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Iran: Trump estende la tregua, colloqui di pace a un punto morto

22
Aprile 2026
Di Giampiero Gramaglia

Il rinvio a tempo indeterminato, fino a quando i negoziati non saranno conclusi, dell’ultimatum all’Iran, che sarebbe scaduto oggi, domina l’attualità internazionale. I principali media Usa s’interrogano sui perché dell’ennesima scelta contraddittoria del presidente Donald Trump, fatta nonostante un accordo non appaia alle viste o almeno imminente.

“Né guerra né pace” è la sintesi stamane di Le Monde: il magnate presidente è passato in 50 giorni dall’aggressione unilaterale, condotta in tandem con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, all’odierna tregua unilaterale a tempo indeterminato decisa senza avere ottenuto nulla in cambio dall’Iran, ma nell’attesa di “una proposta unitaria” da parte iraniana.

Nell’annunciare la decisione di protrarre il cessate-il-fuoco, in vigore dal 7 aprile, Trump ha citato “profonde divisioni” all’interno della leadership iraniana, dove falchi e moderati si confrontano. Non è escluso che lo stallo, inconclusivo, niente guerra e niente intesa, si protragga nel tempo, essendo il magnate presidente incapace di uscire dal vicolo in cui s’è cacciato. La Casa Bianca – afferma la Cnn – si rende conto che gli ostacoli da sormontare sono “alti”, ma coltiva ancora speranze di un’intesa.

Per tradurre in un’immagine la situazione, il Wall Street Journal parla di “una battaglia fra polli”, dove le galline sono Washington e Teheran, che si beccano a vicenda: gli iraniani non fanno partire la loro delegazione per il Pakistan, gli americani bloccano la loro; gli americani tengono il blocco delle navi da e per i porti dell’Iran, gli iraniani si rimangiano la riapertura dello Stretto; e così via.

L’Amministrazione Usa sta valutando misure per allentare la crisi energetica dovuta al blocco, o almeno alla paralisi, della navigazione nello Stretto di Hormuz, dove sia Teheran che Washington continuano a imporre misure restrittive. Ieri, però, vi sarebbero transitate due petroliere iraniane, eludendo il blocco della US Navy, e ne sarebbero uscite due navi da crociera bloccate lì dall’inizio del conflitto.

La proroga della tregua è stata comunicata da Trump sul suo social Truth poco prima della scadenza dell’ultimatum e dopo reiterate minacce della ripresa di bombardamenti devastanti. Il Pakistan, che sta mediando, ha chiesto di sospendere ogni attacco. La missione negoziale del vp JD Vance è stata bloccata all’ultimo istante e resta sospesa, dopo che il regime iraniano ha confermato di non ritenere una base di partenza delle trattative le richieste statunitensi e ha denunciato “ripetute violazioni” della tregua da parte americana.

La delegazione statunitense al secondo round degli eventuali negoziati, dopo la brusca interruzione dei colloqui il 12 aprile, sarà completata dalla coppia fissa Steve Witkoff e Jared Kushner. Secondo il New York Times, i dubbi degli iraniani se fidarsi o meno di Trump gettano un’ombra sul futuro delle trattative, perché i leader di Teheran temono di essere di nuovo beffati dal magnate presidente che ha già fatto carta straccia dell’accordo sul nucleare raggiunto sotto l’Amministrazione Obama dopo anni di negoziati.

Il Washington Post sottolinea la mancanza di basi per un’intesa di massima fra Usa e Iran e segnala che la US Navy ha allargato le proprie operazioni all’Oceano Indiano, sequestrando una petroliera che ‘contrabbandava’ petrolio iraniano in violazione delle sanzioni statunitensi. Secondo Fox News, a bordo della petroliera cinese sequestrata domenica nello Stretto di Hormuz sono stati trovati prodotti chimici utilizzati nella produzione di missili iraniani e dei loro propellenti.

Intanto, l’Amministrazione Trump sta premendo sull’Iraq perché prenda le distanze dall’Iran: Washington chiede al governo di Baghdad di smantellare le milizie sciite sostenute dall’Iran che nelle ultime settimane hanno attaccato basi e interessi statunitensi nel Paese, colpendo anche l’ambasciata a più riprese.

Ma è un po’ come chiedere al governo libanese di disarmare Hezbollah: le milizie hanno più potere della politica; o, almeno, la politica non vuole mettersi contro le milizie. Se ne tornerà a parlare domani a Washington, alla ripresa delle trattative fra Israele e Libano. Il New York Times, oggi, dedica l’immagine centrale della prima pagina alla caotica situazione in Libano, con il contro-esodo di centinaia di migliaia di persone che tentano di tornare alle loro case, o a ciò che ne resta, nel Sud del Paese.

Che sia guerra o che sia pace, che il prezzo del petrolio salga o scenda, le borse continuano a fare festa e a battere record. Il Wall Street Journal si chiede perché ciò avvenga, nonostante le previsioni degli economisti siano fosche per i prossimi mesi: gli investitori, ma soprattutto gli speculatori, vedono nella guerra e nell’incertezza occasioni di guadagno, facendo lo slalom tra acquisti e vendite in funzione delle dichiarazioni di Trump o dei leader di Teheran.

Diverso il discorso per gli imprenditori, che hanno bisogno di certezze per investire. In tal senso, Cina, Giappone e Corea del Sud, le maggiori economie asiatiche con l’India, stanno adeguandosi alla crisi energetica, cercando fornitori alternativi a quelli tradizionali, stanziando fondi d’emergenza e affidandosi alle riserve strategiche. Scelte che hanno l’Ue sta valutando e fa, magari con minore rapidità.