Politica

Quirinale 2029: la rosa dei venti

22
Settembre 2026
Di Paolo Bozzacchi

Mancano più di due anni all’elezione del successore di Sergio Mattarella, ma la partita è già entrata nei retroscena della politica italiana. Da Meloni a Mantovano, da Crosetto a Fitto, fino a Casini e Draghi: eccovi tutti i nomi che nel 2026 hanno cominciato a orbitare intorno al Colle. In politica due anni possono essere un’eternità oppure pochissimo, soprattutto quando in mezzo ci sono delle elezioni politiche destinate a ridisegnare il Parlamento che dovrà scegliere il prossimo Presidente della Repubblica. Il secondo mandato di Sergio Mattarella scadrà nel febbraio del 2029 e, secondo l’articolo 85 della Costituzione, 30 giorni prima della scadenza il presidente della Camera dovrà convocare Parlamento e delegati regionali per eleggere il successore. La partita, dunque, entrerà formalmente nel vivo all’inizio del 2029. Politicamente, però, è già cominciata: la composizione del prossimo Parlamento sarà decisiva in termini di elettori del nuovo Presidente della Repubblica. E questo conferisce un peso politico più grande alle politiche del 2027. Quest’anno il Quirinale è progressivamente passato dai sussurri del Transatlantico alle pagine dei giornali. A imprimere un’accelerazione è stata soprattutto Giorgia Meloni quando, a fine giugno, intervistata da Nicola Porro, ha evocato la possibilità di superare il «tabù» di un Presidente della Repubblica non espressione del centrosinistra. Non una candidatura personale, ma abbastanza per trasformare la successione a Mattarella in un tema esplicito del dibattito politico. Da quel momento le rose hanno iniziato ad allargarsi.

Il quadrante del centrodestra
Il primo nome, inevitabilmente, è quello della stessa attuale Presidente del Consiglio: Giorgia Meloni. La premier non ha annunciato alcuna candidatura e le ricostruzioni che le attribuiscono un progetto personale per il 2029 restano retroscena giornalistici. Ma il suo nome è comparso ripetutamente sulla stampa, da Repubblica al Foglio fino all’HuffPost. Nel 2029 avrebbe inoltre superato il requisito costituzionale dei cinquant’anni previsto per essere eletti al Colle. Attorno alla presidente del Consiglio si è però formata una rosa molto più ampia. Il Corriere della Sera, il 30 giugno, ha indicato tra le ipotesi Alfredo Mantovano, Giancarlo Giorgetti, Raffaele Fitto e Ignazio La Russa, oltre alla stessa Meloni. E il ragionamento che accompagna questi nomi è diverso per ciascuno. Mantovano per il ruolo istituzionale esercitato a Palazzo Chigi, Giorgetti per il profilo governativo e la lunga esperienza parlamentare, La Russa in quanto presidente del Senato e seconda carica dello Stato, Fitto per il percorso nazionale ed europeo e per la coincidenza temporale tra il 2029 e la conclusione dell’attuale ciclo istituzionale europeo.

Alfredo Mantovano è forse il nome che più chiaramente rappresenta il modello del candidato istituzionale proveniente dall’area di governo. Magistrato, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e figura centrale nel coordinamento di Palazzo Chigi, è stato citato ripetutamente nei retroscena del 2026 senza che da parte sua sia emersa alcuna candidatura. Poi c’è Guido Crosetto. Il ministro della Difesa figurava già tra i nomi circolati durante l’elezione presidenziale del 2022 e nel 2026 è tornato nelle ricostruzioni del Foglio e dell’HuffPost. Il suo nome viene inserito nel dibattito soprattutto per la collocazione politica in Fratelli d’Italia e per il ruolo istituzionale assunto alla Difesa. Raffaele Fitto è un altro nome presente in più ricostruzioni. Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea porta con sé una lunga esperienza tra Parlamento, governo, Regione Puglia ed istituzioni europee. C’è poi una coincidenza che i retroscenisti non hanno mancato di sottolineare: nel 2029 l’attuale mandato della Commissione sarà nella sua fase conclusiva. Per Ignazio La Russa pesa anzitutto il precedente istituzionale: presiede il Senato, e la storia repubblicana ha già visto presidenti delle Camere salire al Colle. Fuori da Fratelli d’Italia, il nome più frequentemente citato è quello di Antonio Tajani. Vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri, segretario di Forza Italia ed ex presidente del Parlamento europeo, Tajani è entrato nelle rose pubblicate nel 2026 dal Foglio e dall’HuffPost.

