Guerra giorno 5: l’aggressione all’Iran di Israele e Stati Uniti è divenuta, con la risposta di Teheran contro i Paesi alleati di Washington nella Regione, una guerra del Medio Oriente; e c’è già chi parla di terza ‘guerra del Golfo’, dopo quelle – ben diverse fra di loro e da questa – del 1991 e del 2003.
Gli sviluppi del conflitto hanno sfaccettature molto variegate. Stati Uniti e Israele conducono ondate d’attacchi con aerei e missili sugli obiettivi iraniani – ne avrebbero centrati circa 2000 e avrebbero affondato 17 unità navali – e hanno già fatto circa 800 vittime, secondo la Mezzaluna rossa iraniana, con migliaia di feriti.
Secondo il Wall Street Journal, gli attacchi mirano, fra l’altro, a indebolire e smantellare l’apparato di repressione iraniano, così da rendere meno rischiose le manifestazioni contro il regime. Israele ha anche intensificato l’offensiva contro gli Hezbollah in Libano, bombardando Beirut, la capitale, e facendo entrare truppe nel sud del Paese.
Il Pentagono ha identificato quattro dei sei militari statunitensi finora caduti in questa guerra, tutti vittime di un drone in Kuwait, tutti riservisti, tre uomini e una donna.
Dal canto suo, Teheran continua la sua controffensiva, colpendo in tutta la Regione obiettivi militari e diplomatici, fra cui ambasciate e consolati statunitensi e sedi della Cia. Washington ha così chiuso tre ambasciate, in Arabia Saudita, Kuwait e Libano, e molti americani in Medio Oriente s’affannano per tornare a casa, esattamente come fanno gli italiani e tutti gli occidentali. Il Dipartimento di Stato ha sollecitato i cittadini statunitensi che sono in 14 Paesi del Medio Oriente a venirne via subito, ma la chiusura degli aeroporti e le perduranti limitazioni al traffico aereo rendono le partenze difficili: si stanno organizzando voli charter per 1.600 persone che vogliono essere evacuate.
In Iran, si va verso la scelta del successore della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso sabato nella prima ondata di offensiva israelo-americana. Secondo il New York Times, il figlio dell’ayatollah, Mojtaba Khameney, è il favorito: la sua nomina sarebbe un successo della linea dura. Ma la partita è aperta: in corsa, c’è pure Ali Larijani, stretto collaboratore della guida suprema defunta, la cui scelta sarebbe invece un segnale di apertura.
Sui media Usa, c’è molta attenzione alle conseguenze economiche del conflitto: il petrolio è ieri salito sopra quota 85 dollari al barile per la prima volta in quasi due anni, prima di riscendere un po’ in serata, e i maggiori mercati azionari mondiali confermano le reazioni negative alla guerra.
Continua poi la cacofonia nell’Amministrazione Trump sulle ragioni di un attacco che appare gratuito e che è stato condotto in costanza di negoziati. Le spiegazioni sono volta a volta centrate sul cambio di regime a Teheran o sulla distruzione del programma nucleare iraniano – già più volte tentata e data per fatta – o sull’imminenza di una minaccia missilistica iraniana.
Alla gamma di motivi – nessuno dei quali convincente -, il segretario di Stato Marco Rubio ne ha ieri aggiunto uno inedito: gli Stati Uniti, sapendo che Israele stava per attaccare l’Iran, hanno deciso di attaccare a loro volta per proteggere le forze Usa schierate nella Regione dalla reazione iraniana.
Anche Trump ha ieri aggiunto un movente diverso di carattere personale: in un’intervista alla Abc, il magnate presidente ha detto che i tentativi di assassinarlo, in nessuno dei quali è mai emersa una connessione iraniana, hanno avuto un peso nella sua decisione di attaccare l’Iran.
Ricevendo ieri nello Staudio Ovale il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha avuto giudizi poco lusinghieri per il premier britannico Keir Starmer – “Non è Churchill” – e toni molto aspri verso il capo del governo spagnolo Pedro Sanchez, l’unico leader europeo ad avere apertamente condannato l’aggressione israelo-americana.
Il NYT dà notizia che l’Amministrazione Trump 2 ha intanto aperto un nuovo fronte di guerra nell’America latina, inviando forze speciali e consiglieri militari in Ecuador per combattere contro “organizzazioni terroristiche” che sarebbero le gangs di narcotrafficanti già attaccate nei Caraibi e nel Pacifico affondandone le imbarcazioni e uccidendo quasi 150 persone senza alcun mandato nazionale o internazionale.





