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Trump riapre la guerra dei dazi: l’Europa torna nel mirino

24
Luglio 2026
Di Paolo Bozzacchi

La guerra commerciale è tornata. E questa volta il bersaglio non è soltanto la Cina. Da oggi, 24 luglio, la nuova offensiva tariffaria dell’amministrazione Trump coinvolge decine di partner commerciali, compresa l’Unione Europea, riportando il commercio internazionale al centro della competizione geopolitica. Per Washington i nuovi dazi sono uno strumento per difendere l’industria americana e ripulire le catene globali di approvvigionamento dal lavoro forzato. Per Bruxelles rappresentano invece un nuovo elemento di instabilità destinato a colpire filiere già messe alla prova da pandemia, crisi energetica e tensioni geopolitiche.

Dietro l’annuncio della Casa Bianca c’è molto più di una misura commerciale. C’è l’idea che il commercio non sia più un terreno neutrale, ma uno strumento di politica industriale, sicurezza nazionale e competizione strategica. In altre parole, la globalizzazione entra definitivamente in una nuova fase, dove le regole del mercato lasciano sempre più spazio agli interessi geopolitici.

Secondo l’amministrazione Trump, il nuovo pacchetto tariffario è giustificato dalla necessità di contrastare il commercio di beni riconducibili al lavoro forzato e di tutelare i lavoratori americani. Washington sostiene che le nuove misure contribuiranno a rafforzare la manifattura nazionale, incentivando al tempo stesso standard più rigorosi lungo le supply chain globali. È una posizione che si inserisce nella più ampia strategia della Casa Bianca: riportare negli Stati Uniti produzioni considerate strategiche, ridurre la dipendenza da fornitori esteri e utilizzare la leva commerciale come strumento di politica economica.

Bruxelles ha respinto questa impostazione, ribadendo che l’Unione Europea dispone già di una delle normative più avanzate al mondo in materia di sostenibilità delle filiere e contrasto al lavoro forzato. Pur evitando uno scontro diretto, la Commissione europea ha definito ingiustificate le motivazioni americane e ha confermato l’intenzione di mantenere aperto il dialogo con Washington per evitare una nuova escalation commerciale.

Le conseguenze potrebbero essere rilevanti soprattutto per il sistema industriale europeo. L’automotive resta il comparto più esposto. Colossi come Volkswagen, BMW, Mercedes-Benz, Stellantis, Volvo Cars e Porsche continuano a considerare gli Stati Uniti uno dei principali mercati extraeuropei. Per alcuni gruppi il rischio riguarda soprattutto i veicoli esportati direttamente dall’Europa; per altri, la sfida è preservare catene produttive ormai integrate tra Europa, Stati Uniti e Nord America. Negli ultimi mesi diversi costruttori hanno già accelerato gli investimenti negli stabilimenti americani proprio per attenuare l’impatto delle future politiche tariffarie.

Non meno vulnerabile è la meccanica strumentale, uno dei pilastri dell’industria europea. Aziende italiane come IMA, Interpump Group, Biesse, Brembo e Comau, insieme ai grandi gruppi tedeschi Siemens, Bosch e KUKA, esportano negli Stati Uniti tecnologie per l’automazione, robotica, componentistica e macchinari industriali. Un incremento dei costi di accesso al mercato americano potrebbe accelerare ulteriormente la localizzazione produttiva negli Stati Uniti o favorire fornitori domestici.

Anche l’aerospazio osserva con attenzione gli sviluppi. Pur essendo previste alcune esclusioni per specifiche componenti aeronautiche, gruppi come Airbus, Safran, Thales, Leonardo e MTU Aero Engines restano profondamente integrati con l’industria americana, sia come esportatori sia come partner nei principali programmi aerospaziali internazionali.

Sotto pressione anche la chimica e i materiali avanzati. Colossi europei come BASF, Covestro, Arkema, Solvay, Air Liquide e Linde riforniscono numerose filiere manifatturiere statunitensi con prodotti ad alto valore aggiunto. In questi comparti anche variazioni tariffarie relativamente contenute possono modificare rapidamente gli equilibri delle supply chain e orientare nuovi investimenti.

Per il Made in Europe la partita riguarda soprattutto agroalimentare e lusso. Ferrero, Barilla, Campari Group, Lavazza, Illycaffè, Lactalis, Pernod Ricard, LVMH, Kering, Hermès, Moncler, Brunello Cucinelli, Prada e Ferragamo realizzano negli Stati Uniti una quota significativa del proprio fatturato. Pur operando prevalentemente nella fascia premium, dove il consumatore è meno sensibile al prezzo, eventuali nuove barriere commerciali potrebbero comprimere i margini o richiedere una revisione delle strategie distributive.

Più contenuto appare, almeno per ora, l’impatto sul comparto farmaceutico. Aziende come Roche, Novartis, Sanofi, Novo Nordisk, Bayer, AstraZeneca, Merck KGaA e Recordati sembrano beneficiare delle esclusioni previste per alcune categorie di medicinali. Resta tuttavia elevata l’attenzione del settore, consapevole che il quadro regolatorio potrebbe evolvere rapidamente nei prossimi mesi.

Ma il vero costo della nuova stagione dei dazi potrebbe non essere quello immediatamente visibile nelle aliquote doganali. È l’incertezza. Negli ultimi anni le imprese avevano già ridisegnato le proprie catene di approvvigionamento per rispondere agli shock della pandemia, della guerra in Ucraina e delle crisi logistiche nel Mar Rosso. Oggi la geopolitica aggiunge un ulteriore livello di complessità. Diversificare i fornitori, regionalizzare la produzione e rafforzare la resilienza delle supply chain non rappresentano più semplici scelte organizzative, ma fattori determinanti di competitività.

Le principali testate economiche internazionali interpretano il provvedimento come un ulteriore tassello della strategia economica di Donald Trump. Reuters evidenzia come la Casa Bianca stia ricostruendo il proprio impianto tariffario attraverso nuove basi giuridiche, mentre il Financial Times sottolinea come molte multinazionali europee abbiano già accelerato investimenti produttivi negli Stati Uniti per limitare il rischio derivante dall’inasprimento delle relazioni commerciali. Più in generale, il ritorno dei dazi conferma una tendenza ormai evidente: il commercio internazionale è sempre meno governato dalla sola efficienza economica e sempre più dalla competizione strategica tra le grandi potenze.

Per l’Europa si apre ora una fase complessa. Bruxelles continuerà probabilmente a privilegiare la strada del negoziato, cercando di ampliare il numero delle esenzioni ed evitare una nuova spirale di ritorsioni. Ma il messaggio arrivato da Washington appare inequivocabile. La politica commerciale è tornata a essere uno degli strumenti principali attraverso cui gli Stati Uniti intendono rafforzare la propria leadership industriale. Per le imprese europee significa entrare in una stagione in cui competitività, innovazione e qualità non basteranno più: sarà sempre più decisiva la capacità di adattarsi a un contesto in cui economia, sicurezza e geopolitica sono ormai parte della stessa partita.

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