Cultura / Politica

Trattativa Stato-Mafia, le vittime siamo noi

02
Maggio 2023
Di Piero Tatafiore

Anno 2014, Festival del Cinema di Venezia. Viene presentato in anteprima mondiale (!) “La Trattativa”, forse il film più famoso tra quelli girati come regista da Sabina Guzzanti. Un documentario che raccolse la miseria di 352.000€ nelle sale cinematografiche, ma venne presentato in diversi cinema nel mondo, col titolo internazionale di “The State-Mafia pact”. Un documentario, che dunque dovrebbe documentare una trattativa che nel titolo internazionale era ancora più esplicito. Peccato fosse tutta una bufala, secondo quanto stabilito in maniera definitiva negli scorsi giorni dalla sesta sezione penale della Corte di Cassazione.

Ma andiamo per gradi.

Nel 1993 venne aperto presso la Procura di Palermo un fascicolo d’indagine denominato “Sistemi criminali”. Un contenitore dal nome generico volto a raccogliere informazioni, informative, lettere anonime e dichiarazioni di testimoni di giustizia, tutti volti a delineare un ipotetico pactum sceleris tra la mafia, la massoneria e alcuni “pezzi deviati” dello Stato. 

Con il passare degli anni, con progressione geometrica, sono cresciuti proporzionalmente i contenuti all’interno di questo fascicolo e le ambizioni di coloro i quali ne tiravano le fila. 

Una crescita inesorabile, quella delle ambizioni più che dei contenuti, che ha portato tale fascicolo ad assurgere alla dignità di un vero processo nel 2012, sotto l’affascinante ma inquietante definizione di “Trattativa Stato-Mafia”. 

Già di per sé il sostantivo “trattativa”, associato a 2 entità come “Stato” e “Mafia”, ha in sé lo stigma della colpevolezza. Tra questi dovrebbe esserci in caso “guerra”, “conflitto”, a voler essere moderati “contrapposizione”, ma mai e poi mai “trattativa”. 

E infatti non c’è mai stata, come sancito ieri dalla sentenza della Cassazione che rafforza quanto già stabilito nel processo di appello del suddetto processo. La Cassazione ha nel merito (ovvero nei fatti) fatto cadere un castello di carte sulla quale negli anni si sono costruite carriere & business. 

Le carriere di chi magari avrebbe continuato ad esercitare la funzione inquirente nella propria città, senza coltivare ambizioni politiche (fortunatamente sanzionate dal fallimento nelle urne) oppure di conquista del supremo ordine di (auto)governo del sistema giudiziario.

Il business di chi magari, senza cotanta narrazione, avrebbe proseguito nella propria carriera di aspirante giornalista d’inchiesta, ma che invece, facendo da grancassa solo alle posizioni di chi accusava, ha creato giornali, scritto libri, staccato parcelle per le proprie apparizioni televisive. 

Ci sono voluti 30 anni per arrivare ad un giudizio che stabilisse che questo castello non esisteva, ma con esso non scompariranno le ferite inferte a chi ha vissuto sotto processo negli ultimi 12 anni. Anzi, almeno 12 anni, perché ai più sarà sfuggito che alcuni degli assolti vivono questa condizione invalidante da circa 20. Vertici dei Carabinieri come Mori, Subranni e De Donno. Politici come Marcello Dell’Utri, Calogero Mannino e Nicola Mancino, fino addirittura a Giorgio Napolitano. Semplicemente sono stati infangati, accusati ingiustamente. Per 12 anni 12.

Si può ora sperare che qualcuno chieda scusa? O che quantomeno quel qualcuno si chiuda in un silenzio imbarazzato, evitando di torcere i fatti a proprio piacimento, con sprezzo del ridicolo? Qualcuno chiederà scusa non solo agli imputati, ma anche a me a tutti noi cittadini per aver messo alla berlina le istituzioni e speso una montagna di soldi magari distogliendosi da indagini più importanti?

Ovviamente no, perché una volta saliti all’altezza cui si è arrivati grazie a quel castello di carte, scendere sarebbe troppo doloroso. Andrei di corsa a vedere il nuovo capitolo del film della Guzzanti “La Trattativa che non c’era”. Ma il suo sequel sarà come la Trattativa Stato Mafia: inesistente.

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