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Transizione energetica e competitività, la vera sfida italiana passa da reti e autorizzazioni
Di Paolo Bozzacchi
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
L’energia prodotta in Italia da fonti rinnovabili ha incredibili margini di crescita ulteriore. Nel 2025 la domanda elettrica nazionale è stata pari a 311,3 TWh e le rinnovabili hanno coperto circa il 41% del fabbisogno. Abbiamo fatto segnare il record storico al fotovoltaico (+25% rispetto al 2024), con 44,3 TWh prodotti. La nuova capacità rinnovabile entrata in esercizio è stata di 7.191 MW, portando la potenza installata complessiva a 83,5 GW, di cui 43,5 GW di solare e 13,6 GW di eolico. Numeri che certificano la trasformazione reale del sistema elettrico made in Italy. Eppure la fotografia va letta tutta. La quota rinnovabile è comunque rimasta leggermente sotto il 2024, quando aveva toccato il 42%, soprattutto per il calo dell’idroelettrico dopo un anno eccezionale. Allo stesso tempo le fonti non rinnovabili hanno continuato a pesare molto sul sistema: nei primi undici mesi del 2025 coprivano il 43,4% del fabbisogno, in aumento rispetto al 41,7% dell’anno precedente. La transizione, dunque, procede, ma non ancora alla velocità richiesta dalla sicurezza energetica, dalla competitività industriale e dagli obiettivi climatici. Le imprese italiane stanno investendo: lo fanno nell’autoproduzione, nei PPA, negli impianti fotovoltaici industriali, negli accumuli, nell’efficientamento, nel biometano, nell’eolico, nell’agrivoltaico. Ma investire in energia in Italia significa ancora attraversare un labirinto. Un progetto può essere tecnicamente maturo, finanziato, coerente con il territorio e comunque restare appeso per anni tra valutazioni ambientali, pareri multipli, conferenze dei servizi, ricorsi, norme regionali disomogenee e incertezza sulle aree idonee.
E’ qui che si gioca la partita vera. Il PNIEC indica per il 2030 circa 131 GW di capacità rinnovabile installata. A fine 2025 siamo poco sopra gli 80 GW: secondo Elettricità Futura servono altri 49 GW in cinque anni e una produzione FER da portare da 130 a 228 TWh annui. È una corsa industriale, che possiamo vincere perché già ben allenati. Per l’obiettivo servono tre cose. La prima è tagliare la burocrazia che non produce tutela, ma solo ritardo: sportelli unici veri, termini perentori, silenzio-assenso dove possibile, modulistica nazionale, banche dati condivise, pareri concentrati e non replicati. La seconda è rendere prevedibile il rapporto tra Stato, Regioni, Soprintendenze e Comuni, perché non si può chiedere alle aziende di investire miliardi se il quadro cambia a metà iter. La terza è ridurre i tempi della giustizia amministrativa per le opere energetiche strategiche, con corsie preferenziali di settore e decisioni rapide, perché un ricorso che blocca per anni un impianto non è neutralità, ma politica energetica al contrario. Su quali fonti puntare per raggiungere l’ambizioso obiettivo? Anzitutto sul fotovoltaico, dove l’Italia ha già dimostrato capacità di crescita, filiere tecniche, domanda industriale e potenzialità enorme su tetti, capannoni, aree produttive, parcheggi, cave dismesse e terreni agricoli compatibili. Poi sull’eolico, soprattutto dove repowering e offshore possono aumentare la produzione senza consumare nuovo territorio in modo indiscriminato. Quindi su biometano, geotermia, idroelettrico efficiente e accumuli: non come comparse, ma come pezzi di un sistema più stabile e meno dipendente dal gas. Il tema non è rinnovabili contro industria, ma esattamente l’opposto.
Le rinnovabili sono una politica industriale che ha successo se danno energia a prezzo competitivo, generano filiere, attraggono manifattura, riducono l’esposizione alle crisi del gas e rafforzano l’autonomia strategica. Ma per riuscirci bisogna smettere di trattare ogni impianto come un’eccezione e cominciare a considerarli infrastrutture nazionali. In questo quadro va inserito anche il nucleare. Non come alternativa ideologica alle rinnovabili, ma come fonte programmabile a basse emissioni che può facilitarne lo sviluppo: più solare ed eolico entrano nel sistema, più servono reti, accumuli e produzione stabile per garantire continuità, sicurezza e prezzi sostenibili. Non a caso il PNIEC ha incluso uno scenario con 8 GW nucleari al 2050, pari all’11% del fabbisogno nazionale. Il Festival dell’Energia di Lecce, con l’edizione 2026 dedicata a “Energia e libertà. L’Europa alla prova del futuro”, ha messo esattamente questo nodo al centro: energia come sicurezza, industria, ambiente, democrazia economica. Fino a domani a Lecce si discuteranno proposte a Lecce di rinnovabili, eolico, nucleare, territori, nuove rotte energetiche, economia circolare. L’Italia ha già dimostrato di saper fare. Ora deve dimostrare di saper decidere. Le imprese ci sono, i capitali pure, le tecnologie anche. Manca la parte più difficile: una Pubblica Amministrazione che abiliti invece di frenare, una politica che scelga invece di rinviare (come in parte sta facendo), una giustizia che garantisca senza paralizzare. La transizione energetica non si vince annunciando megawatt. Si vince mettendoli in rete.





