Trasporti
Nautica, il primato industriale chiede una politica del mare
Di Alessandro Caruso
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
La nautica italiana arriva alla fine del Salone di Genova con numeri che confermano la solidità del comparto, ma anche con una richiesta sempre più netta alla politica: trasformare una leadership industriale già acquisita in una vera politica economica del mare. Nel 2025 il fatturato della nautica da diporto ha raggiunto il nuovo massimo storico di 8,72 miliardi di euro, con 4,4 miliardi di export della cantieristica e una quota del 52% degli ordini mondiali di superyacht. Gli addetti diretti sono saliti a oltre 32 mila, mentre l’intera filiera occupa circa 170 mila persone.
È proprio la distanza tra forza produttiva e capacità del sistema Paese di accompagnarla a essere diventata il punto centrale dell’agenda di Confindustria Nautica. «L’industria leader mondiale assoluta nella costruzione di yacht non può prescindere da una rete infrastrutturale moderna e dall’integrazione dell’offerta turistica con i territori costieri», ha sottolineato il presidente Piero Formenti durante il Salone. Il messaggio è chiaro: la nautica non può più essere letta soltanto come una filiera manifatturiera, ma come un comparto capace di attivare turismo, servizi, portualità, refitting, commercio e occupazione lungo tutta la costa.
I dati sullo yachting aiutano a misurare il potenziale. Secondo lo studio Deloitte presentato a Genova, nel 2025 i superyacht hanno generato in Italia un impatto economico diretto di circa 5,7 miliardi di euro, pur rappresentando appena il 3% della flotta attiva. Il limite è però evidente sul fronte dell’accoglienza: soltanto circa il 2% dei posti barca italiani è destinato a unità oltre i 24 metri e quasi metà della capacità è concentrata tra Liguria e Toscana.
Da qui la prima grande istanza dell’associazione: riqualificare le infrastrutture esistenti, rimodulare gli spazi portuali e completare soprattutto nel Mezzogiorno una rete in grado di intercettare la domanda internazionale. Confindustria Nautica chiede anche di semplificare la conferenza dei servizi, perché tempi amministrativi troppo lunghi finiscono per rallentare investimenti che il mercato richiede già oggi.
Ma la questione infrastrutturale è soltanto una parte del problema. Formenti insiste su una visione coordinata della macchina pubblica: «La regolamentazione normativa, la politica industriale, la gestione del demanio e degli spazi doganali, le attività dei Corpi militari sono tutte tessere dello stesso puzzle». Il punto è evitare che interventi fiscali, concessori o amministrativi vadano in direzioni diverse.
Gli esempi indicati dall’associazione sono concreti. La disciplina del leasing nautico può influenzare non solo l’acquisto, ma anche la scelta del luogo in cui l’imbarcazione viene ormeggiata e quindi l’indotto lasciato sul territorio. Le concessioni demaniali troppo brevi possono rendere economicamente insostenibili gli investimenti. Il regime Iva del charter, infine, rischia di spostare domanda e attività verso Paesi come la Croazia, dove le condizioni fiscali risultano più favorevoli.
È su questo terreno che Confindustria Nautica chiede ora un salto di qualità. Negli ultimi due anni alcuni passi sono stati fatti: dalla legge per la valorizzazione del mare al nuovo titolo professionale per il charter, fino agli strumenti del Fondo nazionale del turismo applicabili anche ai marina. Ma il passaggio successivo è costruire una politica industriale che tenga insieme produzione, porti, turismo e servizi.
Il Salone ha mostrato anche segnali incoraggianti sul mercato, compresa la piccola nautica, il segmento che aveva sofferto maggiormente negli ultimi anni. «Gli operatori sono tutti contenti perché hanno fatto affari, preso contatti e venduto», ha spiegato Formenti alla chiusura della manifestazione. Ma proprio perché l’industria continua a reggere, la sfida per i prossimi anni si sposta fuori dai cantieri: sulla qualità delle infrastrutture, sulla certezza delle regole e sulla capacità dello Stato di considerare la nautica non come una somma di comparti separati, ma come una leva integrata di crescita.