Nel perimetro della maggioranza compare anche Giancarlo Giorgetti. È soprattutto il Corriere ad averlo inserito esplicitamente nella prima rosa di Palazzo Chigi. Ministro dell’Economia, già ministro dello Sviluppo economico e storico dirigente della Lega, rappresenta un profilo diverso rispetto a quello più direttamente politico della leadership del Carroccio. Più laterali, ma comunque entrati nel toto-Colle del 2026, sono Giulio Tremonti, indicato dal Foglio come un nome che potrebbe tornare a prendere quota, e Marcello Pera, già presidente del Senato e da tempo presente nelle liste dei possibili candidati dell’area di centrodestra. C’è poi Carlo Nordio. Il ministro della Giustizia era stato uno dei nomi sostenuti dal centrodestra nel 2022. Nel 2026 viene ancora ricordato nelle ricostruzioni, anche se il Foglio e l’HuffPost registrano una minore presenza del suo nome rispetto alla precedente elezione presidenziale. Altre ricostruzioni giornalistiche hanno fatto comparire anche Letizia Moratti nell’area di Forza Italia e Roberto Calderoli in quella leghista. In alcuni articoli è stato inserito persino il presidente della Camera Lorenzo Fontana, ma qui c’è un ostacolo non politico bensì costituzionale: Fontana è nato nel 1980 e nel 2029 non avrà ancora compiuto i 50 anni richiesti per l’elezione alla Presidenza della Repubblica. È stato lui stesso, durante la cerimonia del Ventaglio di luglio, a scherzarci sopra: «Non ho l’età».

Il centro della rosa: Draghi e Casini
Come spesso avviene nelle elezioni presidenziali, la parte più interessante della partita potrebbe però aprirsi fuori dai confini delle coalizioni. Uno dei primi nomi a emergere nel 2026 è stato quello di Pier Ferdinando Casini. A maggio La Stampa ha raccontato quella che ha definito una possibile “operazione Colle 2029”, collegandola a interlocuzioni tra mondi moderati, Forza Italia e centrosinistra. Marina Berlusconi ha però smentito nettamente l’esistenza di trattative da lei promosse o di contatti finalizzati alla futura elezione presidenziale. Al di là del retroscena contestato, il nome di Casini è rimasto nel dibattito: parlamentare dal 1983, già presidente della Camera e candidato al Colle anche nelle trattative del 2022. L’altro nome che non scompare mai completamente è Mario Draghi. L’ex presidente del Consiglio, già presidente della BCE, era stato uno dei protagonisti del toto-Quirinale del 2022 e nel 2026 è tornato nelle ricostruzioni de L’Espresso e in quelle riprese da altre testate. In questo caso si tratta essenzialmente di scenari giornalistici legati all’ipotesi di un Parlamento senza una maggioranza autosufficiente e alla ricerca di una figura capace di raccogliere consensi trasversali.

A sinistra una rosa ancora più dispersa
Se nel centrodestra il dibattito è stato accelerato dalle parole della premier, nel centrosinistra il quadro apparso sulla stampa è molto meno definito. Tra i nomi emersi c’è Paolo Gentiloni. A giugno Il Tempo ha ricostruito uno scenario nel quale l’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo potrebbe tornare al centro della scena in caso di equilibri parlamentari particolarmente complessi dopo le politiche. Anche qui siamo nel territorio dei retroscena, non di una candidatura formalizzata.
Altre ricostruzioni hanno indicato Dario Franceschini, nome storicamente associato alle trattative parlamentari sul Quirinale, insieme a figure di esperienza istituzionale quali Mario Monti, Giuliano Amato e Andrea Riccardi. I quattro sono stati indicati, riprendendo ricostruzioni attribuite a Libero, come possibili profili dell’area alternativa al centrodestra. Nel corso dell’anno sono comparsi anche i nomi di Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi e Laura Boldrini, in questo caso soprattutto su testate online e con un grado di consolidamento mediatico molto inferiore rispetto alle candidature più frequentemente citate. La loro presenza serve soprattutto a mostrare quanto, a tre anni dall’appuntamento, il toto-nomi resti ancora fluido e in gran parte speculativo.

Il nome che ancora non c’è
Il paradosso del Quirinale è sempre lo stesso: più un nome viene consumato in anticipo, meno la sua presenza sui giornali dice necessariamente qualcosa sulle possibilità che abbia davvero di arrivare fino in fondo. D’altra parte, lo stesso Gianfranco Rotondi, interrogato dal Foglio sui possibili candidati del 2029, ha ricordato che gli equilibri quirinalizi si costruiscono spesso soltanto alla fine, «per sfinimento». Per questo, più che il toto-presidente, conta oggi la geometria che renderà possibile quella scelta. Le elezioni politiche del 2027 determineranno la composizione del Parlamento chiamato, meno di due anni dopo, a eleggere il successore di Mattarella. È questa connessione che ha portato nel 2026 il Quirinale dentro la discussione sulla legge elettorale e sulle future maggioranze parlamentari. La partita del Colle è destinata a rappresentare una delle chiavi di lettura della prossima legislatura. La vera rosa dei venti (o dei 20 se preferite) per il futuro inquilino del Quirinale non puo’ per definizione indicare ancora una direzione chiara. A nord c’è il tentativo del centrodestra di arrivare per la prima volta all’appuntamento con la forza dei numeri; a sud un centrosinistra che deve ancora definire i propri equilibri; a est e a ovest i candidati trasversali, quelli che diventano decisivi quando le maggioranze politiche non bastano. E al centro resta una regola non scritta della Repubblica: il Presidente che tre anni prima sembra inevitabile raramente è quello che, alla fine, sale davvero al Colle. Tra un nome e l’altro l’attendismo continua.