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Guerre, punto: Iran, è escalation; Ucraina, speranze di de-escalation
Di Giampiero Gramaglia
Oggi, due escalation, una militare tra Usa e Iran e una commerciale tra Usa e Canada, segnano l’attualità internazionale. Ma ci sono pure segnali di speranza di un avvio di de-escalation tra Ucraina e Russia, dopo i contatti negoziali a Mosca e Kiev nel fine settimana e la lunga telefonata, ieri, tra i presidenti Usa Donald Trump e russo Vladimir Putin. E ci sono le polemiche che scuotono Israele, con le accuse sul 7 ottobre 2023 al premier Benjamin Netanyahu e le sanzioni di vari Paesi – non c’è l’Italia – contro i coloni di Cisgiordania.
Guerre, punto: Iran, botta e risposta di missili e droni
Nello Stretto di Hormuz, ieri, le forze armate statunitensi hanno colpito cinque petroliere iraniane (e ne hanno affondata una), dopo che navi da guerra Usa erano state prese di mira dai Guardiani della Rivoluzione iraniani. L’Iran ha risposto con un lancio di missili contro le basi militari americane in Giordania, ormai individuata come il ventre molle dello schieramento americano nella Regione.
Secondo il New York Times, «l’Iran mostra d’essere pronto ad alzare il livello dello scontro di fronte alla maggiore pressione statunitense… Il governo iraniano sta assumendo un approccio sempre più aggressivo, preoccupato dalla crescente minaccia economica e perché vede ridursi il suo controllo sullo Stretto di Hormuz».
Il Washington Post segnala il rischio che i missili iraniani siano divenuti più sofisticati e, quindi, più difficili da neutralizzare, magari con l’aiuto tecnologico di Russia e Cina. Fonti iraniane rivendicano di avere danneggiato due cacciatorpediniere statunitensi. La Cnn titola: «Il conflitto s’infiamma di nuovo».
Secondo quanto riferito da media Usa, gli equipaggi delle petroliere iraniane attaccate erano stati avvertiti in anticipo, dando loro tempo di lasciare le navi. A loro volta, i Pasdaran hanno poi invitato gli equipaggi di petroliere nei pressi di porti del Kuwait e del Bahrein ad abbandonare le loro navi, possibili bersagli della ritorsione iraniana.
Come conseguenza dello scambio di colpi di ieri, il prezzo del petrolio è di nuovo tornato a sfiorare i cento dollari al barile.
Guerre, punto: Israele, i guai di Netanyahu e le misure anti-coloni
In Israele, il premier Netanyahu deve difendersi dall’accusa di essere stato personalmente informato dal presidente degli Emirati Arabi Uniti dell’imminenza di un pesante attacco di Hamas, una decina di giorni prima dei raid e dei massacri del 7 ottobre 2023, e di avere ignorato l’allarme, senza neppure informarne l’intelligence e l’esercito. Netanyahu bolla le accuse come «menzogne».
Ieri, poi, c’è stata la decisione di una dozzina di Paesi, fra cui Gran Bretagna, Francia, Canada, Norvegia, Islanda e altri europei – ma non l’Italia e neppure la Germania – di bloccare l’ingresso nell’Ue di prodotti dei coloni della Cisgiordania, da tempo protagonisti di provocazioni e violenze nei confronti dei palestinesi che legittimamente lì risiedono.
Israele annuncia ritorsioni, invece di affrontare quello che i suoi partner occidentali percepiscono come un sistema di «impunità in Cisgiordania», di cui parla il NYT.
Guerre, punto: Ucraina, la telefonata Trump-Putin
La telefonata di ieri di un’ora tra Trump e Putin, giudicata «franca e costruttiva», è stata il frutto della missione di Steve Witkoff e Jared Kushner a Mosca e Kiev. E mentre Putin assicurava Trump di non avere piani d’attacco all’Europa, nuovi raid sulla capitale ucraina mettevano fine, con vittime e devastazioni, alla tregua di tre giorni osservata da Mosca durante la missione dei negoziatori Usa.
Secondo il resoconto della conversazione fatto dal consigliere di Putin Yuri Ushakov, i due leader hanno «valutato positivamente» i colloqui dei giorni scorsi. E Putin colloca la necessità di porre fine al conflitto con l’Ucraina nella prospettiva di «un ampio ripristino delle relazioni tra Russia e Usa».
Il presidente Volodymyr Zelensky, che considera possibile un incontro a tre entro la fine del mese, spera di sentire presto Trump, per discutere innanzitutto di forniture statunitensi per la difesa aerea di Kiev.
Ai media russi, Ushakov ha detto che «i miti sulla minaccia russa servono agli europei solo come copertura per aumentare il sostegno all’Ucraina e le loro spese militari». Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov bolla come «un’ossessione, una mania di persecuzione» la «russofobia» attribuita al cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui bisogna «proteggere la libertà» dei tedeschi «anche dalla Russia».
Mosca continua a non volere l’Europa al tavolo dei negoziati sull’Ucraina, ritenendola responsabile del prolungamento della guerra e sicuramente più ostile degli Usa di Trump. Il conflitto, dice Peskov, poteva concludersi tempo fa, ma gli ucraini «vengono spinti ad andare avanti da alcuni Paesi europei».
Secondo media ucraini, gli emissari statunitensi avrebbero discusso una possibile tregua tra Kiev e Mosca negli attacchi alle infrastrutture energetiche, almeno in vista dell’inverno. Ma, secondo Ushakov, Trump e Putin hanno solo «concordato di continuare a cercare di risolvere le cosiddette “questioni umanitarie”, compresi gli scambi di detenuti». E Putin ha pure «elogiato gli sforzi della first lady Usa Melania per il ricongiungimento dei bambini russi e ucraini con le loro famiglie».
Guerre, punto: Canada, botta e risposta di dazi e bandi
La guerra commerciale tra Usa e Canada sembra entrata in una spirale fuori controllo: l’escalation di dazi e contro-dazi ha avuto ieri un ulteriore sviluppo con l’annuncio di Trump del bando, che scatterà il 29 settembre, dell’export dal Canada verso gli Usa di prodotti fra cui alcol e motociclette: il che, scrive il Washington Post, «alza la tensione fra i due Paesi vicini e confinanti a livelli senza precedenti».
Il Wall Street Journal avverte che l’escalation «potrebbe essere rovinosa» per numerose aziende dell’uno e dell’altro Paese. E il Washington Post osserva che la guerra dei dazi con il Canada «complica le prospettive elettorali del Partito repubblicano», soprattutto negli Stati di confine, alcuni dei quali, come il Maine, possono risultare determinanti nella corsa al controllo del Senato.





