Politica

Roma-Delhi, la via italiana al nuovo ordine globale

18
Maggio 2026
Di Paolo Bozzacchi

Non sarà un semplice bilaterale di routine. Mercoledì Giorgia Meloni riceve Narendra Modi nella cornice istituzionale e simbolica della diplomazia romana, mentre il premier indiano, in Italia per concludere il suo tour europeo, incontra anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma dietro il protocollo c’è molto di più: c’è il tentativo dell’Italia di allargare il proprio raggio d’azione, consolidando una relazione strategica con l’India che ormai non può più essere letta come semplice capitolo commerciale. Il punto politico è chiaro. Roma resta pienamente dentro il perimetro europeo e atlantico, ma prova a muoversi con maggiore profondità in un mondo in cui l’interesse nazionale si misura anche nella capacità di costruire rapporti stabili con le grandi potenze emergenti.

L’India, in questo quadro, è interlocutore naturale: mercato immenso, potenza tecnologica, attore centrale dell’Indo-Pacifico, ponte con il Sud globale e Paese capace di parlare contemporaneamente con Washington, Bruxelles, Mosca, il Golfo e l’Asia. La visita di Modi si inserisce nel solco del Joint Strategic Action Plan, il Piano d’azione strategico congiunto con cui nel 2024 Meloni e il premier indiano hanno fissato una traiettoria di rafforzamento della cooperazione bilaterale. Dentro ci sono commercio, sicurezza e difesa, energia pulita, innovazione, scienza e tecnologia.

Non più soltanto export, dunque, ma una grammatica nuova della relazione: filiere, infrastrutture, logistica, investimenti, industria, sicurezza economica. I numeri confermano che il rapporto è già entrato in una fase più matura. Secondo i dati ufficiali dell’Osservatorio economico del Maeci, l’interscambio tra Italia e India ha raggiunto 14,37 miliardi di euro nel 2024, con 5,211 miliardi di export italiano e 9,159 miliardi di import dall’India. Nel 2025 l’export italiano è salito a 5,702 miliardi, mentre l’import è sceso a 8,545 miliardi, riducendo il disavanzo commerciale italiano da 3,948 a 2,844 miliardi.

È un segnale non secondario: la relazione cresce, ma inizia anche a riequilibrarsi. La composizione degli scambi racconta ancora meglio la natura del rapporto. L’Italia esporta soprattutto macchinari, apparecchiature, chimica, farmaceutica, metalli, mezzi di trasporto e tecnologie industriali. L’India vende all’Italia metalli, prodotti chimici, tessile, abbigliamento, prodotti petroliferi raffinati, macchinari ed elettronica. Non siamo davanti a un rapporto fondato soltanto sui consumi, ma a un intreccio industriale che riguarda la manifattura, le catene del valore, la transizione energetica e la capacità dei due Paesi di posizionarsi nei nuovi equilibri globali. È qui che il dossier Imeec, l’India–Middle East–Europe Economic Corridor, assume un valore strategico. Per Roma, il corridoio tra India, Medio Oriente ed Europa non è una sigla da comunicato, ma una possibile infrastruttura geopolitica. Se realizzato, potrebbe trasformare il Mediterraneo in una piattaforma di connessione tra Asia, Golfo ed Europa, rafforzando il ruolo dell’Italia come porta d’ingresso meridionale del continente.

Porti, energia, digitale, logistica e infrastrutture diventano così strumenti di politica estera. In questo senso, il rapporto con Nuova Delhi è anche un tassello della diversificazione italiana. Non si tratta di sganciarsi dall’Europa o dall’Alleanza atlantica, ma di evitare che la politica estera di Roma resti schiacciata su un’unica geometria. In un mondo segnato dalla competizione tra Stati Uniti e Cina, dalla frammentazione delle catene di approvvigionamento e dalla crescente politicizzazione dell’energia e delle tecnologie, l’Italia cerca spazi di manovra. L’India offre proprio questo: un partner democratico, ambizioso, pragmatico, interessato alla tecnologia occidentale ma determinato a conservare autonomia strategica. Il caso Iveco-Tata Motors è, da questo punto di vista, emblematico.

