Ambiente
Perché abbiamo sempre più bisogno di parlare di energia
Di Silvia Pucci
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
C’è stato un tempo in cui l’energia sembrava una materia per addetti ai lavori. Un tema tecnico, confinato nelle stanze dei ministeri, nelle authority o nei consigli di amministrazione delle grandi utility. Poi sono arrivati gli ultimi cinque anni. La pandemia, la crisi delle catene globali del valore, la guerra tra Russia e Ucraina, il ritorno della geopolitica del gas, le tensioni sul Mar Rosso e oggi il conflitto in Medio Oriente, con il rischio permanente legato allo Stretto di Hormuz. E l’energia è tornata ad essere ciò che, in fondo, è sempre stata: una questione strategica, economica e politica insieme.
Oggi tutto passa dall’energia. Il costo delle bollette per le famiglie, la competitività dell’industria europea, la tenuta delle filiere produttive, la capacità di attrarre investimenti, la sicurezza nazionale. Non è un caso che il tema sia ormai stabilmente al centro delle grandi dinamiche geopolitiche globali.
I numeri aiutano a comprendere la portata della questione. L’Italia continua a dipendere in larga misura dall’estero per il proprio fabbisogno energetico: oltre il 70% dell’energia consumata nel Paese proviene ancora da importazioni. Una vulnerabilità che rende il sistema economico italiano particolarmente esposto alla volatilità dei mercati internazionali e alle crisi geopolitiche.
Negli ultimi anni il tema del costo dell’energia è diventato centrale soprattutto per il sistema industriale europeo. Le imprese energivore italiane continuano infatti a sostenere costi dell’energia significativamente superiori rispetto ai principali competitor europei ed internazionali, a partire da Stati Uniti e Cina. Una dinamica che pesa sulla competitività manifatturiera, sugli investimenti e sulla capacità dell’Europa di mantenere produzioni strategiche.
È anche per questo che il dibattito energetico non può più essere affrontato attraverso contrapposizioni ideologiche e polarizzazioni. Rinnovabili contro fonti tradizionali. Transizione contro industria. Ambiente contro competitività. Una semplificazione che rischia di impoverire il confronto proprio mentre servirebbe, al contrario, maggiore pragmatismo.
L’Italia ha bisogno di accelerare sulle energie rinnovabili, semplificare gli iter autorizzativi, investire nelle reti, nello storage e nelle infrastrutture strategiche. Ma allo stesso tempo non può ignorare il tema della produzione nazionale, dell’approvvigionamento e della resilienza del sistema energetico. Parlare di upstream oggi non significa negare la transizione ecologica, bensì interrogarsi su come garantire sicurezza e continuità energetica in una fase di trasformazione complessa. Significa affrontare il tema della sovranità energetica con realismo.
Dentro questo quadro si inserisce anche il ritorno del dibattito sul nucleare. Un tema che fino a pochi anni fa sembrava politicamente archiviato e che oggi, invece, è tornato al centro del confronto parlamentare, con l’arrivo in Aula alla Camera del Ddl Nucleare, e industriale europeo, soprattutto alla luce della necessità di disporre di fonti programmabili e a basse emissioni. Al di là delle diverse posizioni politiche, il punto centrale resta uno: come costruire un mix energetico che sia sostenibile, sicuro e competitivo nel lungo periodo.
È qui che il confronto tra istituzioni, imprese, operatori energetici e territori assume un valore concreto. Non come esercizio autoreferenziale, ma come occasione per individuare soluzioni praticabili e interventi strutturali. Dalla semplificazione normativa agli investimenti infrastrutturali, fino alla necessità di costruire una politica industriale energetica stabile e credibile: il tema oggi non è soltanto gestire l’emergenza, ma creare le condizioni per il sistema energetico italiano dei prossimi decenni.
Perché il rischio, altrimenti, è continuare a rincorrere le crisi senza affrontare le fragilità strutturali del sistema. Gli ultimi anni hanno dimostrato quanto velocemente una tensione geopolitica possa trasformarsi in un problema economico e sociale interno, incidendo sul potere d’acquisto delle famiglie e sulla competitività delle imprese.
Per questo parlare di energia oggi significa parlare di crescita, industria, autonomia strategica e resilienza economica. In questo contesto, il Festival dell’Energia a Lecce da poco concluso è stato un punto di osservazione privilegiato per discutere della capacità dell’Italia e dell’Europa di restare competitive in uno scenario globale sempre più instabile. Ma significa anche interrogarsi su quale modello industriale e produttivo si voglia costruire nei prossimi anni, e quali strumenti servano per accompagnare una transizione che non può essere soltanto ambientale, ma deve essere anche economicamente e socialmente sostenibile.
Ed è probabilmente questa la sfida più importante: uscire dalla logica delle contrapposizioni permanenti e costruire un confronto più maturo, pragmatico e orientato alle soluzioni. Perché oggi l’energia non è semplicemente uno dei temi del dibattito pubblico. È il tema che attraversa e trascina tutti gli altri.





