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Spagna al voto verso destra: PP e Vox puntano alla maggioranza
Di Paolo Bozzacchi
La Spagna tornerà alle urne il 29 novembre 2026. Pedro Sánchez ha deciso di anticipare le elezioni dopo l’ennesimo passaggio parlamentare fallito, questa volta sui provvedimenti per affrontare l’emergenza abitativa, certificando la crescente difficoltà del Governo nel tenere insieme una maggioranza estremamente frammentata. La domanda, adesso, non riguarda soltanto la possibilità che il PSOE perda il Governo. Riguarda soprattutto quale maggioranza potrebbe sostituirlo e fino a che punto il voto spagnolo possa rappresentare un nuovo capitolo dello spostamento verso destra degli equilibri politici europei.
I numeri: PP primo, ma è Vox a crescere
L’ultimo barometro 40dB. per El País e Cadena SER, pubblicato il 5 ottobre, assegna al Partido Popular il 31,6%, al PSOE il 27,4% e a Vox il 18,4%. Molto più indietro le formazioni della sinistra alternativa: Sumar è al 5,6% e Podemos al 2,7%. Il dato più interessante non è quindi soltanto il vantaggio del PP sui socialisti. È la dimensione raggiunta da Vox. Il partito di Santiago Abascal è l’unica tra le principali forze politiche a crescere nell’ultima rilevazione e si colloca circa sei punti sopra il risultato ottenuto alle elezioni del 2023. Considerando anche SALF, il blocco di destra viene stimato attorno al 52% dei voti, contro il 35,7% complessivo di PSOE, Sumar e Podemos. Nel 2023 la distanza tra i due campi era stata di appena un punto percentuale. Oggi sarebbe superiore ai 15 punti. È questa differenza tra i blocchi, più ancora del risultato del singolo partito, a rendere particolarmente difficile per Sánchez replicare l’operazione politica del 2023, quando riuscì a costruire una maggioranza di investitura mettendo insieme socialisti, sinistra e formazioni regionaliste e indipendentiste.
Le simulazioni: PP e Vox intorno ai 200 seggi
Tradurre i sondaggi spagnoli in seggi richiede cautela: il sistema elettorale assegna i rappresentanti su base provinciale e penalizza le formazioni minori quando il voto è molto disperso. Una simulazione di El País, costruita sulla media dei sondaggi attraverso 20 mila possibili scenari elettorali, fotografa tuttavia un risultato particolarmente chiaro. Lo scenario centrale assegna 137 deputati al PP, 107 al PSOE, 62 a Vox, 9 a Sumar e 3 a Podemos. PP e Vox raggiungerebbero quindi insieme circa 199 seggi, ben oltre la soglia dei 176 necessaria per la maggioranza assoluta al Congreso de los Diputados. In nove simulazioni su dieci i due partiti disporrebbero insieme della maggioranza parlamentare. Lo stesso modello mostra quanto sarebbe complicato per il PP governare senza Vox: Alberto Núñez Feijóo resterebbe lontano dalla maggioranza assoluta e avrebbe poche alternative parlamentari realistiche per raggiungerla. Per questo, se le urne confermassero l’attuale fotografia dei sondaggi, la soluzione politicamente e numericamente più immediata sarebbe un governo guidato dal Partido Popular e sostenuto da Vox.
Rimarrebbe da stabilire la formula. Vox potrebbe entrare direttamente nell’esecutivo oppure garantire dall’esterno l’investitura e la stabilità di un Governo Feijóo. Ma con un risultato vicino al 18-19% e circa sessanta parlamentari, il suo peso negoziale sarebbe molto superiore a quello della precedente legislatura.
Non soltanto Madrid: l’Europa si sta spostando?
Un eventuale cambio di maggioranza in Spagna avrebbe anche una forte valenza europea. Sánchez guida infatti uno dei pochi grandi governi europei ancora chiaramente collocati nel campo progressista. Una sua sconfitta rafforzerebbe la percezione di un continente politicamente sempre più orientato verso il centrodestra e verso formazioni conservatrici o nazionaliste. Ma parlare genericamente di una “Europa che vira a destra” rischia di nascondere fenomeni molto diversi tra loro. L’Italia ha anticipato questo movimento. Dal 2022 Giorgia Meloni guida una maggioranza composta da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Il caso italiano rappresenta ormai un’esperienza consolidata di governo della destra, che ha progressivamente costruito anche un proprio ruolo nei rapporti con Bruxelles. La Germania ha seguito un percorso differente. Il cancelliere Friedrich Merz guida dal 2025 un Governo a trazione CDU-CSU insieme alla SPD. Non è quindi una maggioranza assimilabile alla coalizione italiana o a un possibile asse PP-Vox, ma segna comunque il ritorno dei cristiano-democratici alla Cancelleria. Parallelamente, la crescita di Alternative für Deutschland continua a esercitare pressione sull’intero sistema politico tedesco.
La Francia è probabilmente il caso più instabile. Il Governo di Sébastien Lecornu deve operare in un Parlamento frammentato e in un contesto fiscale particolarmente delicato, mentre il Rassemblement National si prepara alle presidenziali del 2027 da una posizione di grande forza. Marine Le Pen continua a figurare ai vertici delle intenzioni di voto nelle rilevazioni sulle presidenziali. Non significa quindi che Berlino e Parigi abbiano già seguito il modello italiano. Significa piuttosto che il baricentro del dibattito politico europeo si è spostato. Immigrazione, sicurezza, competitività industriale, costi della transizione verde, difesa e controllo della spesa pubblica hanno assunto un peso crescente nell’agenda politica. Già le elezioni europee del 2024 avevano mostrato un rafforzamento dei partiti conservatori, nazionalisti ed euroscettici, mentre popolari e centrodestra avevano consolidato il proprio ruolo centrale nell’architettura politica dell’Unione.
Dalla protesta al governo
C’è però una differenza rispetto alla precedente ondata populista europea. Dieci anni fa, molte formazioni della destra radicale crescevano soprattutto come partiti di protesta esterni al sistema. Oggi una parte significativa di quelle forze punta direttamente al governo oppure condiziona le maggioranze tradizionali. L’Italia è già governata dalla destra. In Germania il centrodestra governa mentre AfD continua a crescere. In Francia il Rassemblement National è diventato uno dei principali poli della competizione per l’Eliseo. In Spagna Vox potrebbe diventare indispensabile per consentire al PP di conquistare la Moncloa. Il fenomeno non comporta necessariamente la nascita di un fronte europeo omogeneo. Le differenze tra queste forze rimangono profonde, dalla politica economica alla Russia, dall’Ucraina all’integrazione europea. Già dopo le elezioni europee del 2024 era emersa chiaramente la difficoltà delle destre nazionaliste nel costruire una piattaforma comune. Ma qualcosa è comunque cambiato: la questione non è più se queste forze possano influenzare le maggioranze europee, ma quanto direttamente possano partecipare alla loro costruzione. Il voto spagnolo del 29 novembre sarà quindi osservato ben oltre Madrid. Se i numeri attuali venissero confermati, la Spagna passerebbe da uno dei governi progressisti più riconoscibili d’Europa a una maggioranza costruita sull’asse PP-Vox. E dopo Roma, Berlino e il progressivo indebolimento del centro politico francese, anche Madrid diventerebbe parte di una nuova geografia politica europea: non necessariamente un continente uniformemente “di destra”, ma certamente un’Europa nella quale il centro di gravità politico si sta spostando verso destra e le forze conservatrici e nazionaliste occupano spazi sempre più ampi nella formazione delle maggioranze di governo.