L’acquisizione del gruppo Iveco da parte di Tata Motors per 3,8 miliardi di euro è stata definita il più grande investimento indiano in Italia. Non è solo una grande operazione industriale: è il simbolo di un salto di scala. Il capitale indiano non guarda più all’Italia solo come mercato di sbocco, ma come piattaforma produttiva, tecnologica e manifatturiera. Allo stesso tempo, Roma ha mostrato di voler governare il processo, separando i dossier più sensibili e tutelando gli asset legati alla difesa e al know-how strategico. La questione, infatti, non è aprire o chiudere le porte agli investimenti esteri. È decidere come aprirle. L’Italia ha bisogno di capitali, mercati e partnership industriali, ma non può permettersi di perdere controllo sulle tecnologie critiche. La relazione con l’India permette di sperimentare una linea intermedia: attrarre investimenti da una grande potenza amica, rafforzare la base industriale nazionale e, al tempo stesso, mantenere presidio pubblico sulle filiere sensibili.

Accanto ai grandi gruppi, si muove poi il tessuto delle piccole e medie imprese, vero banco di prova della strategia. L’apertura di un ufficio Simest a Delhi, con una linea di finanziamento da 500 milioni di euro, e gli ulteriori 200 milioni messi a disposizione da Sace per sostenere le PMI indicano la volontà di trasformare l’India da opportunità evocata a mercato concretamente accessibile. Per molte aziende italiane, l’India resta complessa: dimensioni enormi, regole articolate, differenze territoriali profonde, concorrenza intensa. Ma proprio per questo serve una regia pubblica capace di accompagnare l’internazionalizzazione, non solo di celebrarla. Anche le testate internazionali hanno letto il viaggio europeo di Modi come parte di una strategia più ampia.

Reuters ha sottolineato il tentativo indiano di consolidare legami economici e investimenti con l’Europa e il Medio Oriente, mentre il Financial Times ha inquadrato il dossier Iveco-Tata dentro il riassetto dell’industria europea dei veicoli commerciali e della difesa. Il messaggio è evidente: Nuova Delhi non è più un partner periferico nelle strategie europee, ma un attore con cui misurare investimenti, sicurezza energetica, tecnologie e nuove rotte commerciali.

Per l’Italia la posta è ancora più alta. Da anni Roma cerca di dare sostanza alla propria vocazione mediterranea, ma spesso lo fa con strumenti insufficienti o discontinui. Il rapporto con l’India può rendere quella vocazione meno retorica e più operativa. Se l’Imeec prenderà forma, se le infrastrutture energetiche e logistiche saranno finanziate e se le imprese italiane sapranno inserirsi nelle catene del valore indiane, il Mediterraneo tornerà a essere non solo confine, ma centro.

La visita di Modi, dunque, misura il grado di ambizione della politica estera italiana. Meloni punta a costruire una postura più assertiva, capace di tenere insieme Occidente politico, Mediterraneo energetico, Indo-Pacifico commerciale e Sud globale diplomatico. È una linea che comporta rischi, perché richiede continuità, competenza amministrativa e capacità di coordinare governo, imprese, finanza pubblica e grandi gruppi industriali. Ma è anche una delle poche strade possibili per un Paese come l’Italia, troppo grande per limitarsi a una diplomazia di testimonianza e troppo interdipendente per pensare di agire da solo.

Alla fine, Villa Pamphilj diventa il luogo di una scelta più ampia. L’Italia non abbandona Bruxelles né Washington, ma prova a non farsi definire soltanto da Bruxelles e Washington. Guarda a Delhi perché lì si incrociano crescita demografica, ambizione industriale, autonomia strategica e domanda di tecnologia. Guarda all’India perché nel nuovo ordine globale le relazioni contano quanto le alleanze, i corridoi quanto i trattati, le filiere quanto le dichiarazioni politiche. Il rapporto tra Italia e India è ancora pieno di nodi: squilibrio commerciale, accesso al mercato, burocrazia, tutela degli investimenti, convergenze non sempre automatiche sui grandi dossier internazionali. Ma la direzione è segnata. Roma ha individuato in Nuova Delhi uno dei partner chiave per uscire da una postura troppo stretta e costruire una politica estera più larga, economica, industriale e geopolitica insieme. Per questo l’incontro Meloni-Modi non è soltanto una tappa diplomatica.

È un messaggio. Nel secolo della competizione tra potenze, l’Italia prova a ritagliarsi spazio non rompendo le proprie alleanze, ma moltiplicando le proprie connessioni. E l’India, oggi, è una delle connessioni decisive.

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