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I tre appuntamenti elettorali che tolgono il sonno agli europei: USA, Israele e Francia

16
Ottobre 2026
Di Gianni Pittella

Ci sono elezioni che si svolgono dentro i confini di un Paese, ma le cui conseguenze attraversano continenti. Nei prossimi mesi, tre appuntamenti dovrebbero tenere particolarmente svegli gli europei: le elezioni israeliane del 27 ottobre, quelle americane di metà mandato del 3 novembre e le presidenziali francesi del 18 aprile e del 2 maggio 2027. Tre sistemi politici diversi, tre scelte che peseranno sulla nostra sicurezza, sulla pace nel Mediterraneo e sul futuro dell’integrazione europea.

Il problema è che l’Europa rischia di assistervi con l’atteggiamento di chi aspetta una sentenza. Speriamo che gli elettori americani correggano la rotta di Washington, che quelli israeliani aprano una prospettiva di pace, che quelli francesi confermino una scelta europeista. Speranze legittime. Ma una potenza politica deve possedere gli strumenti per affrontare anche gli esiti che teme.

Negli Stati Uniti, il voto riguarda anche i limiti del potere di Trump. Le elezioni di metà mandato rinnovano la Camera dei rappresentanti e circa un terzo del Senato: non scelgono il presidente, ma possono modificare profondamente i rapporti di forza con il Congresso.

Per noi europei, la questione è concreta: quanto sarà affidabile il rapporto transatlantico? Quale spazio conserveranno il sostegno all’Ucraina, la cooperazione economica e una concezione della sicurezza fondata sulle alleanze?

Un Congresso più capace di esercitare controllo sull’amministrazione potrebbe condizionarne alcune decisioni e la postura di una Amministrazione disastrosa e sconvolgente per l’intero mondo .
Sarebbe però un errore immaginare che un successo democratico cancelli automaticamente le divergenze tra le due sponde dell’Atlantico. L’Europa deve assumersi maggiori responsabilità nella propria difesa, costruendo un pilastro europeo dentro la NATO e una capacità politica comune. La nostra sicurezza non può essere rimessa in discussione a ogni elezione americana.

In Israele, il voto interroga il futuro dell’intero Mediterraneo. La sicurezza dei cittadini israeliani, i diritti del popolo palestinese e la possibilità di una convivenza tra due Stati sono parti della stessa questione. Separarle significa perpetuare il conflitto.

La valutazione europea dovrà riguardare gli impegni e i comportamenti del governo che nascerà dalle urne: protezione dei civili, rispetto del diritto internazionale, rifiuto delle annessioni, disponibilità a una soluzione politica. Un cambio di leadership può aprire opportunità; la pace richiede scelte precise e il coraggio di sostenerle.

L’Unione dovrebbe prepararsi fin d’ora a esercitare un’influenza coerente. Cooperazione e accordi devono accompagnarsi a condizioni verificabili sul rispetto dei diritti umani, con conseguenze proporzionate alle violazioni. Le sanzioni mirate contro i responsabili degli abusi possono essere uno strumento, insieme al sostegno alla società civile e alle forze che lavorano per la convivenza. L’amicizia con Israele e la difesa dei diritti palestinesi devono trovare posto nella stessa politica europea.

In Francia, infine, l’Europa voterà su se stessa. La prospettiva di una vittoria del Rassemblement National rappresenta una prova decisiva per il progetto comunitario. La Francia, per peso politico, economico e militare, è indispensabile a qualunque avanzamento dell’integrazione.

Una presidenza orientata a ricondurre sistematicamente le scelte comuni dentro una logica nazionalista potrebbe indebolire l’Unione proprio quando servono decisioni condivise su difesa, investimenti, energia e politica estera.

Ma agli europeisti non basterà evocare il pericolo. Bisogna comprendere perché tanti cittadini cercano protezione altrove. Salari insufficienti, precarietà, servizi pubblici fragili, insicurezza e territori abbandonati alimentano la sfiducia. Un europeismo che parla di potenza e trascura la vita quotidiana lascia alle destre radicali il linguaggio della protezione. I socialisti e i riformisti devono recuperarlo, traducendolo in lavoro dignitoso, salute, istruzione e opportunità.

Questi tre appuntamenti pongono dunque una domanda alla classe dirigente europea: vogliamo continuare a dipendere dalle decisioni altrui o costruire la forza necessaria per incidere?

Occorrono una difesa comune, una politica mediterranea credibile, risorse per gli investimenti e una protezione sociale capace di restituire fiducia. E occorre superare i meccanismi decisionali che troppo spesso trasformano le divergenze nazionali in paralisi.

Il sonno degli europei sarà più tranquillo quando l’Europa saprà assumersi la responsabilità del proprio destino.

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