La nuova legge elettorale è stata approvata dalla Camera con 217 voti favorevoli, ma il risultato finale non cancella la frattura emersa durante l’esame del testo. La bocciatura per un solo voto dell’emendamento sulle preferenze ha mostrato una maggioranza compatta quando deve sostenere il governo, ma assai meno disciplinata quando sono in discussione candidature, seggi e futuro peso dei singoli partiti. Non è una crisi dell’esecutivo: è l’inizio della competizione interna al centrodestra in vista del 2027. La sconfitta pesa soprattutto perché Giorgia Meloni aveva deciso di intestarsi politicamente la battaglia, chiedendo alle opposizioni di rinunciare al voto segreto. I franchi tiratori hanno dimostrato che la forza della premier non basta a neutralizzare gli interessi dei singoli gruppi parlamentari quando il confronto riguarda il controllo delle liste e la possibilità di essere rieletti. Le liste bloccate rafforzano le segreterie, mentre le preferenze restituiscono spazio alla competizione tra candidati: dietro una questione apparentemente tecnica si nasconde quindi il nodo più delicato della prossima legislatura, quello della selezione della futura classe parlamentare. La bagarre in Aula ha mostrato anche che la maggioranza non ha ancora deciso con quale assetto presentarsi alle elezioni. Il nuovo sistema, interamente proporzionale e costruito attorno a un premio per la coalizione che supera il 42 per cento, rende infatti decisivo il perimetro del centrodestra. In questo quadro Roberto Vannacci non rappresenta più soltanto un concorrente esterno, ma una variabile capace di incidere sulla possibilità stessa della coalizione di conquistare il premio. Per Meloni, Futuro Nazionale è contemporaneamente un avversario, perché sottrae consensi soprattutto nell’area più identitaria, e un potenziale alleato, perché i suoi voti potrebbero diventare indispensabili. Per Matteo Salvini, invece, il problema è ancora più diretto: accogliere Vannacci significherebbe riconoscere un partito nato da una frattura della Lega e potenzialmente in grado di superarla. Il voto con cui Fratelli d’Italia ha sostenuto l’emendamento sulle preferenze presentato da Futuro Nazionale, mentre Lega e Forza Italia si sono schierate contro, non prefigura automaticamente una nuova alleanza, ma segnala che il rapporto con Vannacci è ormai entrato nella dialettica interna alla maggioranza. La legge elettorale avrebbe dovuto offrire al centrodestra una cornice stabile per il 2027, ma ha finito per anticipare tutte le sue contraddizioni. Anche le opposizioni hanno ottenuto soprattutto una vittoria tattica. Sono riuscite a trasformare la bocciatura dell’emendamento in una sconfitta politica della premier e a mostrare le divisioni della maggioranza, ma non hanno impedito l’approvazione della riforma. Inoltre, il nuovo sistema obbliga anche il campo largo a definire il proprio perimetro. Se il premio dipende dal superamento del 42 per cento, Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e forze centriste non possono limitarsi a un’intesa elettorale generica: devono decidere chi includere, quale leadership proporre e su quale programma costruire la coalizione. La riforma nasce dunque per garantire stabilità dopo il voto, ma rischia di trasferire l’instabilità alla fase precedente, costringendo entrambi gli schieramenti ad alleanze molto larghe e politicamente difficili da tenere insieme. La vera notizia della settimana non è quindi soltanto la bagarre parlamentare né la sconfitta della maggioranza sulle preferenze. È il fatto che la campagna elettorale del 2027 sia già cominciata e che il centrodestra, pur restando solido in Parlamento, non abbia ancora risolto il problema della propria forma futura. La leadership di Meloni rimane dominante, ma non elimina la competizione tra alleati, mentre la crescita di Futuro Nazionale rende sempre più difficile immaginare una semplice riproposizione della coalizione del 2022. La legge elettorale doveva stabilire come si voterà. Il passaggio alla Camera ha mostrato che la questione decisiva sarà invece con chi.





