori, data center, cloud e finanza tecnologica.

Mubadala, il grande fondo sovrano di Abu Dhabi, e MGX hanno progressivamente costruito partecipazioni e partnership nell’ecosistema americano dell’alta tecnologia. Tra le società citate dal Financial Times figurano OpenAI, xAI, GlobalFoundries, Cerebras Systems e Aligned Data Centers. Il capitale emiratino è così entrato in una filiera che non riguarda più soltanto la crescita economica, ma anche la sicurezza nazionale e la competitività industriale degli Stati Uniti. È qui che il modello cambia natura. Nella prima fase Abu Dhabi cercava soprattutto opportunità di investimento. Successivamente ha iniziato a individuare le tecnologie e le infrastrutture destinate ad acquisire valore strategico. L’investimento finanziario è diventato così anche uno strumento di politica estera.

A Washington, intanto, gli Emirati costruivano il secondo pilastro della strategia: le relazioni. Il nome più importante è quello di Yousef Al Otaiba, ambasciatore emiratino negli Stati Uniti dal 2008. Otaiba ha compreso una cosa fondamentale: Washington non è soltanto la Casa Bianca. Il potere americano passa dal Congresso, dalle agenzie federali, dai think tank, dalle università, dalle imprese, dai media, dagli ex funzionari e dalle reti informali che collegano tutti questi mondi.

Per quasi vent’anni Otaiba ha lavorato su questa rete. Ha attraversato amministrazioni democratiche e repubblicane, ha coltivato rapporti con membri del Congresso e funzionari, ha promosso visite negli Emirati, ha sviluppato rapporti con università e media e ha sostenuto iniziative capaci di mantenere costante la presenza emiratina nella capitale.

Il Financial Times ricorda, tra gli altri, i rapporti finanziari con think tank come Atlantic Council, Center for Strategic and International Studies e Rand, oltre alla creazione dello US-UAE Business Council. Secondo l’analisi dei filing presentati ai sensi del Foreign Agents Registration Act, governo, istituzioni culturali e turistiche e imprese riconducibili allo Stato emiratino hanno speso ogni anno decine di milioni di dollari in attività di lobbying e rappresentanza a Washington. Nel 2023 la cifra ha superato i 40 milioni di dollari, prima di ridursi nei due anni successivi.

Ma anche in questo caso il dato finanziario racconta soltanto una parte della storia. La vera risorsa è stata la continuità. I governi americani cambiano. Le maggioranze del Congresso cambiano. Cambiano le priorità, le persone e gli equilibri interni. La rete emiratina, invece, rimane. Otaiba ha attraversato Bush, Obama, Trump, Biden e nuovamente Trump. Il risultato è una relazione che non dipende da una singola amministrazione e non può essere facilmente azzerata da un cambio di maggioranza.
Per chi osserva il funzionamento di Washington, questa è forse la lezione più importante: le relazioni che contano davvero vengono costruite prima che servano.

Il salto politico arriva nel 2020, con gli Accordi di Abramo. Gli Emirati diventano il primo Paese arabo, insieme al Bahrein, a normalizzare le relazioni con Israele nell’ambito dell’iniziativa promossa dall’amministrazione Trump. La decisione cambia ulteriormente la posizione di Abu Dhabi negli Stati Uniti.

Gli Emirati avevano già lavorato per costruire l’immagine di un Paese moderno, aperto agli investimenti e relativamente moderato rispetto agli standard regionali. Dubai era diventata un hub globale; Abu Dhabi un centro finanziario, energetico e strategico. La normalizzazione con Israele aggiunse a questa reputazione un elemento politico di enorme valore a Washington. Abu Dhabi aveva capito che Israele occupa una posizione particolare nel sistema politico americano e che il rapporto con Israele era particolarmente importante per l’universo politico trumpiano. Gli Accordi di Abramo offrirono quindi agli Emirati qualcosa che nessun investimento avrebbe potuto garantire da solo: un nuovo capitale politico.

Da quel momento il rapporto tra Washington e Abu Dhabi ha iniziato a cambiare natura. L’alleanza non è più stata costruita soltanto sulla sicurezza, sulla cooperazione militare e sull’intelligence. È diventata progressivamente una relazione di interdipendenza economica.

