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Non solo Hormuz: lo strategico Stretto di Bab-al-Mandab

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Marzo 2026
Di Paolo Bozzacchi

Occhi puntati sull’altro Stretto di mare in Medio Oriente che è la porta naturale verso il Canale di Suez. Bab al-Mandab si trova tra Yemen e Corno d’Africa (Eritrea-Gibuti), e in queste ore viene attenzionato dagli attori internazionali perché grazie alle pipeline che collegano l’Est e l’Ovest dell’Arabia Saudita rappresenta in questa fase una valida alternativa ad Hormuz. Meno citato, meno “iconico” nei briefing strategici, eppure sempre più decisivo. Questo stretto è largo appena una ventina di chilometri ed è la cerniera che tiene insieme Oceano Indiano e Mediterraneo attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez. È qui che passa una quota rilevante del commercio mondiale, ed è qui che oggi si concentra una delle crisi più sottovalutate ma più dirompenti per l’economia globale.

I numeri raccontano una realtà che spesso sfugge al dibattito pubblico: circa il 12% del commercio marittimo globale già transita da Bab al-Mandab, insieme a una quota che oscilla tra il 12% del petrolio e l’8% del gas naturale liquefatto trasportati via mare. Se si guarda al corridoio più ampio Mar Rosso–Suez, si arriva a percentuali ancora più significative: fino al 30% del traffico container mondiale e circa il 40% degli scambi tra Asia ed Europa. In altre parole, non è solo una rotta energetica, ma un’infrastruttura critica della logistica globale. Senza Bab al-Mandab, l’intero asse commerciale tra Est e Ovest perde continuità, costringendo le navi a circumnavigare l’Africa con tempi e costi molto più elevati.

È proprio questa centralità a renderlo oggi un punto di pressione geopolitica. Dalla fine del 2023, gli attacchi dei ribelli Houthi, movimento yemenita sostenuto dall’Iran, hanno trasformato lo stretto in un teatro di guerra asimmetrica. Missili antinave, droni e attacchi mirati hanno colpito o minacciato decine di navi commerciali, con oltre 100 episodi registrati secondo fonti internazionali. L’effetto è stato immediato: una parte consistente del traffico ha evitato la rotta del Mar Rosso, con un calo fino al 60-70% dei passaggi nello stretto nelle fasi più acute della crisi e la deviazione di migliaia di navi verso il Capo di Buona Speranza. Le conseguenze si sono propagate lungo tutta la catena globale del valore: ritardi, aumento dei costi di trasporto, rialzi dei noli e nuove pressioni inflazionistiche.

A rendere Bab al-Mandab ancora più instabile rispetto ad altri choke point è la sua frammentazione geopolitica. Sul lato asiatico, lo Yemen è un Paese diviso, in cui gli Houthi controllano o influenzano ampie porzioni della costa occidentale e sono in grado di colpire il traffico marittimo con relativa facilità. Sul lato africano, Gibuti rappresenta un hub militare senza eguali, con basi di Stati Uniti, Francia e Cina, mentre l’Eritrea mantiene una posizione più opaca ma strategicamente rilevante. A questa presenza si aggiungono le missioni navali internazionali USA-led e Aspides (UE), come l’operazione statunitense per la sicurezza del Mar Rosso e quella europea, che cercano di garantire la libertà di navigazione in un contesto sempre più complesso. Il risultato è un equilibrio instabile, in cui nessun attore controlla davvero lo stretto, ma molti hanno la capacità di influenzarlo o destabilizzarlo.

Gli Houthi cercano di dimostrare come un attore non statale possa utilizzare un nodo logistico globale come leva politica. Gli attacchi, formalmente giustificati come risposta al conflitto in Medio Oriente, hanno colpito navi legate a una molteplicità di Paesi, ben oltre il perimetro regionale. Il messaggio è chiaro: colpire Bab al-Mandab significa colpire la globalizzazione stessa. Non si tratta solo di interrompere un flusso commerciale, ma di aumentare i costi sistemici, rallentare le catene di approvvigionamento e generare incertezza su scala globale.

In queste ore l’attenzione strategica si concentra sullo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Ma la crisi del Mar Rosso suggerisce che la geografia della vulnerabilità è più articolata. Se Hormuz è il collo di bottiglia dell’energia, Bab al-Mandab è quello della logistica globale. E, per certi versi, è altrettanto difficile da stabilizzare: non è dominato da una singola potenza regionale, è esposto a dinamiche di conflitto interno e a interferenze esterne, ed è teatro di una guerra ibrida in cui attori statali e non statali si sovrappongono.

Il risultato è che uno dei pilastri della globalizzazione contemporanea si regge oggi su un equilibrio precario. Bastano pochi attacchi mirati per deviare rotte commerciali globali, aumentare i costi per imprese e consumatori e mettere in difficoltà interi settori industriali. Bab al-Mandab, più che un semplice passaggio marittimo, è diventato un indicatore della fragilità sistemica del commercio internazionale. E la domanda che si impone, guardando oltre l’emergenza, è se stabilizzare l’area mediorentale nel suo complesso sia diventata concretamente la priorità globale.