Cronache USA / News
Trump: la fuga da Ankara dentro un container, quando la fiction diventa realtà
Di Giampiero Gramaglia
La ‘fuga da Ankara’ del presidente Usa Donald Trump, dopo il vertice della Nato a inizio luglio, assume contorni rocamboleschi nella ricostruzione fattane oggi dai principali media statunitensi. L’attenzione prestata al rischio ipotetico corso da Trump in Turchia è amplificata dalle smentite e dalle reticenze della Casa Bianca su questa vicenda.
La storia è che una minaccia di assassinio iraniana indusse il Secret Service, la polizia che si occupa della sicurezza dei presidenti, a non fare volare Trump sul suo nuovo AirForceOne, dono del Qatar, giudicato non sufficientemente sicuro, ma neppure sul suo vecchio AirForceOne, come si era fin qui creduto, bensì in gran segreto su un volo militare.
Con uno stratagemma, il presidente fu trasferito su un aereo più piccolo – un C-32A della UsAF – con un camion per il catering aeroportuale, utilizzato per caricare i pasti e le altre provviste prima d’un volo. L’operazione fu condotta all’insaputa dei giornalisti del pool presidenziale e dello staff della Casa Bianca, che credevano di essere sull’aereo con il presidente.
Ad Ankara, Trump salì sotto gli occhi delle telecamere sul vecchio AirForceOne, divenuto un’esca. Né la Casa Bianca né altre fonti ufficiali hanno finora confermato la ricostruzione giornalistica fatta, fra l’altro, con grande rilievo da Washington Post, New York Times e Cnn, ma non l’hanno neppure smentita.
Sui social, il magnate presidente aveva annunciato che avrebbe utilizzato il vecchio AirForceOne, invece dell’aereo che lo aveva portato fin lì, un Boeing 747-8 più recente donatogli dal Qatar, la cui sicurezza appariva inadeguata – il velivolo è attualmente sottoposto a ulteriori ammodernamenti -. L’artificio del Secret Service ha fatto sì che per alcune ore quasi nessuno sapeva dove Trump fosse davvero.
Il Washington Post ha fornito alla Casa Bianca i dettagli della sua inchiesta, con diverse domande. Per tutta risposta, il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, ha rilasciato una dichiarazione che non dice nulla nel merito della vicenda: “Il nuovo AirForceOne è un aereo all’avanguardia dotato di protocolli di sicurezza di alto livello a tutela dell’incolumità del presidente e del suo staff … Come ha affermato di recente il presidente, ci sono molti nemici dell’America che lo prendono di mira e noi usiamo ogni strumento a nostra disposizione per contrare le minacce…”. Pentagono e Secret Service non hanno risposto.
Il rilievo che questa romanzesca vicenda assume questa mattina sui media statunitensi è funzione della mancanza di sviluppi concreti sui fronti bellici e negoziali, in particolare con l’Iran, mentre, secondo il Wall Street Journal, i Paesi del Golfo si stanno adattando alla “nuova normalità” creatasi nello Stretto di Hormuz, cioè il controllo di fatto dell’Iran: “Agli esportatori di petrolio e di gas, questa situazione non piace, ma pensano che sia l’opzione meno peggio”.
Secondo Euronews, pure la Cina s’è attivata per attenuare l’impatto della chiusura dello Stretto, riattivando la Via della Seta polare: con questa rotta, Pechino avvia le merci verso l’Europa, riducendo i tempi di navigazione ed evitando i punti attualmente più caldi del traffico marittimo mondiale.
Il WSJ, come il Financial Times, analizza gli assetti di potere a Teheran, da dove vengono sempre indicazioni contraddittorie. L’idea, oggi, è che la nuova guida suprema Mojtaba Khamenei stia consolidando il proprio potere e abbia affidato al generale Moshen Rezaei il compito di coordinare e allineare le leadership politica e militare.
L’Iran avrebbe predisposto una serie di richieste che gli Usa dovrebbero soddisfare, fra cui la levata del blocco navale ai porti iraniani, il ritiro delle forze dalla regione, la fine definitivo del conflitto e il pagamento dei danni di guerra, per la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Trump, secondo cui contatti fra le parti sono in corso, pensa che debba essere l’Iran a pagare compensazioni per le morti e i danni fatti. Le vittime del conflitto provocate dagli attacchi israelo-americani sono in un rapporto di cento a uno con quelle fatte dalle risposte iraniane.
Intanto, negli Stati Uniti cresce l’allarme per possibili cyber-attacchi iraniani al sistema idrico, che sarebbe a rischio in 12 Stati.