Gli Stati Uniti vendono agli Emirati sistemi d’arma e tecnologie. Gli Emirati investono negli Stati Uniti, finanziano imprese, infrastrutture e tecnologie considerate strategiche e costruiscono partnership con alcuni dei principali protagonisti dell’economia americana. Microsoft, Nvidia, BlackRock e OpenAI sono soltanto alcuni dei nomi che compaiono in questo nuovo ecosistema.
Il passaggio è decisivo. Quando un Paese straniero diventa parte della catena del valore di un settore strategico americano, il rapporto bilaterale cambia. Non è più soltanto un’alleanza diplomatica: diventa una relazione nella quale esistono interessi economici concreti che rendono più costoso un eventuale deterioramento.

Il caso dei semiconduttori è la dimostrazione più evidente. Washington ha progressivamente aperto agli Emirati l’accesso a chip avanzati e ridotto alcune restrizioni all’export. L’accordo è stato presentato da Otaiba come il risultato di anni di engagement diplomatico. Ma proprio questa apertura ha provocato una parte delle critiche più dure. Il problema è la Cina. Abu Dhabi mantiene con Pechino rapporti economici e tecnologici profondi e alcuni esponenti dell’establishment americano temono che tecnologie sensibili possano finire, direttamente o indirettamente, nella disponibilità cinese.

Il governo americano e quello emiratino sostengono di avere predisposto garanzie sufficienti. Ma il dibattito non è chiuso. Ed è proprio questo a rendere il risultato ancora più significativo: gli Emirati, che nel 2006 non riuscivano a convincere il Congresso sulla gestione di alcuni porti, oggi sono al centro delle discussioni americane sull’accesso alle tecnologie più sensibili del pianeta.
È anche il punto in cui il successo degli Emirati mostra il proprio lato più controverso.

Una parte del Congresso ritiene che Abu Dhabi abbia accumulato a Washington un livello di influenza eccessivo. Le perplessità sono aumentate soprattutto quando gli interessi emiratini hanno iniziato a incrociare il mondo della tecnologia, delle criptovalute e della famiglia Trump.

Secondo la ricostruzione del Financial Times, MGX ha acquisito una partecipazione del 49 per cento in World Liberty Financial, la società crypto legata alla famiglia Trump, poco prima dell’insediamento del presidente. MGX ha poi utilizzato 2 miliardi di dollari della stablecoin di World Liberty nell’ambito dell’investimento in Binance, mentre il fondo Aqua 1 Foundation, con base negli Emirati, ha acquistato 100 milioni di dollari di token emessi da World Liberty.

Gli Emirati hanno sostenuto che si trattasse di operazioni commerciali private e senza collegamento con le successive decisioni politiche americane. World Liberty ha respinto a sua volta l’interpretazione secondo cui l’operazione avrebbe rappresentato un trasferimento di denaro alla società.

È importante, su questo punto, non confondere la successione degli eventi con una prova di causalità. La coincidenza temporale può sollevare interrogativi, ma non dimostra da sola che un investimento abbia prodotto una determinata decisione politica. Ciò che invece appare evidente è la crescente sovrapposizione tra interessi finanziari, tecnologia, relazioni politiche e strategia internazionale.

È questa sovrapposizione a rendere il modello emiratino così interessante, ma anche così difficile da classificare secondo le categorie tradizionali della diplomazia. Abu Dhabi, infatti, non ha mai scelto di giocare su un solo tavolo. Gli Emirati mantengono rapporti economici importanti con la Cina e sono stati criticati negli Stati Uniti per esercitazioni militari con Pechino. Sul Sudan, alcuni esponenti politici americani li hanno accusati di sostenere le Rapid Support Forces, accusa che il governo emiratino respinge. Anche con l’Iran la situazione è tutt’altro che lineare. Gli Emirati sono profondamente diffidenti nei confronti di Teheran, ma Dubai è allo stesso tempo uno dei principali hub regionali per il commercio e i flussi finanziari iraniani. Secondo l’analisi del Financial Times sulle sanzioni del Tesoro americano, su 1.573 individui ed entità sanzionati con legami con un Paese diverso dall’Iran, il 22 per cento presenta cittadinanza, indirizzi o registrazioni societarie negli Emirati.

