Politica

Quel crescente distacco tra grandi giornali e opinione pubblica: nuove conferme anche dal trattamento mediatico del governo Meloni

31
Ottobre 2022
Di Daniele Capezzone

C’è ormai una mensola di libri a disposizione sul tema del crescente distacco tra opinione pubblica e media tradizionali. In particolare, è la carta stampata – come si sa, con rare e preziose eccezioni – a pagare il prezzo più alto: se ho le notizie in tempo reale sul mio cellulare, se ho a disposizione canali all news operativi ventiquattr’ore su ventiquattro, tenderò ad acquistare un quotidiano solo in due casi. O se si tratta di una testata di assoluta e inattaccabile autorevolezza, o se si tratta di un “quotidiano-community”, cioè della mia squadra del cuore (giornalisticamente parlando). Questa tendenza è ormai consolidata, e porta i maggiori quotidiani a perdere da anni la cifra record di un 15% di copie l’anno. 

Tuttavia, a fronte di questo trend oggettivo, c’è anche un fattore soggettivo che a mio avviso alimenta la crisi dei mainstream media: il fatto che siano percepiti da una parte sempre maggiore di opinione pubblica come faziosi e inattendibili, e per giunta lontani dall’approccio e dalla stessa mentalità dei potenziali lettori.

Chiudete gli occhi e ripercorrete, per stare solo agli ultimi 10-15 anni, il trattamento mediatico delle crisi finanziarie e bancarie, dell’emergenza immigrazione, delle vicende Brexit e Trump: al di là dell’orientamento culturale e politico di ciascun lettore, solo pochi ingenui possono attribuire ai “quotidiani maggiori” un approccio non fazioso, non “biased”, non animato da pregiudizi. Pregiudizi che spesso sono stati sovvertiti dalla realtà, che si è incaricata di smentire in modo spettacolare editorialisti, direttori, inviati all’estero. I quali però – nella stragrande maggioranza dei casi – sono sempre lì: mentre, bene o male, la classe politica è soggetta a un ricambio, a un rendiconto, la classe dei “giornalisti top” sembra non dover mai pagare dazio. Amano parlare di mercato: ma non tengono conto del mercato quando sono i consumatori e i lettori a punirli in modo eloquente. Amano parlare di meritocrazia: ma copie e fatturati li condannano in maniera spietata. 

I primi giorni di vita del governo Meloni rappresentano una conferma eloquente di questo fenomeno. Per carità: nessuno chiede (ci mancherebbe) un coretto di accompagnamento (che però non è mai mancato per gli esecutivi semitecnici o comunque “graditi”: si pensi al trattamento mediatico dei governi Monti e Draghi, per limitarci a un paio di esempi). Ma nemmeno appare serio che alcune testate si siano già messe a sparare a palle incatenate prim’ancora che l’esecutivo guidato dalla leader di Fdi abbia mosso i primi passi. 

E curiosamente, questo è avvenuto proprio in coincidenza con sondaggi d’opinione pubblica che invece certificavano (e certificano) una crescita del consenso popolare della Meloni e del suo partito. Che vuol dire? Che una quota significativa di elettori, significativamente, fa alla Meloni un’apertura di credito: e almeno spera che alcune attese siano premiate. Al contrario, i quotidiani maggiori stroncano il film prim’ancora che sia stato proiettato nelle sale cinematografiche. Non c’è da sorprendersi se a questi “recensori” creda una fetta sempre più piccola di pubblico. 

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