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La cultura vale oltre 115 miliardi: la creatività spinge l’economia italiana
Di Elisa Tortorolo
Un vecchio credo, duro a morire, vede la cultura come un costo o, al massimo, come un piacevole passatempo da sostenere con qualche sussidio pubblico. I dati del sedicesimo rapporto “Io sono Cultura” – realizzato da Unioncamere, Fondazione Symbola, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte e pubblicato in questi giorni – smontano questa prospettiva con la concretezza dei numeri. La filiera culturale e creativa italiana, che mette insieme professionisti, imprese, terzo settore e pubblica amministrazione, ha generato infatti ben 115,8 miliardi di euro di valore aggiunto. Questa cifra rappresenta il 5,7% dell’intera economia nazionale, registrando un aumento del 3,3% rispetto all’anno precedente. Chi lavora in questo settore è parte di un bacino occupazionale che sfiora gli 1,54 milioni di persone, pari al 5,7% del totale nazionale, con una crescita dell’1,7% rispetto al 2024.
A colpire maggiormente è la capacità del settore di fare da traino per il resto delle attività produttive. Secondo il report, ogni euro generato dal Sistema Produttivo Culturale e Creativo ne attiva altri 1,7 nel resto dell’economia, come la logistica, i servizi e il commercio. Grazie a questo effetto moltiplicatore, la cultura arriva a muovere complessivamente circa 310 miliardi di euro, incidendo per il 15,4% sul Prodotto Interno Lordo. Si tratta di una macchina economica solida che poggia su due pilastri principali. Il primo è il cosiddetto “Core Cultura”, che raggruppa le attività strettamente legate al settore (dall’editoria ai videogiochi, fino all’architettura) e che vale 66,8 miliardi di euro, in crescita del 3,2% su base annua. Il secondo pilastro è rappresentato dagli “Embedded Creatives”, ossia quei professionisti culturali e creativi impiegati in settori non strettamente culturali, come il manifatturiero o i servizi di cura, che producono quasi 49 miliardi di euro con un aumento del 3,4%.
La distribuzione geografica di questa ricchezza mostra una forte concentrazione nel Centro-Nord, ma rivela anche dinamiche territoriali in crescita. Il Lazio si conferma la regione a più alta specializzazione, con la cultura che incide per l’8,1% sull’economia locale. La Lombardia detiene invece la leadership per dimensioni economiche assolute, superando i 33 miliardi di valore aggiunto generati dal settore. Nel Mezzogiorno spicca in particolar modo il caso della Campania. La regione rappresenta un’eccezione rispetto alla media del Sud, con quasi 5,9 miliardi di euro di valore aggiunto e un’incidenza del 4,6% sul Pil regionale, superando diverse aree del Centro-Nord. Più in generale, l’intero Mezzogiorno cresce a ritmi sostenuti: il comparto culturale e creativo dell’area registra un incremento del 3,7%, superiore alla media nazionale.
La bellezza storica, architettonica e paesaggistica delle città italiane non è quindi solo un biglietto da visita per il turismo, ma un vero e proprio fattore di attrazione per imprese e lavoratori qualificati. Andrea Prete, presidente di Unioncamere, fa notare che nel settore del turismo la cultura muove oltre il 40% delle presenze e più della metà della spesa complessiva, integrandosi anche con il design e il saper fare tipici della manifattura di alta gamma del Made in Italy. Investire in questo ambito, aggiunge Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola, non significa solo nutrire la nostra identità e stimolare l’export, ma “dotarsi di una risorsa fondamentale per affrontare con maggiore competitività le complesse sfide economiche globali che abbiamo davanti”.




