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Miliardari italiani raddoppiati in 10 anni. Come cambia il loro profilo
Di Paolo Bozzacchi
Erano 43 nel 2016. Sono diventati 90 nel 2026. In soli dieci anni il numero dei miliardari italiani è aumentato del 109%, con 47 persone in più nel club degli ultraricchi. Un dato che racconta molto più di una semplice classifica Forbes: non è soltanto cresciuto il numero dei grandi patrimoni, è cambiata anche la loro origine.
La fotografia del 2016 era ancora dominata dai grandi nomi dell’industria, dell’alimentare, della moda, della farmaceutica e della grande distribuzione. Ferrero, Del Vecchio, Pessina, Armani, Berlusconi, Perfetti e le grandi famiglie industriali rappresentavano i pilastri della ricchezza italiana. Dieci anni dopo, accanto alle dinastie tradizionali, compaiono imprenditori che hanno costruito fortune attraverso software e applicazioni, infrastrutture, energia, istruzione online, elettrochimica, mercato dell’arte e nuovi modelli di investimento.
È questo il doppio volto della trasformazione: più miliardari e miliardari diversi.
Il dato va naturalmente letto con cautela. Le stime sono legate all’andamento dei mercati e al valore delle partecipazioni. Inoltre, una parte dell’incremento è dovuta alla frammentazione di grandi patrimoni tra gli eredi. La successione di Giorgio Armani e quella di Giuseppe Crippa sono esempi recenti di come una grande fortuna possa trasformarsi, nel passaggio generazionale, in più patrimoni miliardari.
Ma il dato di fondo resta: in appena 10 anni il numero dei miliardari italiani è più che raddoppiato. E dentro questo numero ci sono storie imprenditoriali molto diverse, che aiutano a capire da dove arrivi questa nuova ricchezza.
Filippo Ghirelli, ad esempio, rappresenta una generazione di imprenditori che ha trasformato competenze tecniche e infrastrutture in una piattaforma finanziaria globale. Romano, ingegnere civile, ha lavorato in grandi gruppi internazionali come Astaldi e Bechtel. Nel 2009 ha fondato Genera, società attiva nell’efficienza energetica, successivamente ceduta. Nel 2024 ha lanciato Infracorp, piattaforma focalizzata su infrastrutture, energia, trasporti, intelligenza artificiale decentralizzata e spazio. Forbes lo ha inserito nella classifica 2026 con un patrimonio stimato in 1,5 miliardi di dollari. La sua storia racconta un capitalismo italiano che guarda sempre più alle infrastrutture necessarie per alimentare la prossima fase dell’economia digitale ed energetica.
La storia di Alessandro Rosano è invece quella di un imprenditore capace di trasformare un prodotto semplice in un marchio globale. Originario di Pistoia, nel 2008 ha creato HeyDude, brand di calzature leggere e informali che ha trovato soprattutto negli Stati Uniti il proprio mercato. Nel 2022 Rosano e il socio Daniele Guidi hanno ceduto HeyDude a Crocs per 2,5 miliardi di dollari. Prima aveva lavorato anche su altri marchi, tra cui WeWood. Nel 2026 Forbes stima il suo patrimonio in 1,5 miliardi di dollari. Un percorso che parte dal prodotto e arriva alla finanza internazionale, passando per la capacità di creare e valorizzare brand globali.
Il nome Susan Carol Holland è legato a una delle più importanti multinazionali italiane della salute. Italo-britannica, con una formazione in sociologia, psicologia e logopedia, Holland è entrata nel mondo Amplifon negli anni Ottanta. Nel 1988 è entrata nel consiglio di amministrazione e dal 2011 ne è presidente. Il suo patrimonio è stimato da Forbes in 1,4 miliardi di dollari. La sua storia rappresenta un modello di ricchezza costruito attraverso la continuità con un’impresa familiare diventata, nel tempo, una multinazionale.
Con Luca Ferrari entra in scena uno dei simboli più evidenti della trasformazione del capitalismo italiano: Bending Spoons. Ferrari è cofondatore e amministratore delegato della società tecnologica milanese che ha costruito il proprio modello attraverso l’acquisizione e lo sviluppo di applicazioni e piattaforme digitali. La partenza non fu quella di un successo immediato. Nel 2010 Ferrari e alcuni soci fondarono Evertale, progetto che non riuscì a decollare. Da quell’insuccesso nacque l’idea di Bending Spoons. Negli anni successivi la società è cresciuta rapidamente, arrivando a operazioni internazionali di grande dimensione e a valutazioni da colosso tecnologico. Nel 2026 Forbes attribuisce a Ferrari una fortuna di circa 1,4 miliardi di dollari. È uno dei casi più significativi per capire quanto sia cambiato il profilo dell’imprenditore miliardario italiano: non più necessariamente fabbriche e reti commerciali, ma codice, dati, software e capacità di scalare un prodotto digitale a livello globale.
La stessa Bending Spoons ha prodotto un altro patrimonio miliardario. Luca Querella, informatico con studi a Torino e in Danimarca, aveva lavorato nel mondo delle startup mobile prima di contribuire alla nascita della società. La sua storia restituisce bene il peso crescente delle competenze tecnologiche nella creazione di grandi patrimoni. La ricchezza, in questo caso, nasce dalla capacità di progettare tecnologia e trasformarla in un’impresa globale. Forbes stima il suo patrimonio in 1,3 miliardi di dollari. La presenza contemporanea di Ferrari e Querella nella classifica è significativa: una singola impresa tecnologica italiana è riuscita a generare in pochi anni più patrimoni miliardari.
