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Israele: elezioni, Netanyahu punta sulle minacce alla sicurezza del Paese per evitare la sconfitta
Di Giampiero Gramaglia
Nelle ultime battute della campagna elettorale per le politiche di domani, Israele ripiomba in clima di guerra: il premier Benjamin Netaniahu, convinto che la percezione di una minaccia alla sicurezza del Paese giochi a suo vantaggio, alza il livello del confronto con i palestinesi in CisGiordania e lancia manovre militari su larga scala per richiamare i rischi che vengono dall’Iran e dagli alleati dell’Iran nella Regione.
Ieri, Israele ha chiuso i valichi con la CisGiordania, il giorno dopo che due soldati israeliani erano stati uccisi a Hebron da palestinesi armati. La decisione è parte di una stretta nei Territori, teatro d’un aspro confronto fra coloni e palestinesi, e specialmente a Hebron, dove decine di abitazioni sono state demolite e centinaia di persone evacuate.
Dopo il 7 ottobre 2023, cioè dopo i raid terroristici di Hamas in territorio israeliano, che fecero circa 1200 vittime, il governo Netanyahu ha ridisegnato la presenza israeliana in CisGiordania, espandendo la presenza dell’esercito e lasciano impuniti gli eccessi dei coloni. Le tensioni restano letali anche nella Striscia di Gaza, dove la reazione israeliana al 7 ottobre ha fatto circa 78 mila vittime
Netanyahu avrebbe anche voluto riprendere le ostilità contro l’Iran, ma il suo sodale Donald Trump, questa volta, lo ha stoppato: i loro interessi elettorali divergono. A otto giorni dal voto di midterm negli Stati Uniti, Trump deve mettere la sordina alla guerra all’Iran, che non è popolare: racconta d’averla già vinta, e che la pace in Ucraina è vicina, anche se i prezzi dei carburanti alla pompa narrano un’altra storia.
Domani, martedì 27 ottobre,quasi 7.332.000 cittadini israeliani sono chiamati al voto per rinnovare la Knesset, il Parlamento, che ha 120 seggi. Il sistema elettorale è un proporzionale puro, con soglia al 3,25%.
E’ la prima consultazione elettorale dopo il 7 ottobre 2023 e dopo i sanguinosi conflitti che ne sono scaturiti, a Gaza, nel Sud del Libano, con l’Iran. La consultazione ha i contorni di un vero e proprio referendum sulla figura di Netanyahu, il premier uscente, 76 anni, da almeno trenta protagonista sulla scena politica israeliana, al potere per quasi venti in diverse fasi.
Per Netanyahu, è forse il momento più critico e divisivo della sua lunga parabola politica. Il leader del Likud – partito di maggioranza relativa nell’attuale Knessett – arriva al voto contestato: i cortei di protesta contro di lui si sono succeduti nelle ultime settimane. Su di lui pendono dal 2020 accuse di corruzione e frode, al cui processo cerca di sottrarsi; e c’è un mandato di cattura per il genocidio di Gaza emesso dalla corte penale internazionale. Inoltre, non sono ancora state chiarite le colpe sue e/o altrui nella mancata prevenzione degli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023.
Netanyahu, però, non parte battuto. A guidare la forza d’opposizione al premier cui i sondaggi attribuiscono più forza è l’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, 66 anni: Yashar è un partito moderato conservatore fondato nel settembre 2025. Eisenkot vuole istituire una commissione d’inchiesta statale sul 7 ottobre e introdurre la leva obbligatoria per tutti, cioè anche per gli studenti delle scuole religiose – un tema molto controverso.
Yashar contende al Likud la maggioranza relativa: potrebbe ottenere 21/23 seggi, contro 19/21. Eisenkot supera Netanyahu anche nel gradimento personale: 48% contro 41%. Pur costituendo un’alternativa di sobrietà istituzionale, l’ex capo di Stato Maggiore porta avanti, su sicurezza e difesa, una linea di sostanziale continuità rispetto all’attuale premier.
L’opposizione conta sull’alleanza di Yashar con B’Yachad (‘Insieme’), guidata dagli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid (accreditata nei sondaggi di 13/14 seggi), e con i Democratici che, più a sinistra, fanno capo a Yair Golan (8/10 seggi). Si è ritirato in extremis l’ex ministro della Difesa Benny Gantz, il cui partito rischiava di rimanere sotto la soglia di sbarramento del 3,25%.
Nel complesso, anche nella migliore delle ipotesi, il blocco anti-Netanyahu pare destinato a restare al di sotto della soglia dei 61 seggi necessari per governare.
Il Likud del premier, pur in contrazione dagli attuali 32 seggi a 19/21, potrà contare sull’alleanza con i due partiti dall’ala della destra messianica e nazionalista guidati uno dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e l’altro da quello della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Ma anche il blocco di destra e religioso non va oltre i 50/51 seggi complessivi, ben distante dalla maggioranza di 61.
In questo quadro di forte frammentazione e con il 30% di elettori ancora incerti, un ruolo decisivo potrebbe essere giocato dai due partiti della minoranza arabo-israeliana: i sondaggi attribuiscono loro 14 seggi in tutto, divisi tra quelli della Lista Unita – aperta a una collaborazione di governo – e gli islamisti moderati di Ra’am.
Eisenkot esclude, però, alleanze strutturali con la rappresentanza araba. E dunque il raggiungimento di quota 61 seggi appare problematico per tutti. Tra le opzioni sul tavolo dopo la chiusura dei seggi – prevista per le 22 locali (le 21 in Italia) – vi sono lunghe trattative per una grande coalizione d’unità nazionale tra Likud e Yashar, oppure un governo di transizione guidato da Netanyahu o, ancora, in caso di stallo prolungato, il ritorno alle urne.
Il presidente Isaac Herzog avrà 28 giorni per conferire l’incarico. All’andamento delle consultazioni non sarà estraneo l’esito delle elezioni statunitensi di midterm del 7 novembre: un indebolimento di Donald Trump indebolirebbe la posizione di Netanyahu al tavolo dei negoziati.





