Cronache USA

Trump vuole prendersi la Groenlandia, Maduro in tribunale

05
Gennaio 2026
Di Giampiero Gramaglia

Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la loro sicurezza: il presidente statunitense Donald Trump lo dice in un’intervista a The Atlantic e lo ripete ai giornalisti sul volo che lo riporta a Washington da Mar-a-lago, in Florida, dove ha trascorso le feste giocando a golf, ospitando gala in smoking per il Nuovo Anno e ordinando, tra una buca e un ricevimento, attacchi alla Nigeria e al Venezuela.

“Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale: è strategica… L’Ue ha bisogno che la Groenlandia sia nostra… La Danimarca – che esercita la sovranità sull’enorme isola, ndr –  non è in grado di occuparsene”, ha affermato Trump, in una conversazione con i giornalisti a bordo dell’AirForceOne durata circa 40′ minuti.

Il magnate presidente ha così proseguito: “In questo momento la Groenlandia è piena di navi russe e cinesi ovunque…”. E ha ironizzatio sul fatto che Copenaghen avrebbe migliorato la sicurezza dell’isola con “una slitta trainata dai cani”.

Dal profluvio di parole di Trump, la Cnn ricava questo titolo: “Un presidente galvanizzato – dall’esito dell’operazione in Venezuela, ndr – fa drastiche minacce ad altri Paesi. E Politico scrive: “Trump, di ritorno a Washington, preannuncia la fine di Cuba, mette in guardia Colombia e Messico e minaccia la Groenlandia”, oltre ad avvertire l’Iran che potrebbe subire un duro colpo, se continuerà a uccidere i partecipanti alle proteste in corso nel Paese.

Dopo la vicenda venezuelana, il magnate presidente conta che la paura induca i suoi interlocutori, alleati o nemici che essi siano, a fargli concessioni. Ma proprio la vicenda venezuelana dovrebbe convincere i Paesi dell’Ue e della Nato, partner ed alleati degli Stati Uniti, che la condiscendenza con Trump non porta risultati – a meno che non ci si accontenti di fargli da paggetti – e che, invece, la fermezza lo frena. Per una conferma, basta vedere come gestiscono i rapporti con lui i presidenti cinese Xi Jinping e russo Vladimir Putin, che non hanno ceduto d’un pollice sui dazi e l’Ucraina.

E comincia a diffondersi la sensazione che il sequestro del presidente venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores sia un’operazione ‘gattopardiana’, cambiare tutto per non cambiare nulla, perché il regime resta al potere con la presidente ad interim Delcy Rodriguez e gli apparati burocratici e militari apparentemente intatti.

Del resto, è chiaro che a Trump del ripristino della democrazia non importa nulla – ha già ‘scaricato’ la leader dell’opposizione e Nobel per la Pzace Maria Corina Machado -; e che usa la guerra contro il narcotraffico come un pretesto per incriminare Maduro e la moglie, che oggi compariranno davanti a un tribunale di New York per essere formalmente incriminati e rinviati a giudizio.

Trump insiste nel sostenere che Washington è “al comando” in Venezuela, un’affermazione corretta dal segretario di Stato Usa Marco Rubio. Rodriguez replica chiedendo la liberazione di Maduro e offrendo “collaborazione”, nell’ambito di “relazioni equilibrate e rispettose fra Stati Uniti e Venezuela”. Trump tiene sulla corda anche la presidente ad interim: se non farà “la cosa giusta”, cioè quel che vuole lui, ne subirà le conseguenze. Quel che conta è il petrolio: Rodriguez, che ne è stata ministro, ha contatti con l’industria statunitense, che possono ora tornare utili; e Rubio ipotizza un blocco navale dell’export venezuelano, destinato soprattutto a Cina e Iran, di cui s’era già avuto un ‘assaggio’ con i sequestri in acque internazionali di petroliere provenienti da porti venezuelani.

Il bilancio della cattura di Maduro e della moglie s’è aggravato: le vittime, fra ‘pretoriani’ e civili, sono oltre cento, secondo fonti venezuelane, fra cui 32 cittadini cubani – il dato viene dall’Avana -.

Sui media Usa, molte analisi leggono gli sviluppi venezuelani in chiave elettorale – spostare l’attenzione sui ‘successi’ internazionali del magnate presidente – o in chiave caratteriale: Trump sarebbe stato contrario all’intervento, fin quando non è subentrata la frustrazione perché Maduro non accettava i suoi inviti a farsi da parte, magari con un ‘esilio sicuro’ e dorato garantito in Turchia.  Un sondaggio della Cbs suggerisce che la scommessa elettorale sia azzardata, a parte la lontananza del voto (gli americani andranno alle urne il 4 novembre, fra dieci mesi): il 70% degli intervistati  è contrario all’intervento militare. E’ invece chiaro, per gli esperti, che le iniziative di Trump precipitano tutto il pianeta “in un Far-West geo-politico”, dove vince chi estrae la Colt per primo e ha la mira migliore.