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La conta che non serviva

19
Luglio 2026
Di Redazione

La legge elettorale continua a confermarsi un terreno sul quale la politica italiana riesce a complicarsi la vita anche ove assolutamente non necessario. 
La bocciatura dell’emendamento che avrebbe reintrodotto le preferenze rappresenta uno di quei passaggi che, pur non modificando l’impianto complessivo della riforma, lasciano inevitabilmente una scia di interrogativi politici.

Il primo riguarda il metodo. Premessa: da mesi si discute della nuova legge elettorale. L’esame in Commissione alla Camera era iniziato già a febbraio e il confronto politico si è sviluppato per settimane. 
Perché scegliere proprio l’Aula per introdurre un tema delicato come quello delle preferenze, sapendo perfettamente che il voto segreto avrebbe potuto trasformarsi in una conta interna? 

Le preferenze non potevano essere proposte durante l’esame in Commissione, oppure rinviate direttamente al Senato, dove il voto segreto non rappresenta un’incognita?
Domande che inevitabilmente aprono diverse possibili letture.

La prima è quella del peccato di hybris. Dopo quasi quattro anni di governo e una leadership consolidata all’interno della maggioranza, Palazzo Chigi potrebbe aver ritenuto di poter affrontare qualsiasi passaggio parlamentare senza sorprese. 
La seconda è più raffinata: tentare di segnare una differenza tra la leadership della Premier e quella che viene spesso definita la “palude” parlamentare, dimostrando di voler restituire agli elettori uno strumento di scelta più diretto.

Esiste però anche una terza interpretazione, quella dell’overconfidence. Un eccesso di fiducia nelle proprie capacità di controllo, già visto in occasione del referendum sulla giustizia. 
Anche allora si era immaginato che il consenso costruito attorno alla leadership di Giorgia Meloni fosse sufficiente a superare ostacoli che poi si sono rivelati molto più complessi del previsto. 
Anche allora, nel tentativo di inseguire temi molto identitari ma divisivi, si è finito per ottenere il risultato opposto: compattare tutti gli anti-Meloni, dall’opposizione fino forse ad una parte della stessa maggioranza.

Il voto sulle preferenze sembra riproporre una dinamica simile. Non tanto per il contenuto dell’emendamento, quanto per l’idea che una partita così delicata potesse essere affrontata senza calcolare fino in fondo i margini di dissenso interno.

Tutto questo si inserisce in un dibattito più ampio sulle prospettive delle prossime elezioni politiche. Da settimane si susseguono analisi che descrivono una competizione sostanzialmente in equilibrio, sostenendo che senza modifiche alla legge elettorale il risultato sarebbe destinato a risolversi in un sostanziale pareggio tra i due blocchi.

Ma siamo davvero sicuri che sia così?

Manca ancora più di un anno al voto. Nel mezzo ci sono una Legge di Bilancio, un autunno politicamente delicatissimo, l’evoluzione del quadro internazionale e un’intera campagna elettorale. Pensare che gli attuali rapporti di forza possano rimanere immutati appare quantomeno azzardato. 
La politica italiana ha sempre dimostrato una straordinaria capacità di cambiare velocemente. Perché dovrebbe smettere proprio adesso?

In più, nel frattempo, sembra essersi creata una sorta di bolla narrativa nella quale l’unico a guadagnare è il Generalissimo.

A destra lo si rincorre continuamente, inseguendone temi e linguaggio. L’ultimo esempio è arrivato con la richiesta di grazia per Mario Roggero e con il successivo intervento pubblico della stessa Giorgia Meloni contro la decisione dei giudici. 
A sinistra, invece, lo si trasforma sistematicamente nel pericolo assoluto, contribuendo involontariamente ad alimentarne centralità e visibilità. Il risultato è paradossale: più viene evocato come problema, più cresce come protagonista.

Così facendo il centrodestra rischia di ritrovarsi costretto a rincorrere posizioni sempre più identitarie proprio mentre, negli ultimi anni, aveva faticosamente costruito un profilo più europeista e istituzionale. E ogni passo verso il Generalissimo rende inevitabilmente più difficile quel riposizionamento moderato che tanti osservatori avevano individuato come uno dei punti di forza della Premier.

Forse, allora, ben venga il “Generale Agosto”. Non tanto come protagonista politico, quanto come tregua estiva. 
Perché qualche settimana di pausa potrebbe fare bene a tutti: agli italiani, che meritano di parlare anche d’altro; alla maggioranza, che ha bisogno di abbassare la temperatura dello scontro interno; e magari persino al clima, nella speranza che insieme al dibattito politico si raffreddi anche quell’afa che ormai ci punisce ogni volta che mettiamo piede fuori casa.

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