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Iran-Usa: negoziati vanno avanti, ma la guerra appare più vicina

27
Febbraio 2026
Di Giampiero Gramaglia

I negoziati tra Usa e Iran sul nucleare e sui missili fanno passi avanti, dicono i mediatori dell’Oman che, dopo il round di ieri a Ginevra, annunciano nuove trattative la prossima settimana a Vienna. Ma la guerra s’avvicina, lasciano intendere le fonti statunitensi, che esprimono ”insoddisfazione” e “delusione” perché gli iraniani non accettano di consegnare all’America tutto il loro uranio arricchito e non rinunciano ai loro missili attualmente capaci di raggiungere Israele e lembi d’Europa, ma che potrebbero allungare in un prossimo futuro la loro gittata.

Sui principali media Usa, c’è molta attenzione ai potenziali sviluppi tra Teheran e Washington. Un’analisi della Cnn afferma che il presidente Donald Trump sta ripetendo con l’Iran gli errori fatti dal suo predecessore George W. Bush quando lanciò l’invasione dell’Iraq nel 2003 col falso pretesto delle armi di distruzione di massa che Baghdad non aveva.

“Senza quella guerra e le sue catastrofiche conseguenze, Trump forse non sarebbe oggi presidente – scrive Stephen Collinson, sotto il titolo ‘L’America sta per andare in guerra?’ -… Eppure sta ora accumulando decisioni strategiche simili a quelle che condussero a quel disastro”, a cominciare dall’imponente schieramento militare nell’area, che serve a proteggere dall’eventuale reazione iraniana non tanto gli Stati Uniti quanto i loro alleati nella Regione, Israele in primo luogo, ma anche i Paesi del Golfo.

Secondo il Washington Post, le trattative di ieri a Ginevra lasciano al presidente di “soppesare i pro e i contro tra diplomazia e conflitto”. In un’intervista proprio al WP, il vice-presidente JD Vance sostiene di essere “scettico” su interventi militari americani all’estero, ma sostiene che “non c’è rischio” che un attacco all’Iran conduca a una guerra di lunga durata e di grandi dimensioni. Resta che, tra Iran e Usa, dopo il round di ieri, “le distanze rimangono significative”.

Un sondaggio per conto dell’Ap, dopo il discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da Trump martedì sera, indica che la metà circa dei cittadini statunitensi sono molto preoccupati dall’ipotesi che il programma nucleare iraniano costituisca una minaccia diretta per il loro Paese e che solo due su dieci se ne curano poco o per nulla. Il messaggio ‘trumpiano’, almeno su questo punto, pare essere passato.
Il focus sull’Iran distrae dall’Ucraina, che la Russia continua a bombardare notte tempo e dove si preparano sviluppi negoziali la prossima settimana – quasi sicuramente non decisivi, ma ancora preliminari – e anche dalla frontiera tra Pakistan e Afghanistan, dove, invece, il conflitto è ormai dichiarato, come rileva in apertura Le Monde: “L’esercito pachistano bombarda Kabul e sorvola Kandahar, dove risiede l’autorità suprema talebana, e afferma che la guerra è aperta fra i due Paesi”, dopo azioni terroristiche attribuite ai talebani in territorio pachistano.

I venti di conflitto che soffiano su tutto il Medio Oriente fanno passare in secondo piano altri temi forti dell’attualità statunitense, come l’audizione davanti alla commissione d’inchiesta della Camera di Hillary Clinton sul ‘caso Epstein’ – oggi tocca all’ex presidente Bill Clinton -; le tensioni politiche sui dazi, l’immigrazione, le prossime elezioni; ed il ritiro di Netflix dalla corsa alla Paramount, tutto a vantaggio di Warner.