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Starlink contro gli operatori telco americani: una lezione per l’Europa?
Di Sergio Boccadutri
La prima trimestrale di SpaceX da quando la società è quotata in borsa conferma un nuovo tassello della sua strategia: diventare un vero e proprio operatore mobile negli Stati Uniti e conquistare i clienti di AT&T, Verizon e T-Mobile. Lo ha detto chiaramente Gwynne Shotwell, numero due dell’azienda, che punta a conquistare una parte dei circa 600 miliardi di dollari di ricavi annui dei tre operatori. Il mercato ha reagito nel giro di ore. Le azioni dei tre gruppi hanno perso tra il 2 e oltre il 4% nelle contrattazioni successive all’annuncio.
Non è la prima volta che un nuovo entrante minaccia gli operatori storici. È la prima volta, però, che lo fa un’azienda per cui la telefonia mobile non deve reggersi sui propri ricavi per sopravvivere.
Fino a poco tempo fa Starlink si presentava come un complemento degli operatori telco, non come un concorrente. Era nata per coprire le zone periferiche dove le reti terrestri non arrivano, o per offrire soluzioni di connettività particolari come quella aerea e marittima, e vendeva capacità satellitare agli stessi operatori per completare le loro offerte. Il cambio di passo si legge nei numeri della trimestrale. La divisione connettività, cioè Starlink, ha fatturato 4,29 miliardi di dollari, il 66% in più dell’anno precedente, con un margine operativo attorno al 39%, l’unica divisione di SpaceX già in utile, mentre i lanci spaziali e l’intelligenza artificiale restano in perdita. I clienti sono raddoppiati in un anno, a 12 milioni nel mondo.
Con questa liquidità Starlink ha acquisito da EchoStar quasi 20 miliardi di dollari di spettro radio, con il via libera della Federal Communications Commission (FCC), l’autorità statunitense delle telecomunicazioni. Era l’ultimo ostacolo alla trasformazione dei satelliti da rete di riserva a infrastruttura terrestre vera e propria, con antenne e ripetitori sul territorio.
Gli operatori storici rimangono scettici. Secondo John Stankey, ceo di AT&T, i nuovi concorrenti arrivano sempre tardi, dopo che il settore si è già consolidato attorno a decenni di investimenti in infrastruttura. Quello di Verizon, Hans Vestberg, ha aggiunto che la fisica stessa limita la capacità di un satellite di competere con un’antenna terrestre nelle aree a maggiore densità di popolazione, dove si concentra la domanda. Uno degli analisti più ascoltati del settore, Craig Moffett, ha definito estremamente complesso costruire in tempi brevi una rete nazionale competitiva senza un accordo con un operatore già presente sul territorio. Starlink, del resto, colloca l’obiettivo tra il 2027 e il 2028, non prima.
A metà maggio, comunque, AT&T, Verizon e T-Mobile hanno costituito una joint venture per mettere in comune spettro e standard tecnici sulla connettività satellitare diretta agli smartphone. Non sciolgono i rapporti individuali già in essere, visto che T-Mobile resta legata a Starlink e le altre due ad AST SpaceMobile, altra società di connettività satellitare diretta agli smartphone, ma si assicurano di non dipendere da un unico fornitore. È una risposta di mercato, non regolatoria: si compete su prezzo e qualità, ci si copre dal rischio di dipendere da un solo attore, e si lascia che sia il cliente a scegliere.
Tre operatori che controllano insieme il 98% del mercato mobile statunitense, ciascuno con oltre 100 milioni di abbonati, sentono comunque la pressione di questo scenario. È facile immaginare l’effetto su un mercato dove l’operatore medio serve 5 milioni di clienti e i primi cinque messi insieme non arrivano al 50% di quota. È la fotografia dell’Europa delle telecomunicazioni: oltre cento operatori, una spesa per investimenti pro capite di circa 109 euro contro i 174 degli Stati Uniti, una capacità di fare massa critica sui fornitori di tecnologia che resta frazionata in ventisette mercati nazionali. La spinta verso le fusioni transfrontaliere si è arenata più volte a Bruxelles, tra un Digital Networks Act che il settore ha accolto con freddezza, giudicandolo insufficiente rispetto alle attese, e una Commissione divisa tra chi vuole più mercato unico e chi teme la nascita di grandi gruppi nazionali.
Bruxelles, però, non è rimasta a guardare sul fronte satellitare. Il 27 maggio la Commissione ha proposto di dividere in tre parti uguali la banda dei 2 gigahertz usata per i servizi satellitari mobili, la stessa su cui si basa l’offerta diretta allo smartphone. Un terzo alle comunicazioni istituzionali, legate alla costellazione europea IRIS2. Un terzo riservato a nuovi operatori europei. L’ultimo terzo aperto alla concorrenza tra soggetti europei e non, Starlink compreso. La commissaria Henna Virkkunen ha definito la proposta una misura di resilienza, non di protezionismo. Il riferimento non è casuale: la stessa Commissione, presentando la misura, ha ricordato che un solo fornitore privato americano è diventato negli anni indispensabile alla connettività civile e militare dall’Ucraina all’Artico. Difendersi da una dipendenza di questo tipo è una scelta legittima, difficile da contestare nel merito.
Ma riservare lo spettro non crea da sola la scala industriale che manca agli operatori europei. Risponde alla domanda su chi possa accedere a una risorsa scarsa, non a quella su chi abbia i capitali e le dimensioni per costruire e gestire davvero una rete ibrida terrestre satellitare. Sul fronte commerciale, non a caso, si muove già qualcosa di diverso dalla sola regolazione. Vodafone ha scelto di costruire con AST SpaceMobile, la stessa società con cui negli Stati Uniti collaborano AT&T e Verizon, una joint venture chiamata SatCo per un servizio satellitare pensato come alternativa europea alla connettività diretta di Starlink. È la prova che la risposta più solida non arriva dal solo perimetro difeso da Bruxelles, bensì dalla capacità delle imprese europee di raggiungere una scala che oggi, nella maggior parte dei mercati nazionali, semplicemente non hanno. Sullo spettro satellitare l’Europa ha imparato a difendersi. Sul resto, quello degli investimenti e delle fusioni, la partita resta apertissima.