È una contraddizione solo apparente. La strategia emiratina consiste proprio nel mantenere aperti più canali contemporaneamente. Washington resta il principale riferimento strategico, ma Abu Dhabi evita di dipendere completamente da un solo partner. Il rapporto con la Cina, quello con l’Iran e quello con gli altri Paesi della regione fanno parte della stessa strategia: aumentare il margine di autonomia mantenendo il massimo numero possibile di relazioni.

Ma anche il modello emiratino ha un limite. Gli Emirati possono influenzare Washington, ma non possono controllarla. La dimostrazione più evidente è arrivata con il conflitto con l’Iran. Secondo la ricostruzione del Financial Times, Abu Dhabi non è riuscita a impedire agli Stati Uniti e a Israele di entrare in guerra. Gli Emirati si sono trovati così esposti alle conseguenze di una decisione strategica che non avevano il potere di determinare.

È la distinzione fondamentale tra accesso e potere. Avere accesso ai decisori non significa essere uno dei decisori. Barbara Leaf, già ambasciatrice americana ad Abu Dhabi e successivamente tra i principali diplomatici statunitensi per il Medio Oriente, ha sintetizzato proprio questo limite: gli Emirati hanno costruito un’enorme capacità di relazione e influenza, ma questo non significa poter determinare le scelte strategiche degli Stati Uniti.

Dopo l’inizio della guerra Abu Dhabi ha scelto comunque di rafforzare ulteriormente la propria cooperazione con Washington e Israele. La capacità dimostrata durante il conflitto, secondo un funzionario emiratino citato dal Financial Times, avrebbe contribuito a consolidare ulteriormente l’immagine degli Emirati come partner competente e affidabile. È una scelta razionale, ma non priva di rischi. Più Abu Dhabi si avvicina a Washington e Israele, più aumenta il rischio di ridurre il proprio margine di autonomia nel mondo arabo e nei rapporti con gli altri attori regionali.

È proprio qui che la storia degli Emirati diventa interessante anche al di fuori del Medio Oriente. Il vero capitale accumulato da Abu Dhabi in questi vent’anni non è soltanto finanziario. È un capitale composto da reputazione, relazioni, accesso, investimenti, conoscenza dei meccanismi decisionali e capacità di muoversi contemporaneamente nel mondo pubblico e in quello privato.

Un investimento in una società tecnologica produce un rendimento finanziario. Se quella società opera in un settore strategico, produce anche una relazione politica. La relazione facilita l’accesso. L’accesso consente di capire prima degli altri dove si stanno spostando politica, regolazione e capitale. E questa conoscenza migliora a sua volta la qualità degli investimenti. È un circuito che Abu Dhabi ha costruito lentamente, nell’arco di quasi vent’anni. Ed è forse questa la lezione più importante per l’Europa e per l’Italia.

La diplomazia economica viene ancora troppo spesso considerata una materia separata dalla politica estera. Gli investimenti esteri vengono gestiti da un’altra filiera. Il public affairs viene trattato come un’attività prevalentemente reputazionale. La politica industriale segue percorsi propri. La promozione internazionale del Paese viene affidata a strutture diverse. Gli Emirati hanno fatto l’opposto. Hanno costruito un’unica architettura nella quale capitale, diplomazia, tecnologia, reputazione e relazioni istituzionali si rafforzano reciprocamente.

È questo il vero insegnamento di Abu Dhabi a Washington. Non serve necessariamente avere le dimensioni di una grande potenza per acquisire peso internazionale. Serve costruire una posizione che gli altri abbiano interesse a preservare. Gli Emirati hanno trasformato il proprio capitale finanziario in capitale politico e il proprio capitale politico in accesso economico e tecnologico. Hanno investito non soltanto nelle aziende, ma nelle relazioni che permettono di comprendere dove quelle aziende e quei settori saranno tra dieci anni.

Per l’Italia, la lezione è particolarmente rilevante. In un mondo nel quale la competizione internazionale si gioca sempre più sulla capacità di attrarre capitali, controllare tecnologie, costruire filiere industriali e mantenere relazioni politiche, non basta avere buoni rapporti con gli altri governi. Bisogna costruire una presenza stabile nei luoghi dove vengono prese le decisioni. Washington, in questo senso, racconta una storia molto precisa. L’influenza non nasce quando arriva una crisi e si cerca qualcuno da chiamare. Nasce molto prima, quando quella crisi ancora non esiste e si decide di costruire una relazione.

Abu Dhabi lo ha capito vent’anni fa. E oggi Washington ne mostra il risultato.

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