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Manovra, sia coraggiosa nonostante tutto

05
Ottobre 2026
Di Daniele Capezzone

Il quadro non è semplice, e sarebbe da irresponsabili fingere il contrario. L’energia è tornata a pesare, i mercati sono nervosi, il costo del debito non è un dettaglio da convegno. Proprio per questo la manovra non può essere timida. Può essere prudente. Non può essere rinunciataria.

La credibilità finanziaria non è un optional: è la condizione di tutto il resto. Chi ha memoria sa che i conti, quando scricchiolano, li paga sempre il contribuente. Dunque niente azzardi, niente promesse che il Tesoro non può onorare. La barra resta quella: debito sotto controllo, spese correnti da non alimentare, coperture vere. Senza strafare.

Ma dentro quel perimetro la scelta sia netta. I tagli di tasse vadano avanti. Non perché facciano scena, e non perché un governo debba «dare qualcosa» in vista del consenso. Perché il fisco italiano, sul lavoro e sull’impresa, resta un ostacolo alla crescita. Si produce di meno, si assume di meno, si investe di meno, e poi ci si stupisce se la base imponibile non si allarga. Ridurre il prelievo, con gradualità e con coperture, è politica di offerta. È l’opposto dell’assistenzialismo.

Il peggioramento internazionale non è un argomento per fermarsi. È un argomento per non sbagliare lo strumento. Se l’energia rincara e la domanda esterna si fa incerta, la risposta non è un’altra spesa pubblica che gonfia il deficit e lascia intatto il cuneo. È lasciare più reddito in tasca a chi lavora e più margine a chi produce, così che famiglie e imprese assorbano lo shock senza aspettare il prossimo decreto. Lo Stato non compensa l’inflazione importata stampando trasferimenti. La compensa, se può, non prendendo troppo.

C’è poi una questione di coerenza. Un liberale non chiede miracoli. Chiede una rotta: meno tasse dove distorcono di più, meno spesa dove non produce servizi, regole stabili perché chi investe possa calcolare. Il coraggio, in questa fase, non è la misura spettacolare. È non usare il contesto difficile come alibi per rinviare l’unica correzione che, in Italia, non è mai di troppo.