Da Brasile e Serbia arriva un segnale che merita attenzione e alimenta speranza. La vittoria in rimonta di Lula e il successo del movimento degli studenti serbi raccontano, in contesti profondamente diversi, una stessa possibilità: il corso della politica può ancora essere cambiato dalla partecipazione dei cittadini.
Sarebbe sbagliato sovrapporre le due vicende. In Brasile si rinnova la fiducia a un leader storico della sinistra; in Serbia emerge una domanda di rinnovamento cresciuta nelle piazze, contro la corruzione e la concentrazione del potere. Eppure un filo comune esiste: il rifiuto della rassegnazione, la volontà di contare, la richiesta di una politica capace di restituire dignità e futuro.
È qui che ambiente, equità e democrazia tornano a incontrarsi. La transizione ecologica deve offrire opportunità e protezione sociale; la lotta alle disuguaglianze deve accompagnarsi a istituzioni credibili, libertà e responsabilità di chi governa. Su questo terreno le forze progressiste possono ritrovare una ragione forte per parlare alla società.
Sul piano politico e simbolico, Trump e Putin possono essere considerati gli sconfitti indiretti di questa giornata. Con differenze evidenti: per Trump il risultato brasiliano rappresenta un ostacolo all’espansione della propria influenza; per Putin, il cambiamento serbo può restringere uno spazio di influenza nei Balcani. Sarebbe tuttavia prematuro attribuire ai vincitori di Belgrado scelte internazionali ancora da definire.
Il messaggio più profondo riguarda tutti noi: esiste ancora un’opinione pubblica che non accetta di consegnare il proprio destino agli uomini forti e agli accordi fra le grandi potenze.
L’Europa dovrebbe ascoltarla. Sostenere la partecipazione democratica, investire nei giovani, rendere concreta la promessa di giustizia sociale: è così che può dare forza a questi segnali. La democrazia ha ancora energie. Tocca alla politica trasformarle in cambiamento.





