Politica

Quel Piano inclinato del 20 luglio che ha fatto cadere Draghi

23
Luglio 2022
Di Marco Cossu

«La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve» sottolineava Mario Draghi nel suo discorso di esordio in Senato per il voto di fiducia ma questo «non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti». Che il tempo a disposizione fosse limitato era chiaro fin da subito anche all’ex capo della BCE: da un lato l’ordinaria fine della legislatura, dall’altro il variegato quanto precario equilibrio di forze – votate a siglare quanto a sciogliere patti di governo tanto per ragione di numeri quanto per questioni legati ai differenti interessi rappresentati – disponibili a dare vita al terzo esecutivo della legislatura. In un Parlamento tripolarizzato, travolto dal pathos pandemico e che aveva ormai dilapidato tutto il suo capitale creativo con ogni combinazione possibile prima con il mélange giallo-verde poi mescolando il giallo con il rosso, il passo dall’avvocato degli italiani al banchiere degli europei è stato breve. Come breve è stata la permanenza di Draghi a palazzo Chigi, 552 giorni, il ventesimo governo per longevità in tutta la storia repubblicana – il Conte I durò 461 giorni, il Conte II 527.

Nemmeno l’italiano più rispettato al mondo è bastato a mettere pace in uno dei parlamenti più insofferenti del mondo che dal 1946 ad oggi ha visto sfilare 67 governi e dare la fiducia a 29 presidenti del Consiglio. Durata media 14 mesi. I più longevi, per gli amanti delle statiche politiche furono quelli del Cav. Silvio Berlusconi che riuscì a cavalcare lo stivale per 1.412 giorni tra il 2001 e il 2005 e per 1.287 giorni tra il 2008 e il 2011, terzo quello di Bettino Craxi con 1.093 giorni.

A differenza della gran parte dei suoi predecessori Mario Draghi ha voluto (o potuto) fare molto poco per prolungare la sua permanenza a palazzo Chigi sovvertendo, davanti all’inconciliabilità tra agenda e umori del palazzo, la massima andreottiana del tirare a campare. Meglio tirare le cuoia che smontare dalle fondamenta il patto di fiducia siglato durante uno dei “momenti drammatici” della vita di questa nazione.

L’invito ad un nuovo patto, inoltrato nell’ultimo discorso al Senato, è iscritto infatti in un perimetro ben definito, o tutte le forze o nessuna, l’agenda non si smonta. D’altronde l’ex banchiere è stato convocato al Quirinale con compiti precisi: portare a termine la campagna vaccinale, centrare gli obiettivi del Pnrr, dare slancio all’economia e ridare fiducia all’Italia nel mondo. Su questo ha incassato la fiducia da parte del Parlamento.

Nei 18 mesi di permanenza a palazzo Chigi, al contesto iniziale si sono aggiunti nuovi elementi: la guerra in Ucraina, l’aumento del costo dell’energia, lo spettro dell’inflazione e non da ultimo la volatilità delle opinioni di voto. Quanto basta per infiammare le forze politiche a margine di un turno elettorale che vedrà sedere i nuovi eletti in un Parlamento ridimensionato dopo la consultazione referendaria.

L’origine delle ambiguità dei partiti risiede da una parte nel timore di perdere ulteriore consenso, dall’altra nell’incassare quanto attualmente accumulato. Il MoVimento 5 Stelle è stata la prima forza a palesare segni di malcontento, la scissione con i governisti di Insieme per il Futuro guidati dal Ministro degli Esteri Di Maio era un primo segnale. Una mossa che ha liberato e convinto il leader dei pentastellati Conte ad alzare la posta, innescare il cortocircuito, preferendo l’opzione della lotta a quella del governo.

Il centrodestra governativo, rifiutando la composizione di un nuovo patto con i pentastellati, ha colto l’opportunità della crisi per passare all’incasso elettorale evitando di perdere consensi a favore di Fratelli d’Italia, unico partito libero di capitalizzare all’opposizione. Una scelta, quella di non dare la fiducia a Draghi, non indolore per Forza Italia, che ha assistito all’abbandono dei ministri Renato Brunetta (Pubblica Amministrazione), Maria Stella Gelmini (Affari regionali e Autonomie) e di Mara Carfagna (Sud e Coesione territoriale).

Inutile l’attività di mediazione del leader di Italia Viva Matteo Renzi, uno dei più convinti sostenitori dell’ex banchiere e protagonista dell’avvio del suo governo. Ora la palla passa agli elettori. La XVIII legislatura dopo aver dato la fiducia a tre governi ha dilapidato il suo capitale creativo. Il governo Draghi resterà ancora in carica per il disbrigo degli affari correnti: «Dobbiamo far fronte alle emergenze legate alla pandemia, alla guerra in Ucraina, all’inflazione e al costo dell’energia. Dobbiamo portare avanti l’implementazione del Pnrr» ha comunicato il premier dimissionario, al quale si aggiungono gli atti di straordinaria necessità ed urgenza. Altre scelte decisive per il futuro di figli e nipoti dovranno essere prese, dopo le elezioni, da un nuovo (o da una nuova) presidente del Consiglio, legge di bilancio compresa.

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