Danilo Iervolino ha costruito la propria fortuna in un settore che solo qualche anno fa sarebbe stato difficilmente associato alla parola miliardario: l’istruzione online. Nel 2006, a soli 28 anni, fonda UniPegaso. L’università digitale cresce fino a diventare una delle principali realtà italiane della formazione a distanza. Nel 2021 arriva l’operazione che cambia scala alla storia: Iervolino vende Multiversity, il gruppo che comprende UniPegaso, al fondo CVC Capital Partners per circa 1,3 miliardi di dollari. Dopo la vendita, l’imprenditore si sposta verso nuovi investimenti e diventa anche protagonista nel calcio italiano con l’acquisizione della Salernitana. Forbes stima nel 2026 il suo patrimonio in 1,2 miliardi di dollari. La sua vicenda racconta la trasformazione della conoscenza in industria: un’università digitale, nata quando l’e-learning era ancora considerato un mercato di nicchia, è diventata la base di una fortuna miliardaria.
C’è poi il volto più classico del nuovo gruppo dei miliardari italiani: l’imprenditore industriale che parte dalla tecnologia e costruisce nel tempo un gruppo internazionale. Fulvio Montipò ha fondato Interpump nel 1977. L’intuizione iniziale riguarda le pompe ad alta pressione e l’utilizzo della ceramica per i pistoni, una soluzione che ha contribuito a rendere competitiva l’azienda. Da quella specializzazione è nato un gruppo oggi attivo in numerosi comparti dell’industria e dell’oleodinamica, quotato a Piazza Affari dal 1996. Forbes valuta nel 2026 la ricchezza di Montipò e della sua famiglia in 1,1 miliardi di dollari. È la dimostrazione che il nuovo capitalismo italiano non è soltanto digitale: la manifattura altamente specializzata continua a produrre ricchezza quando riesce a trasformare una tecnologia di nicchia in una posizione di leadership internazionale.
Federico De Nora rappresenta un’altra faccia dell’industria italiana, quella che opera lontano dai riflettori ma dentro alcune delle grandi trasformazioni tecnologiche dei prossimi anni. È presidente di Industrie De Nora, società specializzata in elettrochimica, elettrodi, trattamento delle acque e tecnologie legate alla transizione energetica. L’impresa affonda le proprie radici nel 1923, quando Oronzio De Nora la fondò. Un secolo dopo, il gruppo opera nei mercati globali e nella filiera dell’idrogeno verde. Forbes stima il patrimonio di Federico De Nora in 1 miliardo di dollari. È una storia che mette insieme la continuità di una grande impresa familiare italiana e le tecnologie considerate strategiche per l’economia del futuro.
La nuova geografia dei miliardari italiani comprende anche una delle più importanti dinastie internazionali del mercato dell’arte. Joseph Nahmad è uno dei figli di Ezra Nahmad, grande mercante d’arte scomparso nel 2023. La famiglia ha costruito negli anni una delle più importanti collezioni private di arte moderna e impressionista. Monet, Matisse, Renoir, Rothko e soprattutto Picasso fanno parte del patrimonio artistico della famiglia, che secondo le stime Forbes possiede circa 300 opere di Picasso. Joseph Nahmad, cittadino italiano residente a Monaco, ha una fortuna stimata in 1,3 miliardi di dollari. Il suo è un modello di ricchezza molto diverso da quello di Ferrari o Ghirelli, ma altrettanto rappresentativo di un’economia sempre più internazionale: in questo caso il patrimonio si concentra sul mercato globale dell’arte e sul valore di opere diventate, a tutti gli effetti, asset finanziari.
L’ultimo nome porta direttamente dentro una delle vicende più importanti della ricchezza italiana recente: la successione di Giorgio Armani. Andrea Camerana è uno dei nipoti dello stilista e, dopo la morte di Armani nel settembre 2025, è entrato insieme agli altri eredi nella nuova geografia dei patrimoni miliardari italiani. Forbes gli attribuisce una ricchezza di circa 1 miliardo di dollari. Il patrimonio deriva dagli asset lasciati da Armani, tra cui le partecipazioni nella casa di moda, immobili e altri investimenti. La sua presenza nella classifica ha anche un valore simbolico: il passaggio dalla prima generazione di grandi imprenditori del Made in Italy a una nuova generazione che eredita patrimoni costruiti nel corso di decenni.
Il salto da 43 a 90 miliardari in dieci anni è dunque più di una semplice statistica. Da una parte c’è la moltiplicazione dei grandi patrimoni, alimentata dall’aumento del valore delle imprese, dalla crescita dei mercati finanziari, dalla nascita di nuove aziende tecnologiche e dalla successione delle grandi fortune familiari. Dall’altra c’è la trasformazione dei settori nei quali quella ricchezza viene creata.
Le storie di Ghirelli, Rosano, Holland, Ferrari, Querella, Iervolino, Montipò, De Nora, Nahmad e Camerana compongono un mosaico molto diverso da quello che avrebbe offerto la classifica dei miliardari italiani dieci anni fa. Ci sono infrastrutture e space economy, software e intelligenza artificiale, formazione digitale, meccanica industriale, elettrochimica, arte e lusso.
E soprattutto emerge un dato: l’Italia continua a produrre grandi patrimoni, ma li produce attraverso percorsi sempre più diversi.
Il raddoppio dei miliardari non racconta soltanto quanto siano diventati più numerosi i super-ricchi italiani. Racconta anche come è cambiato il capitalismo italiano: dalle grandi famiglie dell’industria e del Made in Italy a una classe di imprenditori più internazionale, tecnologica e diversificata.
Dieci anni, 47 miliardari in più. E dietro quel numero c’è un pezzo importante della storia economica dell’Italia che verrà.





