Cronache USA
Iran: chiusa la finestra negoziale, Trump è nel pantano e minaccia l’Oman
Di Giampiero Gramaglia
L’avvenuta scadenza dei 60 giorni di negoziati previsti dal ‘memorandum of understanding’ firmato a metà giugno da Usa e Iran offre lo spunto per valutare l’andamento del conflitto e le scelte fatte dal presidente Usa Donald Trump, che, intanto, ancora una volta, trasforma un alleato in nemico e minaccia di bombardare l’Oman, “se si mette in mezzo”. Mentre quello che appariva il suo amico e alleato per eccellenza, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, gli risponde picche su Gaza: niente ritiro di Israele dalla Striscia, se prima Hamas non disarma.
Il Washington Post scrive che “60 giorni dopo la firma dell’accordo con l’Iran, la guerra si trascina e il presidente è impantanato…”. L’intesa di giugno prevedeva due mesi di trattative “per trasformare la tregua in un accordo di pace generale, ma la finestra negoziale s’è chiusa senza che ci sia accordo in vista”. In realtà, il calcolo dei 60 giorni era già saltato quando, a inizio luglio, e inopinatamente, il magnate presidente aveva deciso di tornare a bombardare l’Iran, salvo poi decidere, due settimane più tardi, e altrettanto inopinatamente, di sospendere di nuovo le ostilità.
Il New York Times apre così: “Di fronte al rischio di impantanarsi in Iran”, Trump preferisce guardare altrove e “si volta verso un volto familiare”, quello del crudele e imprevedibile dittatore nord-coreano Kim Jong-un. “Sette anni or sono, il presidente, non riuscendo a disarmare la Corea del Nord, lasciò perdere. La stessa cosa – si chiede il giornale – potrebbe succedere con l’Iran?”.
Il riferimento alla Corea del Nord richiama la decisione, annunciata da Trump, di ridimensionare le annuali esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, adducendo a motivo le sue eccellenti relazioni con Kim, che sta fornendo uomini e mezzi all’invasione russa dell’Ucraina e compiendo test di missili balistici proibiti dalle Nazioni Unite.
Seul maschera irritazione e preoccupazione esprimendo la speranza di una nuova fase diplomatica tra Washington e Pyongyang e di un miglioramento del clima diplomatico fra i due Paesi. Ma c’è chi collega, invece, la decisione di Trump alla volontà di ‘punire’ la Corea del Sud per la sua scarsa malleabilità sul fronte commerciale.
In un altro titolo, il NYT scrive: “La tregua con l’Iran scade, le opzioni si riducono e Trump minaccia e se la prende stavolta con l’Oman”, un alleato degli Usa che media con l’Iran, ma che avrebbe raggiunto un accordo per conto suo con Teheran sulla gestione dello Stretto di Hormuz, “mentre gli sforzi di chiudere la guerra che Trump stesso ha aperto sono falliti”.
Il Wall Street Journal apre con le minacce all’Oman, che – ricorda il giornale – non sono un inedito: “Alcuni funzionari Usa vedono l’Oman come un interlocutore favorito dell’Iran, mentre altri dicono che Trump ne fa un capro espiatorio per non essere riuscito a fare un’intesa nucleare con Teheran”.
Su questa considerazione possiamo innescare una nota della Ap, secondo cui, contrariamente a tutti i suoi predecessori, Trump non è mai disposto ad assumersi la responsabilità dei fallimenti, ma la scarica sempre su qualcun altro, un suo collaboratore o un Paese terzo. Allo stesso modo, l’Ap osserva che nessun altro presidente Usa s’è mai circondato di così tanti miliardari: “La ricchezza è la dote che Trump più apprezza, seconda solo alla lealtà nei suoi confronti”.
Un altro titolo del WSJ sposta l’attenzione dallo Stretto di Hormuz e il Golfo Persico al Mar Rosso, ricordando che la milizia sciita filo-iraniana degli Huthi minaccia l’acceso a quel mare: gli Huthi hanno aumentato l’intensità degli attacchi nei pressi dello stretto di Bab al-Mandeb e hanno già paralizzato almeno un porto strategico nell’area.
Le cose non vanno molto meglio per la diplomazia statunitense con Israele: il lungo incontro di ieri tra il ‘primo genero’ degli Stati Uniti Jared Kushner e Netanyahu, il tentativo di rompere lo stallo sulla Striscia di Gaza (e di passare alla seconda fase del piano di pace delineato a inizio ottobre) non è riuscito: Israele si rifiuta di ritirarsi finché Hamas non disarma, nonostante pressioni e lusinghe dell’Amministrazione Trump che vorrebbe fare qualche progresso, anche in chiave elettorale, prima del voto di midterm del 3 novembre. Anche Netanyahu ha esigenze elettorali, conflittuali con quelle di Trump, verso le politiche del 27 ottobre.
La relativa irrilevanza, in questa fase, della diplomazia statunitense e di quel che dice Trump trova, a mio avviso, riscontro nel relativo disinteresse con cui, nei giorni scorsi, sono state accolte affermazioni molto forti del magnate presidente, che, parlando a New York, aveva detto detto che “l’Iran è stato pesantemente sconfitto” – e questo lo dice sempre – e che molto presto lui dichiarerà lo Stretto di Hormuz “territorio degli Stati Uniti” – e questo non l’aveva mai detto -. Una frase cui l’Iran aveva subito replicato che “lo Stretto di Hormuz non si conquista con un post” sui social.
Parlando a una platea di poliziotti, Trumpo aveva detto di avere il completo controllo di Hormuz, dove transita – o meglio transitava – il 20% del petrolio mondiale. “Abbiamo imposto il blocco… Nessuna nave passa se non lo vogliamo noi”: la US Navy sta attuando un blocco dei porti iraniani nel tentativo di paralizzare l’economia del Paese; ma l’efficacia del blocco non comporta sicurezza di navigazione nello Stretto, dove transitano poche navi al giorno, mentre prima del 28 febbraio erano centinaia.





