Politica

Amministrative, test insidioso per il centrodestra

06
Giugno 2022
Di Daniele Capezzone

Per definizione, una tornata amministrativa che chiama al voto 9 milioni di italiani non può essere presa sottogamba. Il prossimo 12 giugno (con eventuale ballottaggio due settimane dopo) andranno dunque al rinnovo 26 comuni capoluogo.

Attenzione a tre dati politici significativi per queste amministrative. Il primo: in 18 di essi, Pd e M5S si presentano alleati, e dunque c’è una prima sperimentazione del cosiddetto “campo largo” lettiano. Il secondo: in 20 su 26 il centrodestra si presenta unito, al netto di crepe e polemiche. Il terzo: lo “score” dei sindaci uscenti vede 18 comuni a guida centrodestra e 6 a guida centrosinistra (più 2 esperienze civiche forse non ascrivibili a nessuno dei due campi).

In apparenza, dunque, si tratterebbe di un turno favorevole al centrodestra. Ma le logiche spesso contorte della politica dicono tutt’altro: è Enrico Letta che può dire di “giocare in trasferta”, e che – realisticamente – presenterà come un successo politico ogni comune eventualmente strappato agli avversari, che sono dunque lo schieramento che ha più da perdere.

A mio avviso, saranno essenzialmente quattro i dati politici da verificare all’indomani del primo turno delle amministrative (e a maggior ragione dopo i ballottaggi).

Il primo (in generale, e in modo particolare a destra) sarà rappresentato dai livelli di astensione. Nell’ultima tornata amministrativa, quella dell’autunno scorso, fu proprio un certo astensionismo di destra (con molte cause: stanchezza generale, insoddisfazione per i candidati scelti a Roma e Milano, litigiosità tra partiti) a determinare la sconfitta della coalizione, che pure – allora come ora – era accreditata da sondaggi politici nazionali assai lusinghieri. Se il dato si ripetesse in una tornata in cui c’è una maggioranza di sindaci uscenti della propria parte, non sarebbe un bel segnale per il centrodestra.

Il secondo ha a che fare con il risultato di Pd e M5S. Realistico immaginare che il M5S non andrà bene (e in molti casi si è “mascherato”, non presentando il simbolo). Ma se complessivamente l’alleanza di centrosinistra strappasse qualcosa al centrodestra, il racconto mediatico sarà quello di un “campo largo” che funziona. In quel caso, Letta avrà buon gioco a tentare di proseguire l’esperimento, consolidando anche una gamba (o una gambina) politica alla sua destra, e tentando l’operazione, in vista delle politiche, di massimizzare i voti potenzialmente conquistabili. La coalizione avrebbe dunque il Pd come dominus e baricentro, il M5S come junior partner, più una componente di sinistra-sinistra e una cosiddetta riformista (Azione-Più Europa, o qualcosa del genere), con il tentativo del Pd di dissuadere queste ultime formazioni da una corsa autonoma.

Il terzo elemento da considerare sarà il risultato interno al centrodestra. Un’eventuale pesante contrazione della Lega, con relativo travaso a favore di Fratelli d’Italia, consoliderebbe un trend che pare abbastanza acclarato secondo i sondaggi: tocca a queste elezioni dare un’idea della misura e dell’estensione di questo fenomeno, con relativi riflessi sulla solidità della segreteria di Matteo Salvini. Simmetricamente, l’entità maggiore o minore dell’affermazione di Giorgia Meloni potrà consolidarne le ambizioni di premiership e di guida del centrodestra, oppure (nessuno lo dichiarerà apertamente, ma l’autunno diverrebbe il momento per eventuali ritocchi alla legge elettorale) il pretesto per un incremento della quota proporzionale e la conseguente disarticolazione del centrodestra.

Il quarto elemento ha a che fare con la campagna referendaria sulla giustizia. Nonostante la mannaia della Corte Costituzionale, sono rimasti in campo quesiti importanti e significativi, ingiustamente ignorati dai media, e in qualche misura lasciati orfani dagli stessi promotori, che non si stanno dannando l’anima in campagna elettorale (con rare e meritorie eccezioni). Raggiungere il quorum sarà purtroppo difficilissimo, ma suggeriremmo a chiunque abbia a cuore un minimo di principi garantisti di mobilitarsi in quest’ultima settimana: un conto sarebbe non raggiungere il quorum ma ottenere comunque un risultato dignitoso di partecipazione; altro conto sarebbe un flop totale. Le conseguenze non sarebbero difficili da immaginare, in termini di rapporti di forza successivi nel pianeta giustizia.

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