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Le destre conservatrici bussano alla porta di un Europa al bivio
Di Gianni Pittella
C’è un vento che attraversa l’Europa. Cambiano le bandiere, le storie nazionali e persino le posizioni su alcune questioni fondamentali, ma la direzione è spesso la stessa.
L’AfD in Germania, Marine Le Pen e il Rassemblement National in Francia, Nigel Farage e Reform UK nel Regno Unito, Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale in Italia non sono la stessa cosa. Sarebbe un errore politico e analitico metterli semplicemente nello stesso contenitore. Ma sono, in misura diversa, figli dello stesso clima: nazionalismo, sovranismo, ostilità verso l’immigrazione, contestazione delle élite, sfiducia nelle istituzioni e rifiuto di un’Europa percepita come distante, burocratica e incapace di proteggere.
Il recente risultato dell’AfD in Sassonia-Anhalt, dove ha sfiorato il 44 per cento, dovrebbe far suonare un campanello d’allarme in tutte le capitali europee. Non siamo più di fronte soltanto a un voto di protesta marginale. In alcune parti d’Europa la protesta sta diventando maggioranza potenziale.
La domanda, allora, non può essere soltanto: perché avanzano le destre radicali? Dobbiamo avere il coraggio di porcene un’altra, forse più scomoda: dove hanno sbagliato i partiti mainstream e dove ha sbagliato l’Europa?
La prima risposta riguarda la paura.
Una parte consistente delle nostre società ha paura del futuro: dell’immigrazione incontrollata, della perdita del lavoro, dell’intelligenza artificiale, della transizione ecologica, della guerra, dell’aumento del costo della vita, della perdita di sicurezza e persino della scomparsa della propria identità.
La politica democratica troppo spesso ha commesso l’errore di giudicare queste paure anziché governarle.
Quando un cittadino delle periferie dice che non si sente sicuro, quando un lavoratore teme che la transizione industriale gli porti via il posto di lavoro, quando una famiglia non riesce più a sostenere il costo della casa o dell’energia, non possiamo limitarci a spiegargli che le statistiche raccontano una realtà diversa. La politica deve ascoltare, proteggere e offrire soluzioni.
La seconda questione è l’immigrazione.
Per troppo tempo una parte delle forze progressiste ha oscillato fra un approccio prevalentemente morale e una gestione emergenziale. Le destre radicali hanno occupato così quasi interamente il terreno della sicurezza e del controllo delle frontiere.
Ma tra “porti aperti” e “remigrazione” esiste un enorme spazio politico. È lo spazio di una politica europea seria: controllo delle frontiere esterne, lotta ai trafficanti, canali legali di ingresso, accordi di cooperazione con i Paesi di origine e transito, integrazione di chi ha diritto a restare e rimpatrio effettivo di chi non ne ha titolo.
Soprattutto, serve una grande strategia europea per il Mediterraneo e per l’Africa. L’immigrazione non si governa quando il barcone è già arrivato a Lampedusa, a Ceuta o nel Canale della Manica. Si governa molti anni prima, attraverso sviluppo, investimenti, formazione, energia, infrastrutture e opportunità nei Paesi di origine.
Il terzo errore riguarda la questione sociale.
La globalizzazione ha prodotto enormi opportunità, ma non ne ha distribuito equamente i benefici. La transizione ecologica e quella digitale rischiano di ripetere lo stesso errore.
Le periferie, le aree rurali, i territori industriali in declino, i giovani con lavori precari e una parte del ceto medio impoverito hanno maturato la sensazione che qualcuno decida il futuro al loro posto. Non è casuale che l’AfD raccolga consensi particolarmente forti proprio nelle aree economicamente e socialmente più fragili della Germania orientale.
Qui la sinistra europea deve ritrovare la propria ragione sociale: salari, lavoro, casa, sanità, istruzione, protezione delle classi medie e popolari. Non c’è democrazia forte senza sicurezza sociale.
Il quarto problema è l’Europa stessa.
Difendere l’Unione Europea non significa difendere tutto ciò che fa Bruxelles. L’Europa appare troppo spesso fortissima nel regolamentare e troppo debole nel proteggere. Produce norme minuziose, ma fatica ad avere una politica estera comune; disciplina mercati e imprese, ma non dispone ancora di una vera capacità fiscale comune; parla di autonomia strategica, ma resta dipendente dagli altri per la difesa, l’energia e molte tecnologie decisive.
È questa Europa incompiuta che offre argomenti ai suoi avversari.
La risposta al nazionalismo, però, non può essere il ritorno alle piccole patrie. Nel mondo delle grandi potenze continentali — Stati Uniti, Cina, Russia, India — nessuno Stato europeo, neppure Germania, Francia o Italia, possiede da solo la massa critica necessaria per difendere efficacemente i propri interessi.
Per questo dobbiamo proporre non meno Europa, ma un’altra Europa: più forte dove serve e meno invasiva dove non serve.
Infine c’è un errore di linguaggio e di metodo.
Le forze democratiche non possono limitarsi a costruire cordoni sanitari. Sono necessari quando sono in gioco principi costituzionali e democratici, ma non possono sostituire la politica. Se milioni di cittadini votano AfD, Le Pen, Farage o Vannacci, non possiamo considerarli milioni di estremisti.
Dobbiamo contendere quei voti.
Bisogna distinguere tra i leader e gli elettori, tra l’ideologia radicale e il disagio reale che spesso alimenta il consenso. Combattere senza ambiguità razzismo, xenofobia e autoritarismo, ma contemporaneamente ascoltare le domande di sicurezza, protezione, identità e giustizia sociale che provengono dalla società.
C’è poi una differenza importante. Le destre radicali europee non costituiscono un blocco perfettamente omogeneo. L’AfD mantiene posizioni assai più radicali sull’architettura europea e molto più concilianti verso Mosca; il Rassemblement National ha abbandonato la prospettiva della Frexit; altre formazioni cercano di conciliare sovranismo e permanenza nell’Unione. Ma tutte hanno compreso una cosa prima dei partiti tradizionali: la politica contemporanea si gioca sempre più sul sentimento di protezione.
Chi protegge il mio lavoro? Chi protegge il mio salario? Chi protegge il mio quartiere? Chi protegge la mia identità? Chi protegge il mio Paese? Chi protegge i miei figli da un futuro che percepisco più incerto del presente?
A queste domande il populismo offre risposte semplici: la nazione, il confine, l’uomo forte, la chiusura.
Noi dobbiamo offrire risposte migliori.
La sicurezza senza xenofobia. L’identità senza nazionalismo. Il controllo dell’immigrazione senza disumanità. La transizione ecologica senza scaricarne il costo sui più deboli. La competitività senza smantellare lo Stato sociale. Un’Europa forte senza trasformarla in un super-Stato burocratico.
La battaglia contro il nuovo nazionalismo non si vincerà dicendo agli europei che hanno paura delle cose sbagliate.
Si vincerà dimostrando che la democrazia può proteggerli meglio del populismo e che l’Europa può restituire loro il controllo del futuro anziché sottrarglielo.
Perché il vento sta soffiando forte. Ma in politica il vento non decide inevitabilmente la rotta. La decide chi è capace di costruire le vele migliori.





